RIMINI: La festa del lavoro del Primo maggio giunge quest’anno in un contesto particolare che si può definire d’incertezza.
La festa del lavoro del Primo maggio giunge quest’anno in un contesto particolare che si può definire d’incertezza. Un’incertezza che rischia di paralizzare tutti, perché deriva sia dall’esterno, dalla situazione economica e politica, sia anche dall’interno di noi stessi: per il lavoro non si sa veramente cosa fare. Un Primo maggio “attendista”, potremmo dire, ma lo stare alla finestra non ha mai veramente pagato.
La dottrina sociale della Chiesa non ha mai dimenticato il tema della centralità del lavoro, “chiave della questione sociale”, e non cesserà di riproporlo anche in questa occasione. Ma il contesto generale sembra orientato in tutt’altro senso. Qualche analista si sbilancia a dire che la crisi greca è solo la punta dell’iceberg e che altre bolle scoppieranno. In ogni caso di una cosa si può esser certi, ossia che ancora una volta il lavoro è passato in secondo piano rispetto alla finanza. Eppure non dobbiamo dimenticare che la crisi è nata proprio nel disprezzo per il lavoro e continua a produrre difficoltà occupazionali molto serie. Il superamento del momento più critico è avvenuto non solo mediante l’intervento degli Stati ma anche perché le imprese hanno ridotto i posti di lavoro. Ed ora che, si dice, il pericolo maggiore è stato superato, le imprese non tornano ad assumere, aspettano con cautela e preferiscono semmai investire in tecnologia, come si fa sempre nei momenti di difficoltà. Ecco perché, se una ripresa s’intravvede, essa non comporta un recupero di occupazione ma continua a nutrirsi di precarietà lavorativa. E il rischio evidente è che il lavoro torni non solo ad essere visto come “merce” - cosa che già la “Rerum novarum” condannava nel lontano 1891 - ma addirittura torni ad essere strumento di compressione dei diritti della persona anziché loro valorizzazione.
Eppure occorre non cedere alla rassegnazione. Questo Primo maggio dovrebbe parlarci di una progettualità incentrata sul lavoro. I singoli cercano di arrangiarsi, le famiglie fanno da ammortizzatore sociale, le imprese cercano di competere tirando fuori nuova grinta, ma servono anche progetti di ampio respiro, che non sono possibili se si coltiva dentro e fuori di noi l’incertezza. E tutto ciò vale per governo e sindacati.
Stefano Fontana