RIMINI: Un’analisi politica locale e non, fra il serio e il faceto
Aldo Cazzullo ha scritto un articolo interessante sulla “fine del pensatoio bolognese del Mulino”, quello dove è cresciuta e si è alimentata la “cultura politica” dei vari Andreatta, Matteucci, Prodi, Parisi, Padoa-Schioppa, poi divenuta “cultura di governo” fino al recente crollo (Corriere della Sera di domenica 27 gennaio).
“Meglio così”, chiosava Andrea, figlio di Beniamino Andreatta, vero artefice del progetto che avrebbe dovuto macinare nell’unica farina politica le molte anime (cattolica, massonica, liberal e comunista) del gruppo fondatore.
“Finalmente il Mulino ha la possibilità di sostituire l’apporto diretto dei suoi uomini alla politica con una funzione critica…”.
Detto altrimenti: bisognava poter dire che le scelte di Prodi facevano acqua, anche se “è dei nostri”.
Quello che colpisce è che sembra trattarsi dello stesso progetto che ha fatto nascere in provetta il neonato PD. E deve averlo ben capito il bravo Veltroni se, in vista delle elezioni, ha deciso di correre da solo scaricando scaramanticamente i partitini alla sua sinistra nel tentativo di occupare il fatidico “centro”. Bella semplificazione, non c’è dubbio. Che subito Berlusca ha imitato, rimanendo però zoppo di Casini e col cerino in mano di uno scivolone verso destra.
Ma a noi interessa un altro tipo di considerazione che non crediamo banale: quello della “confusione” che questo quadro ingenera nell’elettorato cattolico, ma non per nostalgia della Balena Bianca! Il cattolico, grazie a Dio, è libero di militare dove vuole - a sinistra, al centro o a destra - ma qualcosina in comune deve pur avere con i cattolici di opposto schieramento… (per esempio la fede in Gesù morto e risorto).
Sono personalmente fra i cosiddetti “fondatori” del PD e ho contribuito a formare a Rimini la lista Bindi, detta dei “democratici davvero!” e mi domando come la “semplificazione” perseguita da Veltroni possa compiersi anche all’interno del nuovo Partito: dove “coabitano - con vere e proprie organizzazioni (segrete) parallele le molte anime di cui al “Pensatoio del Mulino” - quella ex-comunista dei Diesse (Chicchi) e quella ex-democristiana della Margherita (Vichi), per non dire di altre. E dove la logica è ancora rigorosamente, tassativamente, insindacabilmente spartitoria. Lo vedremo presto nelle liste elettorali, ma non è questo che deve interessarci…
La domanda è, se possibile, ben più osé: visto che di coabitazione di varie anime si tratta, addirittura all’interno dei due massimi schieramenti, cosa impedisce di pensare come possibile un “Governo trasversale di coabitazione”?
Chi mi conosce sa che da tempi non sospetti sostengo come sia forse lecito, ma certamente improduttivo, e non molto intelligente, governare con il 50% più un pugno di voti, chiunque sia a governare, centrosinistra o centrodestra: perché è questo sistema che genera i Mastella e rende indispensabile (e ricattatorio) il loro pugno di voti. Non mi piace la politica assimilata al calcio, dove una delle due squadre deve per forza vincere anche a costo di corrompere gli arbitri, per aggiudicarsi lo scudetto. Non mi piace il fa e disfa, da un Governo all’altro.
E resto convinto d’altra parte che sarebbe una truffa pensare di bypassare il problema con un qualsivoglia “premio di maggioranza” elaborato da una nuova Legge elettorale che molti avrebbero voluto preliminarmente alle elezioni: peggio il taccone legislativo dell’oggettivo buco democratico che avrebbe voluto riparare.
In un paese sistematicamente diviso a metà è inutile scagliare l’anatema cattocomunista del compromesso storico e dell’inciucio: bisognerebbe imparare a governare “assieme”, nelle rispettive “diversità”, per il bene di tutti. Perché? Ma perché di fatto già noi “coabitiamo” nella realtà di tutti i giorni, in maniera malsana: l’attuale coabitazione è intesa come pedaggio, come balzello pagato all’opposizione affinchè non rompa il giocattolo dall’equilibrio precario. Basta guardare alla realtà riminese dove l’asse DS-CL ha caratterizzato almeno due legislature di chemioterapia politica.
Basterebbe invece far emergere le pattuizioni sommerse, obbligandole a confrontarsi pubblicamente con i problemi e con le relative soluzioni proposte dai Partiti in lizza. Dimezzando eletti, dicasteri, assessorati: in modo che le due metà del cielo politico si confrontino in campo aperto, esposti al giudizio e al controllo democratico dell’elettorato.
La coabitazione a cui penso è quella basata sulla “competenza” e sulla “pertinenza” degli incarichi: Economia a Berlusconi, Interni ad Amato, Esteri a Casini, Servizi sociali a Bertinotti, Istruzione alla Moratti, Giustizia a Rosy Bindi, Finanze a Tremonti, Università a Buttiglione, Forze armate a Livia Turco, Agricoltura a Prodi…!
Naturalmente scherzo, non si tratta di Fantapolitica, ma di un esercizio di intelligenza politica: perché non mi stupirei che un Governo di Grande Coalizione risultasse alla fine più “omogeneo” di uno qualsiasi dei recenti Governi di Centro-sinistra e di centro-destra…
Quanto alla cultura, la mia proposta è da sempre che diventi “senza portafoglio” in senso stretto: Ministri e Assessori con competenza diffusa su tutti gli altri Ministeri e Assessorati, con capitoli di spesa quantificati a percentuale sui bilanci di tutti gli altri Dicasteri e Assessorati. Insomma una specie di CIPAC, Comitato Interministeriale per la Promozione e l’Approfondimento Culturale nei vari settori di intervento della politica. Perchè cultura è tutto, non una gabbietta dorata per canarini-intellettuali o per artisti in attesa di commesse: è un bel Convegno sulla cultura cimiteriale, una pubblicazione sulle fognature in epoca romana, un Learning Object sulla bellezza delle tasse…
E Dio sa che la politica ha bisogno come non mai di cultura. Propongo un “Pensatoio riminese” della politica. Con esame d’ammissione.
Mario Guaraldi