Arrivano (con ritardo) i Monti di Pietà

27 maggio 2012 | 9:00
RIMINI: Dopo la fine dei Malatesta, momenti difficili per la città cui si aggiungono terremoto, peste, carestie... Primi segnali di un rinnovamento ecclesiale
Arrivano (con ritardo) i Monti di Pietà
A ristabilire le sorti della famiglia Malatesta non valse la più accorta politica di Roberto “il Magnifico” che sposò una figlia di Federico da Montefeltro e mise il suo esercito a servizio del papa.
Il figlio di lui Pandolfo IV (Pandolfaccio per i Riminesi) dovette consegnare la città al Valentino (1500) poi ai Veneziani (1503), finché nel 1509 il papa Giulio II pose Rimini e il territorio circostante sotto il diretto governo papale.
Nella pala d’altare commissionata alla bottega del Ghirlandaio come ex voto per essere scampato ad una congiura, il ritratto di Pandolfaccio e dei suoi famigliari venne cancellato in una sorta di damnatio memoriae. Malinconica fine di una dinastia…
E la vita della gente “comune” non era certo più allegra.

La peste del 1493,
il terremoto, le carestie
Per avere un quadro della Rimini della seconda metà del Quattrocento e dei primi decenni del Cinquecento, allo smarrimento di chi vedeva le armi spirituali umiliate a servizio di interessi economici, militari e politici si devono aggiungere le carestie, la peste del 1493, il terremoto, il passaggio degli eserciti, le discordie intestine, le vendette, la miseria dilagante…
Eppure continuano ad esserci santi che sanno dare dignità anche alla povertà, che insegnano che nessuno è tanto povero da non aver niente da donare agli altri e mostrano con l’esempio la potenza della preghiera vissuta nell’umiltà e nell’abbandono a Dio. Nella loro vita la gente vede rispecchiate le proprie pene, ma anche la propria ansia di bene e li segue, li ama, li venera. Come è il caso del beato Alessio Monaldi di Riccione, che, povero contadino, lavorò e pregò tutta la vita, applicando alla lettera l’insegnamento del Vangelo di Matteo: “Non siate troppo solleciti per la vostra vita, di quel che mangerete o berrete…”

Il primo Monte di Pietà
a Verucchio
E continuano ad esserci uomini di chiesa illuminati che sanno inventare nuove strade di aiuto. Per i poveri esclusi dal credito, che non potrebbero mai pagare i tassi del 60% chiesti dai banchi ebraici, i francescani ideano e diffondono i Monti di Pietà. Il primo ad essere stato fondato è quello di Verucchio (1493), seguito da quello di Rimini (1501), in ritardo di una trentina d’anni rispetto al resto dell’Italia, perché i Malatesta, grandi clienti dei banchi ebraici ne avevano tardato la costituzione. I Monti di Pietà si presentavano come istituti con fini solidaristici: accettavano come clienti solo i residenti nella città e nel relativo contado e ad essi consegnavano somme di entità piuttosto modesta, che i clienti si impegnavano a spendere per le proprie necessità e per ragioni moralmente ineccepibili. Poiché non avevano fini di lucro inizialmente i prestiti venivano dati senza interessi; in seguito, per non azzerare il capitale iniziale (cosa che capitò a Rimini già nel 1537) si accettò la linea sostenuta da Bernardino da Feltre che prevedeva la richiesta di un rimborso spese pari al 5%. Il capitale era costituito dai donativi dei membri della comunità cittadina, secondo le parole di Bernardino che insegnava che dare al Monte di Pietà era compiere le sette opere di misericordia, perché “con quel denaro si aiuta chi compra pane, vino, vestiti, medicine”.

Il Sinodo del 1477
e la prima visita pastorale
Segni di ripresa vengono anche dalla chiesa gerarchica, a partire dal vescovo Bartolomeo Coccapani (1472-1485). Nonostante le assenze prolungate per assolvere incarichi conferitigli dal papa riuscì a trovare il tempo di convocare nel 1477 un importante sinodo, il primo di cui ci restino gli atti, che rifonde in maniera organica e amplia la normativa degli altri cinque sinodi che si erano tenuti a Rimini a partire dal 1303. Il testo oltre a definire questioni giuridiche e normative si occupa della condotta di vita del clero, della celebrazione dei sacramenti, di questioni morali come l’usura e lo spergiuro. Al Coccapani si deve anche la prima visita pastorale (a Roncofreddo) di cui si abbia memoria. Altri tre Sinodi agli inizi del Cinquecento vennero convocati dai vescovi Vincenzo Carafa, Simone Bonadies e Fabio Cerri d’Anguillara a dimostrare l’esigenza di una riforma del clero, della sua moralità, disciplina e cultura.
Attraverso le “linee storte” della storia si stava preparando la grande stagione del Concilio di Trento. (12 - fine)

Cinzia Montevecchi
(Le precedenti 11 puntate sono state pubblicate settimanalmente dal n.9 del 4 marzo 2012)
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