: Continua il viaggio del Ponte dentro la Rimini medioevale.
Continua il viaggio indietro nel tempo che il Ponte ha intrapreso due settimane fa, nella Rimini del ‘400. Dopo l’analisi della città con le sue mura, il porto e le porte, ora è tempo di entrare dentro le case cittadine degli antenati medioevali.
Il lavoro di Oreste Delucca, L’abitazione Riminese nel Quattrocento, Stefano Patacconi editore, segue un precedente lavoro che lo stesso autore dedicava alla casa rurale. E nello spiegare la peculiarità dell’abitazione in quanto tale, realizza un parallelo tra le due realtà. “Parlando della casa rurale, più volte l’ho definita come la sintesi delle esigenze abitative e produttive della famiglia contadina. In città cambia il contesto, ma non la sostanza: la casa continua ad essere cartina di tornasole attraverso cui si possono leggere la vita, il lavoro, le condizioni economiche, i problemi, l’indole, l’inventiva, la capacità di adattamento, le risorse interiori di una famiglia e dei suoi membri. I vari aspetti, nel breve come nel lungo periodo, trovano rispondenza nel modo di abitare la casa, di utilizzare i vari ambienti o elementi connessi, di adattarli ai bisogni, di coniugarli fra loro, di trasformarli o crearne di altri, nel limite che le disponibilità materiali e gli spazi consentono. È forse sotto questo aspetto che gli annessi divengono indicatori particolarmente preziosi, capaci di rivelare, attraverso le piccole cose, l’essenza del vivere urbano e della gente che popola le contrade e i borghi”.
Edifici ed annessi
La casa cittadina della Rimini medievale è una struttura complessa. Negli atti notarili di norma, si individua l’edificio principale (la casa vera e propria) più i vari annessi. Si definiscono annessi tutti quei corpi che non appartengono alla principale struttura edilizia, perchè ne sono separati sotto il profilo funzionale (è il caso frequente delle botteghe) o perchè ne sono distinti fisicamente (è il caso di tutti i corpi edilizi minori contrapposti o giustapposti a quello maggiore). Sono annessi, per esempio: gli orti, le cantine, i granai, le stalle, i cortili ecc.
Poi, tolti gli annessi esiste la casa vera e propria. È in questo contesto che più che in ogni altro è possibile leggere la cultura, le abitudini, le condizioni di chi abita un ‘tempo’.
“Dopo aver parlato a lungo del contenitore, è dunque doveroso parlare del contenuto che caratterizza le dimore quattrocentesche riminesi. Il supporto principale per questa analisi è dato dagli inventari post mortem chiamati generalmente infra quintam diem perchè fatti compilare dalle vedove entro cinque giorni dalla morte del marito, nel rispetto delle norme statutarie".
Di queste dichiarazioni post mortem non si può dubitare, visto che le vedove prima di pronunciarsi dovevano giurare solennemente. Una veridicità e serietà che viene ulteriormente confermata dal fatto che in molte dichiarazioni sono riscontrabili elementi aggiuntivi, posti in momenti diversi, successivi quindi, alla prima stesura. Un elenco preciso e puntuale, dunque. Una verifica minuziosa che oltre alle dichiarazioni della vedova si basa su una visione diretta del notaio dentro l’abitazione. Gli unici atti o elenchi di cose ‘meno precisi’ sono quelli che risalgono ai tempi della peste. In questa situazione di emergenza, infatti il notaio rimaneva sulla porta ed era la vedova a dettare da dentro la casa.
Una cultura non consumista
Scriverà Delucca: “Pur se le case cittadine si differenziano da quelle rurali perchè spesso appaiono dotate di un parco mobiliare più ricco e articolato, si registrano tuttavia alcune affinità che appaiono il frutto della fase storica piuttosto che della condizione individuale. Il primo aspetto riguarda l’estrema sobrietà ed essenzialità dell’arredo che caratterizza quasi tutte le dimore, in riferimento ai contenitori, agli utensili, alla biancheria. Le cose presenti nell’abitazione, sono lì perchè servono, perchè hanno un ruolo ben preciso; gli ornamenti e gli orpelli restano fuori dall’orizzonte culturale comune e risultano appannaggio di pochissime famiglie. Le descrizioni notarili raffigurano stanze piuttosto spoglie, per il numero ridotto dei mobili e degli oggetti, oltretutto quasi sempre addossati o appesi alle pareti (tramite nicchie, mensole, ripiani, asticelle, stanghe, ganci, chiodi); gli stessi letti registrano la frequente presenza della ‘cariola’, brandina dotata di ruote che si estrae soltanto alla sera. Perciò gli ambienti appaiono abbastanza vuoti, o comunque liberi al centro; il che si accorda con l’esigenza di utilizzarli per effettuarvi lavorazioni, oltre che per il transito verso i locali vicini, data la generale mancanza dei corridoi. Il secondo aspetto, in qualche modo collegato al primo, risiede nell’utilizzo prolungato dei singoli oggetti, fino alle estreme possibilità; e non di rado, quando la funzione primaria è compromessa da consunzioni o rotture, si ripiega su forme d’uso subordinate. Nella sostanza, il consumismo è un concetto assente nella mentalità del tempo”.
