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Monachesimo e Mistica al femminile

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“Monachesimo e Mistica al femminile a Rimini” è il tema proposto all’interno del seicentesimo anniversario della fondazione dell’Abazia di Scolca. Relatore don Gabriele Gozzi, Vicedirettore e docente di Storia della Chiesa all’ ISSR “A. Marvelli”. Un argomento che il don Gozzi ha introdotto con un’ampia circoscrizione storica, partendo dal Medio Oriente e arrivando fino a noi. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Il monachesimo femminile, nella sua nascita e nel suo sviluppo, segue le tracce di quello maschile?
“No, fin dalle fasi iniziali si differenzia in maniera chiara: alcune donne, vergini e vedove, seguendo i consigli di Paolo, nelle Lettere ai Corinzi e a Timoteo, scelgono una via di castità all’interno delle mura domestiche; vergini sono le quattro figlie del diacono Filippo, nel racconto degli Atti; di vergini parla anche Ignazio di Antiochia in una lettera indirizzata alla chiesa di Smirne e Policarpo scrive ai cristiani di Filippi definendo le vedove “altare di Dio”.”

Quindi troviamo testimonianze già agli albori della cristianità.
“Certo. Successivamente emerge la necessità di dare forma e connotazioni precise a questi gruppi; ecco allora i primi grandi trattati dei Padri della Chiesa: Tertulliano nel 207 compone il De virginibus velandi, mentre Cipriano imbastisce uno schema di vita per le vergini che decidono di consacrarsi a Dio. Ma il primo a costituire una vera e propria comunità monastica femminile è san Pacomio, fondatore del monachesimo cenobitico. Alla sua morte sono stati fondati nove monasteri, tre dei quali femminili e uno di questi conta oltre 400 donne che vivono in castità, povertà e preghiera”.

Fin qui siamo in oriente, ma questa esperienza come è arrivata nei territori occidentali dell’Impero?
“Il primo cenobio occidentale vede la luce a Roma ed è costituito da vedove e vergini di estrazione aristocratica che si riuniscono nella villa della vedova Marcella, prima figura di un monachesimo femminile associato in occidente. Dopo aver rinunciato a lusso e ornamenti, trasforma la sua domus in un centro di elevato misticismo. Quella di Marcella, morta nel 410, è la prima fondazione femminile in occidente”.

E nel resto dell’Italia, fino ad arrivare a Rimini?
“Il movimento religioso delle nobildonne va estendendosi sempre più anche verso il nord della penisola, toccato dall’azione evangelizzatrice di Sant’Ambrogio. Nel De verginibus il vescovo di Milano enumera e illustra una serie di consigli per abbracciare e vivere la vita consacrata: provvedere ai propri bisogni e a quelli dei poveri attraverso il lavoro manuale, digiuno e mortificazione, evitare di comparire in pubblico, eliminare le chiacchiere inutili e i banchetti.
Gli insegnamenti di Ambrogio si traducono in un modello di ascetismo domestico inteso come nuovo nucleo familiare di tipo fraterno, dove i legami sono quelli della spiritualità. È davvero un concetto nuovo che solo l’esperienza benedettina, successivamente, renderà universale. Intorno a questo modello di monachesimo cominciano a nascere comunità di vergini consacrate in quella che è oggi la Pianura Padana: Piacenza, Bologna, Ravenna e altri centri della Toscana“.

Quali sono le più antiche testimonianze che riguardano Rimini?
“In una lettera scritta sul finire del VI secolo il papa Gregorio Magno ordina a Castorio, vescovo della città, di rispettare i privilegi del Monastero dedicato ai santi Andrea e Tommaso, situato non molto lontano dall’odierna chiesa di san Giovanni Battista. La lettera del papa è estremamente importante, perché attesta una precoce diffusione del monachesimo a Rimini: siamo agli inizi del VI secolo. L’aspetto interessante è il solido legame che questa realtà instaura e mantiene nel tempo con la città”.

Può spiegare meglio questo aspetto?
“Il monachesimo riminese si configura con caratteristiche urbane, proiettato all’interno del contesto cittadino. Oltre al suddetto monastero dedicato ad Andrea e Tommaso, abbiamo il complesso di San Gaudenzo, che sorgeva lungo la via Flaminia dove oggi c’è il Palazzetto dello Sport, e il monastero dei santi Pietro e Paolo, che poi verrà dedicato a san Giuliano, situato sulla via Emilia appena fuori dalla cinta muraria.
Fin dalle origini da questi tre luoghi di culto si generano altri ambiti che permettono ai monaci il contatto con la popolazione: pievi, chiese e ospedali. Nuovo impulso e nuovo slancio si ha con la nascita degli ordini mendicanti, nati attorno al 1200, e con le figure di due grandi fondatori, San Francesco e San Domenico; gli insediamenti riminesi a loro dedicati vengono preceduti dalla presenza in città di singoli predicatori itineranti, come il francescano Antonio di Padova e il domenicano Pietro da Verona”.

