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Un ‘incontro’ che ha cambiato la vita

07 marzo 2010

RIMINI: Lunedì 22 febbraio a 5 anni dalla morte di don Luigi Giussani, fondatore di CL, messa di suffragio in Cattedrale presieduta dal vescovo Francesco. Il carisma di “don Gius” e, accanto, quello di don Giancarlo.

“Fratelli, sorelle, amici di Comunione e Liberazione: attraverso il carisma di don Giussani, e, nella nostra Diocesi, del carissimo don Giancarlo, lo Spirito del Risorto ha aperto un nuovo, denso capitolo di grazia nella storia della Chiesa. Il Signore, che ha iniziato la sua opera in voi e attraverso di voi, la porti felicemente a compimento!”.
Così mons. Francesco Lambiasi ha concluso l’omelia della messa di suffragio in ricordo di mons. Luigi Giussani di lunedì 22 febbraio, a 5 anni esatti dalla scomparsa del sacerdote, avvenuta il 22 febbraio 2005. In numerose diocesi italiane si sono tenute analoghe celebrazioni in ricordo del fondatore di Comunione e Liberazione: tra queste una a Milano, presideduta dal card. Dionigi Tettamanzi (concelebrata dal presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, don Julian Carron), una a Genova, con il card. Angelo Bagnasco, e a Roma, alla presenza del card. José Saraiva Martins.
“Credere di non poter fare a meno di Cristo” è il titolo che il Vescovo di Rimini ha voluto dare alla sua omelia, che ha ripercorso il cammino di fede di don Giussani, sintetizzato in queste parole: “Il vangelo non è una teoria: è una storia. Cristo non è un’idea: è una persona. La Chiesa è un organismo, non una organizzazione. Il cristiano è un credente, non un semplice praticante. Cristiano è chi fa come Pietro: rimane abbagliato da Gesù, lascia tutto e lo segue. Cristiano è chi fa come Paolo: una volta afferrato da Cristo, cammina con lui, soffre e si spende per lui, si nutre della sua forza, si abbandona alla sua struggente dolcezza. In queste poche proposizioni si concentra tutta la polpa del messaggio cristiano. Ma è possibile azzardare una sintesi ulteriore di un nucleo già così ridotto all’essenziale? La risposta di don Giussani è stata: sì. Il DNA della fede cristiana trova il suo “genoma” in un avvenimento e in una persona: Gesù Cristo. Ecco le testuali parole del vostro indimenticabile fondatore:
“C’è un avvenimento, un fatto assolutamente originale eppur accaduto: un uomo si è detto Dio. Dio ha voluto rendersi familiare all’uomo - con tenerezza - come suo compagno di cammino verso il destino per cui l’ha creato, redimendone le debolezze, anche le più sproporzionate all’ideale. (…) Che Cristo sia Dio non è un reperto della ragione, ma è l’incontro con una umanità presente, eccezionale rispetto a tutte le altre, senza paragone corrispondente alle esigenze del cuore” (L’io, il potere, le opere, p. 273).
Nella festa della Cattedra di Pietro mons. Lambiasi ha poi ricordato il ruolo di Pietro, il primo che ha avuto “la coscienza di non poter fare a meno di lui, Gesù di Nazaret” e parlato del rapporto Cristo-Chiesa: “Gesù appare indissolubilmente associato alla “sua” Chiesa. Cristo e la Chiesa sono un solo, inscindibile mistero”. E credere in Cristo “significa non anteporre nulla e nessuno all’amore di Cristo, neanche i doni di Cristo, neanche le opere per Cristo”. E citando la prima lettera di Pietro (“la prima enciclica”) ha concluso che “credere la Chiesa significa accettare il servizio dei pastori - oggi, l’amatissimo nostro Papa Benedetto e il Vescovo pro tempore - “non perché costretti ma volentieri; non per interesse ma con animo grande; non come sudditi servilmente sottomessi, ma come collaboratori disponibili, attivi e volenterosi”.

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