La zona notte
Ruolo prioritario dentro la casa, per lo meno stando a quello che viene riportato negli inventari, è ricoperto dal letto e di conseguenza dalla zona notte. Il letto presenta una struttura in legno. Può essere grande o piccolo, dotato o meno di ornamento, poggiato o meno su parti snodate o portatili. C’erano poi delle coperture imbottite prevalentemente con penne d’oca. Non di rado dentro le camere da letto era possibile trovare dei sacchetti pieni di materiale per rimpinguare i materassi. E infine i materassi, fatti con lana e altre stoffe. Vi è poi il saccone fatto di tessuto grossolano e ripieno di paglia, che veniva collocato sotto il precedente. Poi le classiche lenzuola e le coperte... e il letto è fatto.
Accanto al letto degli adulti e alla “cariola” che si tirava fuori all’occorrenza, c’erano i letti dei bambini, una o due culle con decorazioni e coperte colorate.
La zona giorno
Centro nevralgico della zona giorno è senza dubbio la cucina, luogo dove si preparano e (in parte) si consumano i pasti ma dove soprattutto c’è il fuoco. In realtà il fuoco è un elemento che trova posto in varie parti della casa: “L’insieme degli strumenti legati al fuoco, che rappresentano in qualche misura il nucleo di passaggio in quanto possono trovarsi negli ambienti più diversi: dagli stessi locali che ospitano i letti, alle sale, alle cucine, ai vani con destinazione plurima o indeterminata. Qui il focolare può servire da semplice riscaldamento, ma può essere utilizzato anche per la cottura di cibi. Nell’uno o nell’altro caso, le attrezzature strettamente connesse al camino sono le medesime”.
Per quanto riguarda la preparazione dei pasti, invece bisogna fare una netta distinzione tra il pane e tutto il resto. In quanto il primo è alimento base nel tardo Medioevo, tanto che nella cucina ci sono spazi e attrezzature che sono ad esso, esclusivamente, dedicati. Il pane veniva preparato in casa, mentre la sua cottura poteva avvenire in un forno domestico oppure in un forno pubblico. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Delucca sostiene che la cottura del pane a casa fosse cosa più frequente di quanto non emerga in modo esplicito. Sempre attingendo agli ormai famosi inventari post mortem si scopre che nelle case delle donne riminesi c’erano degli utensili utilizzati alla realizzazione di particolari alimenti diversi dal pane. Si scopre così, dell’esistenza di teglie da torta. "La torta o artoclea che dir si voglia, consiste in un involucro di pasta ripieno delle cose più diverse: carni, verdure, formaggi, uova e altre cibarie, singolarmente oppure in associazione tra loro. É una consuetudine di indubbio interesse, che esalta la possibilità di mettere a frutto la fantasia, di sperimentare varianti, di valorizzare quello che si ha a disposizione, anche gli ingredienti più umili e consentire di riciclare gli avanzi, affinché nulla vada perso e piuttosto recuperi un ruolo dignitoso"< /i>.
Oltre alle teglie, dagli inventari si sono rilevati presenze di teglieri grandi (dove si lavora la pasta), mattarelli, a volte un coperchio e quasi sempre un tagliere da utilizzare per portare la pietanza in tavola ( come fosse un piatto di portata).
Problemi di igiene...
Internamente e esternamente all’unità abitativa, potevano registrarsi nel Quattrocento, tutta una serie di problemi legati all’igiene. Per quanto riguarda la città: “Le condizioni igieniche della città medioevale, italiana ed europea, sono generalmente precarie e tali da determinare la intrinseca debolezza demografica". Rimini non fa eccezione. Per avvicinarsi più ai problemi del vivere quotidiano, bisogna però, entrare nelle case.
“In genere gli edifici hanno dimensioni modeste. Le stanze, oltre che essere piccole, ricevono poca luce e poca aria: perché hanno aperture ridotte e solitamente prive di vetri; perché si affacciano su cortili angusti, su anditi bui, su vie molto strette e quasi azzerate dalla presenza di balconi e sporti. Gli stessi materiali da costruzione, talvolta precari, offrono scarse capacità isolanti. Inoltre, l’esistenza di numerosi piccoli spazi fra una casa e l’altra, dettati dalle esigenze di stillicidio, è causa di ristagno delle acque e forte umidità, che corrompe i muri e penetra i locali”.
Ma non è solo questione di strutture, ma anche di buone abitudini. In più di un’occasione si leggono ordini e divieti che cercano di portare verso la strada ‘dell’urbanizzazione’, per evitare di gettare per strada carogne di animali o sangue, e scoraggiare chi utilizzava la fontana pubblica per lavare putretudini. Organizzati e funzionali lo saranno stati di certo. Puliti un pochino meno.
Angela De Rubeis