Il Ponte

”Noi, ci siamo adottati”

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È cresciuto negli anni il numero di famiglie italiane che scelgono di adottare un bambino optando per l’Adozione Internazionale. Un fenomelo legato al fatto che i Paesi sviluppati (compreso il nostro) hanno migliorato nel tempo le loro condizioni socio-economiche facendo calare il  numero di bambini abbandonati.
Bianca Festa e Paolo Magotti, oggi poco più che quarantenni, nel 2010 hanno intrapreso la strada dell’Adozione Internazionale. Avvocato lei, Web master lui nel 2013 hanno incontrato in Etiopia la loro figlia, Ephrata. Bianca ci racconta la storia della sua famiglia.

Cominciamo dal principio?
“Io e mio marito ci abbiamo impiegato un po’ di tempo prima di maturare seriamente l’idea di avvicinarci al mondo dell’adozione. Ci siamo sposati nel 2007 e nel 2010 avendo fortissimo il desiderio di avere dei figli che non arrivavano, abbiamo capito che il “Disegno” per noi era diverso. La nostra famiglia non sarebbe stata quella che tradizionalmente viene immaginata, ma delineata da strade, terre a noi sconosciute, incontri, sguardi che ci avrebbero poi cambiato radicalmente la vita”.

È stato come ve lo aspettavate?
“Ci aspettavamo qualcosa di diverso. Il percorso per arrivare a nostro figlio si è circondato di burocrazia e lunghi tempi di attesa. Il percorso è molto faticoso, anche psicologicamente ”.

Inoltre, da quel momento comincia una nuova fase, giusto?
“Si. Chi vive sul territorio per prima cosa deve rivolgersi all’Ausl e cominciare un percorso di analisi e formazione molto delicato, che analizza diversi aspetti personali e di coppia. A questo punto la coppia può presentare domanda al Tribunale Minorile inviando diversi documenti di idoneità, relativi anche alla salute dei futuri genitori”.

A questo punto è il Tribunale a pronunciarsi…
“Dopo l’udienza che viene tenuta in Tribunale Minorile a Bologna, la coppia è  automaticamente inserita nelle liste di attesa dell’adozione nazionale (se il Giudice ritiene che il colloquio sia andato bene) nelle quali resterai iscritto per tre anni dall’udienza. Per l’adozione internazionale, invece, ti viene notificato dopo qualche mese un decreto di idoneità che ti permetterà di poter scegliere (entro un anno dalla notifica dello stesso) un ente a cui affidare un mandato per l’adozione internazionale”.

E qui che si apre un’altra fase. Quella della scelta dell’ente…
“Sì, in Italia ce ne sono sessantadue autorizzati (non ce ne sono in provincia di Rimini, ndr). Gli enti variano tantissimo tra loro per metodi, strutture e Paesi in cui operano. Prima di scegliere l’ente è importante girarne un po’ perché la coppia si faccia un’idea di come sono e come operano. Alcuni chiedono di dare disponibilità solo all’Internazionale, abbandonando l’idea della Nazionale; c’è chi richiede il pagamento integrale delle pratiche, altri che ti richiedono vari fondi spese, altri che ti chiedono un piccolo fondo spese iniziale e il saldo al termine della pratica adottiva. Ci sono enti strutturati, altri fondati sul volontariato. Ci sono enti che operano in più Paesi ed enti che operano esclusivamente in un Paese”.

I costi, sono un’altro elemento di scoraggiamento per le coppie che vogliono adottare. Sono molto alti?
“Anche i costi variano da ente ad ente e da Paese a Paese. Tutti gli enti devono per legge indicare i costi sul proprio sito. Pratiche, bolli, traduzioni, il lavoro dei Tribunale, del procuratore, la permanenza di tuo figlio nell’istituto, il personale degli istituto, i vaccini, i pannolini, il mangiare, le cure e tutto ciò che tuo figlio ha ricevuto nel tempo in cui non era con te, deve essere pagato”.

Adesso parliamo più direttamente della vostra esperienza.
“Abbiamo conosciuto 5 enti valutando tanti Paesi. Ma il mio cuore sapeva dall’inizio che mia figlia era in Africa. Per varie circostanze incontrai Efrem, un bimbo etiope e… il mio cuore fece un salto. Fu la risposta a tutti i nostri dubbi. L’ente che ci avrebbe potuto aiutare era a Verbania. Il Centro Aiuti per l’Etiopia Onlus (Cae) è un ente diverso da quelli che avevamo visto fino ad allora. Costituito quasi esclusivamente da volontari, tutti genitori adottivi, che una volta fatto il percorso di adozione restano legati alla terra dei propri figli. Una terra affascinante, complicata e bisognosa. Anche noi abbiamo deciso di aiutare ed essere volontari attivi”.

Per cui non avete più tagliato i ponti con l’Etiopia.
“Il Cae si regge sul nostro impegno di volontari, ci impegniamo e lavoriamo per costruire infrastrutture e per garantire che i bimbi possano mangiare, essere curati, andare a scuola. Io sento spesso di essere stata un’eletta perché il nostro percorso non ci ha portato esclusivamente nostra figlia, che è il dono più grande che potessimo ricevere, ma ci ha aperto gli occhi e il cuore facendoci innamorare della sua terra fino a sentirla nostra. Abbiamo fatto i conti con la povertà più grande, con bambini che per un goccio di acqua camminavano per chilometri, con creature che non si reggevano in piedi, ma che comunque riservavano sempre un sorriso. La povertà disarmante ci ha aperto gli occhi verso quelle esigenze primarie che spesso diamo per scontate e che scontate non sono (purtroppo) per tantissimi”.

Dai, dicci qualcosa della tua bimba…
“Nostra figlia si chiama Ephrata. Non posso che piangere ripensando a quando ci venne comunicato che era stato fatto l’abbinamento. Quel nome ci sembrò impronunciabile, ma solo dopo qualche ora divenne ciò di più dolce le mie orecchie avessero mai sentito. Poi siamo andati in Etiopia. Il primo viaggio è stato di tre giorni, finalizzato a conoscere quel figlio abbinato da lontano e mai visto neanche in foto. Allora portammo 92 chilogrammi d’aiuti destinati ai bambini dei centri e dei villaggi in cui il Cae opera. Il secondo viaggio, ad Areka, è durato circa 10 giorni. Il 24 dicembre del 2013 ci venne data la piccola”.

Come valuti questa esperienza?
“Per noi, l’adozione internazionale è stato il dono più grande che potessimo ricevere. Ci ha cambiato la vita. Io, Paolo ed Ephrata ci siamo adottati e attraverso questo percorso riusciamo ad avere la possibilità tutti i giorni di aiutare coloro che sono più in difficoltà, facendoci sentire utili nella consapevolezza che qualsiasi cosa facciamo per i bambini che vivono lì e che hanno gli stessi occhi di nostra figlia, non va perso”.

Cosa ti senti di dire a chi rinuncia all’adozione per paura delle difficoltà?
“A loro dico di non arrendersi, perché quel tempo che sembra così lungo è il tempo necessario per arrivare a tua figlia. Mia figlia è nata il giorno in cui per la prima volta io e mio marito andammo in una parrocchia a chiedere di sottoscrivere adozioni a distanza nei villaggi colpiti da una grande carestia che il Centro Aiuti per l’Etiopia si era preso l’impegno di aiutare attraverso le donazioni. In quei villaggi ci siamo stati… anche questo non può essere un caso ma un segno di Dio”.

Angela De Rubeis

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