Il Ponte

Non è solo crisi di vocazioni

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Nel luglio del 2016, esattamente tre anni e mezzo fa, iniziava, come esperimento, l’inserimento del Seminario nella vita di una parrocchia. Era stata scelta san Giuliano Martire, nel rinomato borgo al di là del ponte di Tiberio, insieme alla parrocchia di Santa Maria Maddalena alle Celle. Venerdì 25 ottobre i sacerdoti riminesi ne hanno discusso in Presbiterio, dopo la relazione del rettore e parroco di San Giuliano e di Santa Maria Maddalena don Paolo Donati, che abbiamo intervistato.

Qual è il giudizio sui primi tre anni di questa esperienza?
“Attualmente sono quattro i giovani che verificano il cammino verso il sacerdozio. A Rimini, con noi, risiedono i giovani che si preparano, nel tempo (uno o due anni, il cammino è personale) di propedeutica allo studio della teologia. Il progetto che avevamo pensato è valido, ma non siamo riusciti a realizzarlo in tutti gli aspetti con le forze dedicate ad esso. Siamo infatti due sacerdoti, che oltre al seminario e alla pastorale vocazionale hanno l’impegno di due comunità parrocchiali”.

Quale il problema maggiore?
“Un problema di fondo è l’integrazione tra vita pastorale e aspetti formativi dei seminaristi di propedeutica. In particolare si rileva la necessità di trovare un equilibrio tra le esigenze di inserirsi nella vita della parrocchia e la salvaguardia della formazione specifica dei seminaristi. Occorre un’attenzione particolare ai seminaristi nella vita quotidiana, anche con la proposta di momenti specifici dedicati a loro. Il rischio che avvertiamo è di omologare la vita dei seminaristi a quella dei preti, senza riuscire a realizzare il cammino educativo previsto in vista del discernimento vocazionale. Di fatto, però, in questi anni siamo riusciti ugualmente a compiere una verifica vocazionale delle persone entrate in propedeutica”.

In alcuni ambienti circola la convinzione che il seminario in diocesi sia ormai chiuso e che non valga la pena dedicargli attenzione ed energie…
“Ciò dipende da diversi fattori: il cambiamento di sede, con il conseguente disorientamento sulla realtà del seminario; il calo numerico accentuato dei seminaristi; la minore disponibilità di tempo a svolgere la pastorale vocazionale da parte di noi preti del seminario; la scarsa fiducia nella proposta formativa del Seminario regionale. Di fatto questi aspetti condizionano il cammino del seminario, non tanto al suo interno, ma nel sentire della diocesi e quindi nel sostegno alle vocazioni da parte dei preti e delle comunità”.

Quali i sintomi di questo atteggiamento?
“La mancanza di interesse per la vita del seminario e per le iniziative vocazionali e di preghiera, la difficoltà a fare la proposta vocazionale ai giovani, la scarsa partecipazione alle iniziative vocazionali da parte loro, e – su un piano diverso – il calo delle offerte al seminario, la poca adesione alle giornate pro seminario invernali e soprattutto estive”.

Ma il problema più che il seminario sembrano essere le difficoltà della pastorale con i giovani…
“Certamente. La scarsità di vocazioni infatti non dipende soltanto dalla insufficiente attenzione al seminario e alle sue proposte, ma forse soprattutto dalla mancanza di una formazione capace di sostenere proposte esigenti, come quella del sacerdozio e della vita consacrata. Ci chiediamo se oggi le nostre comunità hanno al loro interno giovani che vivono la fede cristiana in modo consapevole e maturo, a cui poter rivolgere la proposta del sacerdozio senza che sia considerata uno scandalo”.

