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Neuroscienze e uomo, dov’è il libero arbitrio?

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Lo sviluppo tumultuoso delle scienze che studiano il sistema nervoso suscita molto interesse. Si cerca di comprendere non solo come esso lavora, ma anche le condizioni di sanità, di come accada che esso non funzioni adeguatamente. Da qualche tempo i risultati di molte ricerche mettono in discussione le idee del senso comune e fanno problema.

Su questi temi e le loro implicazioni, il professor Andrea Lavazza, senior Research Fellow al Centro Universitario internazionale di Arezzo ed editorialista del quotidiano “Avvenire”, terrà una pubblica conferenza alla “Fondazione Igino Righetti”, nell’aula magna ’Maria Massani’ (via Cairoli 63), che era prevista in origine lunedì 9 marzo alle ore 17 (ma è stata posticipata a data da destinarsi a causa delle precauzioni Coronavirus) sul tema “Neuroscienze e libero arbitrio”.

Lavazza è uno specialista assai noto di neuroscienze e neuroetica, con il dono della capacità di divulgare argomenti difficili, e ha al suo attivo una serie di articoli e di volumi dedicati al tema che tratterà alla “Righetti”. Gli abbiamo posto alcune domande, consapevoli dell’interesse che suscita l’argomento.

Prof. Lavazza, può dirci in che senso le neuroscienze e le scienze cognitive pongono nuovi interrogativi?
“Esse pongono in discussione le idee ordinarie sulla natura dell’azione consapevole, della razionalità e della libertà. Il soggetto uomo, si dice, è depotenziato da una molteplicità di agenzie neuronali del cervello che si orientano e decidono sulla base di logiche e meccanismi ben diversi di quelli che normalmente attribuiamo a noi stessi”.

E questo cosa comporta?
“Cede un cardine della concezione dell’uomo che si è affermata in Occidente sia in ambito filosofico sia in ambito religioso. Tale concezione attribuisce alla persona umana la capacità di esercitare il libero arbitrio, controllando razionalmente le proprie decisioni e i propri atti (ed essendo per questo responsabili, meritevoli quindi di lode o di biasimo). Per la maggior parte degli studiosi contemporanei gli stati mentali coscienti sono «agganciati» ai loro correlati neuronali. La libertà è allora un’illusione”.

Ma non si avverte che si ha un indebolimento della dignità umana?
“Come la consapevolezza, dicono alcuni scienziati, di non essere al centro dell’universo o al picco della evoluzione, così anche la constatazione che non siamo liberi può essere accettata guardando ai suoi aspetti positivi”.

Prof. Lavazza, può fare un esempio di questa positività?
“Nello svanire dell’idea di libero arbitrio alcuni vedono un guadagno in termini del superamento dell’idea che la pena debba essere pensata in proporzione alla colpa che tanta sofferenza provoca nei condannati; oppure si parla della eliminazione della «rabbia morale» che avvelena le esistenze ponendo tutta l’enfasi dei rapporti interpersonali sul merito e la colpa di ciascuno, in base ai quali dare ricompense o punizioni. Sulla stessa linea si muovono gli studiosi che approvano la rinuncia alla nozione di «giusto merito» e si spingono a ipotizzare società più giuste, superando la giustificazione delle diseguaglianze con i successi o i fallimenti individuali. Senza responsabilità, che cessa in assenza di libero arbitrio, si avrebbero comportamenti più compassionevoli perché chi è toccato dalla cattiva sorte non ha colpe da scontare, ma dovrebbe ricevere simpatia e sostegno da chi è stato soltanto più fortunato. Si passerebbe dalla politica del «merito alla politica dell’umanità»”.

Dovremmo quindi arrenderci a questa visione naturalistica e deterministica della persona?
“All’incontro presso la ’Righetti’ mostrerò come controbattono queste tesi coloro che ritengono di dover difendere l’idea che le persone agiscono in base a ragioni delle quali devono dare conto l’una all’altra. In modo paritario”.

Tommaso Cevoli

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