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Perché i malati abbiano Cittadinanza

25 aprile 2008

RIMINI: Quattro professionisti riminesi e un prete: 9 anni fa nasceva l’associazione. Obiettivo: togliere al malato mentale la maschera della vergogna

Quando Nenad ha chiamato su di sé le telecamere, i giornalisti si sono preoccupati di spegnere microfoni e riflettori. Lui si è ribellato come i ragazzini sanno fare. "Voglio mandare un messaggio ai bambini normali. - è stato l’esordio - Al contrario di quel che credete, non siamo aggressivi, non facciamo del male a nessuno. E questo paese senza di noi non sarebbe lo stesso".
Madlen gli è quasi coetaneo, ma ha trascorso buona parte dell’infanzia e della giovinezza in un istituto residenziale: dentro il manicomio, la sindrome di Down si è ulteriormente aggravata con comportamenti autistici. La perdita della vista, però, la deve soltanto alle percosse subite all’interno dell’istituto. Grazie ai volontari, Madlen si è lasciato alle spalle il manicomio: frequenta un centro diurno con progressi così tangibili che molti disturbi comportamentali sono solo un ricordo.
Nenad e Madlen sono due ragazzi serbi, due dei tanti minori che Cittadinanza incontra nella sua attività in giro per il mondo, là dove ci sono malati di mente abbandonati ad una realtà di dolore, di povertà e spesso di diffidenza. “Il sofferente mentale è una persona e un cittadino di seconda categoria. Malati che quando sono assistiti ricevono cure in strutture più simili a lager che a istituti di riabilitazione, o semplicemente segregati in casa, nascosti dietro ad una maschera della vergogna, senza diritti e vittime di soprusi. Ultimi degli ultimi. Maurizio Focchi è un imprenditore di successo che gira il mondo senza rinnegare gli studi in Medicina e Chirurgia. Questa passione gli fa incontrare alcune esperienze di cura e riabilitazione in America Latina. È il 1999 quando attorno al sostegno dei disabili mentali in povertà coagula altri quattro riminesi come lui: l’avvocato Carlo Compatangelo, il fiscalista Teto Gambetti, il medico Paolo Assirelli e don Pier Giorgio Farina. Nasce l’associazione “Cittadinanza”. La mission è chiara: "offrire una prospettiva di vita migliore a chi soffre di patologie psichiche nei paesi a basso reddito". Nove anni dopo, Cittadinanza - grazie alla stretta collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità - questi progetti li sviluppa e li sostiene per davvero in Albania, India e Serbia. Il primo intervento è in India: insegnare a 80 volontari di una zona rurale le basi rudimentali per la diagnosi, la distribuzione di informazioni e di medicinali. Oggi quattro signore, ex agricoltori, fungono da assistenti sociali e girano nei villaggi per aiutare i malati.
"In Serbia la vergogna è tutt’altro che sconfitta” prosegue Focchi. Qui esistono 62 grandi strutture che raccolgono fino a 1.200 pazienti ciascuna. Circa 8.000 sono i bambini oggi “sepolti vivi” fra quelle mura, respirando aria e odori insopportabili, immersi in sporcizia, rubinetti di acqua gelata, fumi del rancio e muffa dei muri scrostati. Molti minori presentano segni di denutrizione, pelle piagata, e subiscono l’uso delle camicie di forza. In Albania gran parte dei bambini (36mila tra gravi e meno gravi) vive segregata in casa o in isolamento. A Berat 39 minori risiedono in un manicomio in assenza di igiene e cure, e senza contatti con l’esterno.“
“Confesso: del gruppo fondatore sono quello che lavora meno in seno all’Associazione" si scusa don Pier Giorgio Farina. Parroco nella popolosa Villa Verucchio, il sacerdote a Cittadinanza ci è arrivato grazie all’amicizia con Focchi e all’interesse comune per: "psicologia e situazioni di disabilità. Cittadinanza è una bella realtà, nella quale convivono sensibilità sociali e sensibilità religiose. Purtroppo per mantenere efficiente una macchina del genere, si devono sostenere alte spese organizzative"
Cittadinanza si sostiene con finanziamenti privati: 150mila euro nel 2007. Nel 2008 ha progetti per 250mila euro ed è una delle "sole tre ong italiane ad occuparsi di sanità mentale, insieme a GRD e Aifo” spiega Annalisa Formiconi. Marchigiana d’origine, 41 anni, è una delle quattro persone (tutte donne) impiegate nell’associazione. “Il primo muro da abbattere è la scarsa sensibilità attorno al tema”avverte. “Sviluppiamo le qualità residue dei malati, non soffermandoci su quelle già perdute. - rilancia Focchi - L’affetto, il sostegno dei familiari e l’integrazione fanno il resto”.
Non ha bacchette magiche ma certezze che vengono dall’esperienza sul campo. E le enumera, il direttore scientifico Anita Marini. “Primo: migliorare la qualità della vita di chi è rinchiuso nei manicomi. Poi differenziare gli investimenti sanitari verso la realizzazione di servizi diffusi sul territorio. Da ultimo, dimettere i pazienti dagli ospedali bloccando nuovi accessi"
Chiudere i manicomi e investire in servizi comunitari è una battaglia prima di tutto culturale, alla quale Rimini offre un contributo importante. Un gruppo di responsabili sanitari serbi in visita in Italia, ha scelto proprio i centri riminesi della Locomotiva e della Formica quale modello da impiantare. Un passo importante è l’integrazione scolastica. "In Serbia siamo riusciti a portare a scuola tre bambini” sospira il presidente, sulla cui agenda c’è una frase cerchiata in rosso: “Albania: aiutare i bambini reclusi in casa”.

Paolo Guiducci

451985

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