Il Ponte

Mutoko piange “Mamma Marilena”

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Telefonate a raffica di amici, collaboratori, pazienti e semplici conoscenti. Un articolo composito del quotidiano nazionale News day, i dispacci dell’Ufficio Comunicazioni della Diocesi di Mutoko, le condoglianze personali dell’arcivescovo Robert Christopher Ndlovue e la notizia diramata dalla direzione sanitaria provinciale per il Ministero della Salute. La scomparsa di Marilena Pesaresi non è davvero passata inosservata. E non poteva essere diversamente per una dottoressa e missionaria che ha speso oltre mezzo secolo fra Zambia e Zimbabwe. Come vuole la tradizione locale, a Mutoko si sta ora preparando una messa e un ricordo in suo onore.

E già infermieri, collaboratori e soprattutto pazienti hanno iniziato a contribuire per questo momento pubblico di commiato e ricordo, con messaggi e realizzando magliette e cappellini con stampigliate immagini del “leone che sa”.
“Ci ritroveremo tra febbraio e marzo, attorno all’altare della missione di Mutoko per una messa in memoria di Marilena per ricordarla insieme pregando e facendone memoria. Sarà un grande momento di comunità”.

Massimo Migani, 41 anni, è il medico odontoiatra che da Marilena Pesaresi ha preso il testimone al Luisa Guidotti Hospital e nella missione diocesana a Mutoko.

Sei stato dal 2010 accanto a Marilena Pesaresi “per conto di Dio”.
“In realtà, proprio come accade nella staffetta, Marilena mi ha passato il testimone senza fermare la sua corsa, che si è soltanto rallentata. Abbiamo corso insieme, affiancati in maniera sempre più decisa da suo fratello Tonino Pesaresi”.

Come andrà avanti il Luisa Guidotti Hospital e la missione All Souls ora senza Marilena?
“Continueremo l’opera con lo stile e il servizio che ci ha indicato con la sua vita. In questa avventura non siamo soli: ci accompagnano tutti gli amici di Rimini e la famiglia di Marilena”.

La sua è comunque una perdita importante.
“Tutti sapevamo delle condizioni precarie della dottoressa Pesaresi, il contatto con Tonino era periodico. La sua morte ha suscitato comunque commozione e dolore, momenti di profonda partecipazione emotiva che si sono tramutati in un coinvolgimento positivo culminato nella celebrazione delle esequie, la festa del Paradiso. Abbiamo partecipato in diretta video al funerale in una sala appositamente approntata all’interno della missione.
Con fede e dopo un umano momento di turbamento, ci siamo resi conto di dove Marilena è andata: saperla nelle braccia del Padre è sentirla ancora con noi”.

Com’è stata vissuta la notizia a Mutoko?
“Confesso: non è stato facile dare la notizia. Sabato, un’ora avanti rispetto all’ora italiana, nel pieno del pomeriggio. Clara, una delle «figlie» di Marilena, preziosa collaboratrice nell’amministrazione del «Luisa Guidotti Hospital», è stata la prima persona a cui ho annunciato la notizia. Era scioccata. Tutti a Mutoko erano animati dal desiderio di poterla incontrare ancora. Più d’uno in queste ultime due stagioni aveva manifestato il desiderio di andarla a trovare in Italia, un’aspirazione ancora non concretizzata. Marilena è sempre stata presenza viva, ora Mutoko vive nella consapevolezza che lei è con noi, per sempre”.

Era una donna forte, dal carattere deciso. Qual è stato l’ingrediente che ha reso possibile – anzi speciale – la vostra convivenza?
“Ci sostenevamo a vicenda facendo famiglia prima ancora di diventarlo ufficialmente con il mio arrivo definitivo in Zimbabwe.
Il nostro rapporto era fatto di preghiera e di confronto: come in ogni vera famiglia il rapporto era bello e libero, vero e profondo.
Quando ormai si delineava chiaramente il passaggio di consegne e a me veniva richiesto di continuare ciò che Marilena aveva avviato, alla vigilia della domenica delle Palme 2015, e al termine di una Quaresima particolarmente impegnativa, avemmo un bellissimo dialogo nel soggiorno di casa sua. Le dissi: «Marilena, vado avanti, e proseguo la gestione della missione, solo se tu sei con me». Con commozione, questa frase la ripeto ogni giorno”.

Mutoko senza Marilena. E Rimini che ruolo può recitare ancora in questa missione?
“Non si può parlare di All Souls Mission e dell’ospedale senza parlare di Luisa Guidotti. Non si può parlare del Luisa Guidotti Hospital senza parlare di Marilena: sono le nostre patrone!

Allo stesso tempo, il Luisa Guidotti Hospital non c’è senza Marilena e senza Tonino Pesaresi. La giornata di Marilena non iniziava senza preghiera e senza la telefonata al fratello o alle sorelle. Lei prendeva energia dal rapporto con la famiglia: questo legame deve continuare.

La capacità di Marilena (una tra le tante, per la verità) è stata quella di coinvolgere molte persone e non solo di Rimini (come abbiamo notato in Cattedrale), ma in primis la sua famiglia.

La casa di Marilena era Mutoko, e lei ha sempre desiderato tornare qui ma va anche detto che lei ha sempre sostenuto che quando sarebbe arrivato il momento, il suo desiderio sarebbe stato quello di rientrare a Rimini dalla famiglia che l’ha inviata, com’è pure nella tradizione Shona. Era giusto ritornare a Rimini, dalla Chiesa che l’ha inviata e dalla famiglia che l’ha generata, sostenuta e accompagnata”.

Un episodio che racchiude la “tua” Marilena.
“Più che una singola circostanza, i momenti trascorsi insieme alla fine della giornata in cappellina. Recitavamo i vespri e restavamo a colloquio a chiusura della giornata. «Ogni giorno è un giorno che nasce e finisce, e nel quale il Signore ci ha accompagnato» diceva Marilena. Se la giornata era stata pesante, ci confortavamo a vicenda, se gioiosa ci scambiavamo battute, mettendo tutto nelle mani del Signore”.

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