C’è anche da chiedersi come viene recepita la figura del prete in questa società, oggi…
“Il modello proposto dalla Chiesa attuale è suggestivo (pastore vicino alla gente, esperto di umanità, uomo che cammina con il popolo di Dio, non clericale, santo nel quotidiano, povero, ecc.), ma fino a che punto è realistico o è realizzato dai preti che la gente incontra nella vita quotidiana della chiesa? Noi preti per primi non abbiamo chiaro chi siamo e soprattutto quale sarà il futuro del nostro ministero, a causa dei mutamenti culturali e religiosi in atto nel mondo occidentale, per cui facciamo fatica a proporre ad altri una vocazione che ci appare incerta non tanto sul piano teologico, ma nella vita concreta della chiesa e delle persone chiamate a realizzarla”.

Nei gruppi di lavoro i sacerdoti hanno discusso se mantenere a Rimini la propedeutica (anche considerando il fatto che quest’anno non ci sono nuovi ingressi) oppure aggregarsi all’esperienza comune degli altri seminari della Romagna che insieme hanno la propedeutica a Faenza. L’orientamento emerso è quello di mantenere a Rimini l’esperienza. Quali sono i motivi di questa scelta?
“Per quello che posso capire, inviare i seminaristi a Faenza fin dall’inizio del cammino, anche se ha il vantaggio di offrire loro un luogo dedicato, con una proposta ben definita, un’esperienza comunitaria ed educatori preparati, comporta la delega totale o quasi del discernimento e della formazione dei nostri seminaristi ad altre diocesi, con la conseguente difficoltà a conoscerli da parte nostra e il rischio della perdita di significato del seminario diocesano. La permanenza dei seminaristi a Rimini, invece, favorisce la loro conoscenza per un discernimento iniziale e il loro inserimento nella vita della diocesi fin dai primi anni della formazione. Se si vuole mantenere la propedeutica a Rimini, occorre in ogni caso pensare a una soluzione diversa riguardo alla vita comunitaria”.

Su questo è emersa già qualche proposta?
“Proprio partendo da questi problemi abbiamo pensato che i seminaristi di propedeutica potrebbero aderire a una proposta formulata dalla pastorale vocazionale: un periodo prolungato (da un mese all’intero anno scolastico) di vita comune nella struttura del seminario, rivolto a giovani interessati a fare un’esperienza significativa di preghiera, di vita fraterna e di lavoro/studio. L’esperienza si svolgerebbe dal lunedì al venerdì sera nella sede del seminario, con l’accompagnamento di un prete del seminario (e di altri disponibili), che sarebbe presente per le Messe e altri momenti particolari, e delle suore residenti”.

La proposta sembra essere piaciuta ai sacerdoti, anche a prescindere dalla presenza di seminaristi…
“Sì, perché favorisce un’esperienza significativa di vita comunitaria orientata in senso vocazionale; e dà vita a una «casa vocazionale» in diocesi, a cui inviare coloro che si interrogano sulla vocazione, ma non hanno ancora compiuto una scelta precisa. Nel caso che i seminaristi di propedeutica partecipassero, essi manterrebbero comunque un rapporto costante con i preti formatori e con la parrocchia-seminario, tornando ad abitarvi nel fine settimana e impegnandosi nelle iniziative pastorali in cui sono coinvolti direttamente”.

Alla fine del tuo intervento hai citato papa Francesco. Con quali parole?
“Sono parole del Papa pronunciate recentemente a proposito della vita consacrata: «Fratelli e sorelle, in questi tempi delicati e difficili», come diceva Papa Giovanni Paolo II, la fede è più necessaria che mai. Molti dicono che la vita consacrata sta attraversando un inverno. Può essere così, poiché le vocazioni sono scarse, l’età media delle persone consacrate avanza e la fedeltà agli impegni assunti con la professione non è sempre quella che dovrebbe essere. In questa situazione, la grande sfida è attraversare l’inverno per prosperare e dare frutti. La freddezza della società, a volte anche all’interno della Chiesa e della stessa vita consacrata, ci spinge ad andare alle radici, a vivere le radici. L’inverno, anche nella Chiesa e nella vita consacrata, non è un momento di sterilità e morte, ma un momento favorevole che ci consente di tornare all’essenziale”.
Parole di speranza.

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