Il Ponte

“I nostri figli prigionieri in Etiopia. Qualcuno ci aiuti!”

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Venerdì due marzo 2018. Una giornata che sembra iniziare come tante altre. L’arrivo in redazione, un’occhiata ai quotidiani, la posta da controllare… Poi una telefonata. Dall’altra parte della cornetta c’è Bianca Festa, riminese, avvocato e mamma della piccola Ephrata che ha adottato in Etiopia, insieme al marito, Paolo Magotti. Nel 2016, proprio Bianca e Paolo, ci avevano raccontato la loro gioia nello spalancare le porte di casa a questa splendida bimba che ha riempito le loro vite di amore. Una lunga chiacchierata che ci aveva portato tra le pieghe dell’adozione internazionale. Le pile di documenti, le visite, gli incontri, le attese infinite, le angosce, le speranze, i viaggi e poi le lacrime nel vedere arrivare il proprio figlio o la propria figlia. E ripartire con loro. In quel frangente, Bianca, ci disse come l’adozione fosse stato stato “il dono più grande che potessimo ricevere. Ci ha cambiato la vita. Io, Paolo ed Ephrata ci siamo adottati”.
Una felicità che nel corso del tempo li ha convinti a iniziare nuovamente il lungo percorso per arrivare ad accogliere un altro bimbo. Un altro figlio. Ce lo avevano detto con il cuore gonfio di gioia. Aspettavano solo la telefonata per mettere in valigia due vestiti e partire. E lì eravamo rimasti.
Poi la telefonata.

“Ci dovete aiutare. – furono le prime parole – Hanno bloccato tutte le adozioini. Ci sono più di ottanta famiglie che non sanno cosa fare. Siamo disperati. Abbiamo bisogno che la gente, l’opinione pubblica, sappia cosa sta accadendo”.
Da quel grido disperato è trascorso più di un anno fatto di incontri, di appelli, di viaggi, di lacrime. Perché la situazione in Etiopia, per i bimbi orfani o abbandonati, è allarmante. Ma nulla, in poco più di dodici mesi non si è mosso praticamente niente. E i genitori italiani sono disperati.
Bianca, davvero dalla nostra ultima chiacchierata non è successo nulla?
“Purtroppo la situazione, nonostante tutto quello che noi coppie abbiamo cercato di fare in questo periodo, è ancora in stallo. Ferma, bloccata alla decisione del Parlamento etiope”.
La vogliamo ricordare?
“A gennaio dello scorso anno il Parlamento ha approvato una nuova legge in materia di adozioni che ha praticamente chiuso tutti i canali internazionali”.
Perché?
“Le motivazioni sono sostanzialmente due. La prima è drammatica, nel senso che nel 2013 una bimba adottata da una coppia americana fu purtroppo uccisa. Ma è stato un caso isolato a fronte di migliaia di adozioni che tutti gli anni si concludono felicemente. La seconda motivazione nasce dalla volontà del Governo etiope di volersi occupare lui dei propri figli. Così facendo, però, tantissimi bimbi stanno finendo per strada”.

Con un angosciante destino segnato: ogni giorno, infatti, circa mille piccini muoiono di stenti.
“E questa è la cosa che ci fa più male perché non ha senso. Anche perché in quei pochi istituti che sono rimasti aperti, i bambini spesso non hanno la possibilità di trascorrere un’infanzia felice e dignitosa. E allora mi domando, perché? Perché punire tanti genitori che amano questi bambini, solo per alcuni casi che si sono verificati? È una cosa inumana”.
Pensare che dopo l’elezione del nuovo premier etiope Abiy Ahmed Ali, qualche speranza si era riaccesa…
“Invece è stata solo una speranza dettata da molte azioni che aveva portato avanti subito dopo essere stato eletto. Sul fronte delle adozioni, infatti, non ha ancora fatto nulla, tanto che alcuni nostri genitori stanno pensando ad abbandonare questo percorso gettando al vento tutte le loro fatiche e le loro speranze”.
Ma l’Italia non sta facendo nulla a questo proposito?
“Tramite il Centro Aiuti per l’Etiopia di cui faccio parte ci siamo mossi con le due Ambasciate. Personalmente devo ringraziare il senatore riminese Marco Croatti perché quando gli ho raccontato la nostra situazione ha fatto di tutto per farci avere un’audizione in Commissione affari esteri, al Senato. Sono andata personalmente a Roma, ho cercato di trasmettere tutta la nostra angoscia, tutta la nostra disperazione per questa situazione che non si riesce a sbloccare. Quello che chiediamo è che la Commissione Adozione Internazionale, presieduta da premier Conte, metta in atto tutti gli strumenti necessari per poter far giustamente concludere il proprio percorso di adozione a tutte le coppie che al momento del mutamento della legge etiope avevano già le procedure di adozione in corso. Ci sembra assolutamente assurdo che con tutti i rapporti tra Italia ed Etiopia, e i vari progetti che l’Italia fa in Etiopia, non si sia potuta ancora raggiungere una soluzione per i nostri figli che ci stanno attendendo. Speravamo tantissimo nella recente visita del primo ministro etiope Aiby in Italia. Resto convinta che se Conte avesse parlato con Aiby di noi, saremmo già tutti a casa da tempo con i nostri figli. La nostra speranza è che davvero qualcosa si muova perché noi vogliamo solo portare a casa i nostri bambini”.

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