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Nel primo giorno del Festival Internazionale di Musica Contemporanea le novità commissionate dalla Biennale, fra cui una di Lucia Ronchetti 

VENEZIA, 28 settembre 2019 – Anche se adesso non si scrivono quasi più opere, sembra però che i compositori del terzo millennio stentino ad affrancare le loro musiche dagli aspetti scenici. Così, in ben due prime assolute per voce ed ensemble strumentale, entrambe commissionate dalla Biennale, si è fatto ricorso a una mise en espace.

Nel primo giorno di programmazione del sessantatreesimo Festival Internazionale di Musica Contemporanea di Venezia, dunque, le due proposte del concerto serale al Teatro alle Tese (il suggestivo spazio all’interno dell’Arsenale) erano entrambe in forma semiscenica.

A interpretare Come foglia opaca di Filippo Perocco (che utilizza il terzo e quinto sonetto di The Feeling Sonnets del poeta russo Eugene Ostashevsky) la cantante Livia Rado e l’Ensemble l’Arsenale – cinque componenti: sax, fisarmonica, chitarra elettrica, contrabbasso, pianoforte e synth – guidato dallo stesso Perocco.

Pasquale Corrado, alla guida dei Solisti Aquilani – Ph A. Avezzù (La Biennale di Venezia

Si tratta di un brano che ricama attorno al tema delle mani, difficile da visualizzare e che ha richiesto un notevole sforzo di fantasia al regista Antonio Pocetti, circondato da un nutrito staff di collaboratori fra cui lo scenografo Antonino Viola.

La seconda novità, The Pirate Who Does Not Know the Value of Pi, anche questa su un testo di Ostashevsky, portava la firma di Lucia Ronchetti. Immutato l’organico e gli esecutori, mentre cambiava l’interprete vocale: la spiritosa e versatile Esther-Elisabeth Rispens. Il divertente confronto fra i pirati (ossia gli strumentisti) e un pappagallo (la cantante) assume nella partitura della compositrice romana surreali tratti di comicità. Prendendo le mosse dalla riflessione su come comunicare attraverso linguaggi differenti, i dialoghi assumono un andamento molto teatrale, che il pianoforte – abilmente trasformato, sempre dal medesimo team registico, in una sorta di relitto di nave – coagula su un doppio binario semantico: testuale e musicale.

Nello stesso giorno un altro interessante appuntamento pomeridiano alla Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian. I Solisti Aquilani sono stati gli ottimi interpreti di un concerto dal forte significato simbolico, dedicato ai dieci anni trascorsi dal devastante terremoto del 2009. In scaletta quattro prime assolute, tutte commissionate dalla Biennale.

Post fata resurgo per pianoforte e orchestra di Andrea Manzoli è un brano che riesce a suggerire una plastica corrispondenza tra la scrittura musicale e i fenomeni che caratterizzano un sisma, tenendo come punto di riferimento il pianoforte, molto ben valorizzato da Ciro Longobardi. All’ascolto si percepisce quasi l’andamento ondulatorio generato dalle continue compressioni e rarefazioni orchestrali, prima che il suono si smorzi in un suggestivo finale in pianissimo.

Dimostra consapevolezza della scrittura per archi, riuscendo a fletterla in un’efficace espressività, Moving Point di Stefano Taglietti: rapide sensazioni che cambiano incessantemente, quasi speculari a quello che succede durante un sisma.

Unica donna del quartetto di compositori, con il suo Rosso celestino (in omaggio a papa Celestino V, personaggio particolarmente legato all’Aquila), Roberta Vacca ha combinato reminiscenze tonali – riconducibili a tradizionali forme liturgiche – a momentanee frantumazioni linguistiche, che dopo essersi affacciate vengono prontamente riassorbite. Un riconoscimento della tradizione classica, con i musicisti che suonano in piedi alla maniera barocca.

Autore di Dove non si tocca in mare per violoncello e orchestra d’archi è Pasquale Corrado, coinvolto anche nella duplice veste di direttore – attività che alterna a quella compositiva – dei quattro lavori proposti. Un brano caratterizzato da grandi glissando orchestrali, dove le potenzialità dell’orchestra d’archi vengono dilatate: sia utilizzando in modo percussivo le casse armoniche degli strumenti più gravi sia, nel finale, affidando al violoncello solista – l’eclettico Michele Marco Rossi che affronta l’impegnativa prova con la massima sicurezza – l’insolito compito di cantare una melodia popolare.

Musica accolta con grande interesse dal numerosissimo pubblico presente, una volta tanto fatto anche di giovani. Del resto, come sempre, la Biennale è un termometro tra i più attendibili e precisi della produzione del nostro tempo.

Giulia Vannoni

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