Ed è in questo momento che Rimini accoglie le Clarisse.
“Esatto. Particolarmente precoce è l’arrivo delle Clarisse, ramo femminile legato alla spiritualità francescana. Decisiva la donazione fatta dal riminese Benno, nel 1253, con lo specifico intento di fondare un monastero di damianite, cioè di sorelle di san Damiano (le Clarisse si chiamano così all’inizio). Il monastero viene fondato appena fuori dalla porta di sant’Andrea “in loco qui dicitur Mirasole”. La costituzione di questa esperienza femminile avviene con il consenso del vescovo e addirittura con la ratifica di papa Innocenzo IV. Un secondo insediamento è documentato a cavallo del 1200 – 1300 nel quartiere di sant’Andrea; più tardivo, e di breve durata, è l’arrivo delle monache domenicane, volute dal vescovo, Girolamo Fisici, frate predicatore. Il 7 maggio 1326 si compiono i passi necessari per costruire un monastero femminile da dedicare a santa Caterina. Risulta, invece, molto difficile seguire con certezza le tracce del movimento femminile agostiniano, anche se sappiamo che una comunità viene fondata, tra il 1420 e il 1424, ad opera di Michelina da Sannazzaro”.

Una ricchezza non indifferente.
“Con la loro presenza e la loro spiritualità questi insediamenti monastici influiscono molto sulla religiosità della nostra città. La tradizione ha a lungo accostato all’ordine francescano la straordinaria figura della beata Chiara da Rimini, conosciuta come Chiara Agolanti, che è il personaggio femminile più carismatico del Medio Evo riminese. Nonostante gli stretti rapporti che ebbe con l’ordine francescano, la sua fondazione nasce in maniera autonomo e viene trasformata in monastero di Clarisse solo nel 1522. La sua vita ci è descritta da alcune leggende che ce la presenta come una figura femminile caratterizzata da una personalità multiforme: la ricca signora amante della bella vita si fa serva di Gesù in un modo estremo, con scelte radicali e manifestazioni non sempre accettate dai contemporanei. Quando muore, fra il 1324 e il 1328, viene sepolta nella chiesa del convento di Santa Maria degli Angeli da lei voluto”.

Oltre a Chiara esistono altre figure di donne che abbracciano la vita monastica in questo periodo?
“Tre donne in particolare. La prima è la figura, di una ragazza che in un primo momento si definisce con il nome di Giulia poi, da un certo punto in avanti, si fa chiamare Giuliana. Le notizia di cui disponiamo sono poche. Vissuta fra il 1342 il 1430, nel maggio del 1373 viene colpita all’improvviso da una malattia dalla quale guarisce solo dopo che il sacerdote, al suo capezzale, le mostra il crocifisso. Seguono 16 rivelazioni che riporta per iscritto e commenta. Al centro di questo documento scritto c’è la totale bellezza dell’amore divino. Ispirata da questo amore, Giulia opera una scelta estrema: come una anacoreta, vive all’interno di una piccola cella collocata in prossimità del monastero di san Giuliano. Da qui in avanti si fa chiamare Giuliana, forse in onore del grande martire. È nella solitudine abitata da Dio che compone le Revelazioni, scritto che contiene un messaggio di ottimismo fondato sulla certezza di essere amati da Dio e protetti dalla sua provvidenza.
Fra il Quattrocento e il Cinquecento troviamo la testimonianza di una monaca clarissa, Chiara d’Amato, figlia di nobili, originaria di Camerino. Questa monaca vuole trasformare tutta la sua vita in un venerdì santo; si impegna a versare almeno una lacrima ogni venerdì in ricordo della crocifissione e morte di Cristo. Raccomanda qualcosa che per lei è essenziale: il raccoglimento continuo, l’aver sempre Dio nella mente perché, scrive, “l’aver Dio nella mente santifica, illumina, scalda il cuore, frena i peccati degli animi”.
Un’altra figura femminile sui generis vive fra il 1674 e il 1707. Questa volta si tratta di una laica completamente analfabeta, Gaetana Mellini. Nella povertà, vive una esistenza completamente casalinga: lava i piatti, rammenda, fa la maglia. Uno stato di vita consacrata vissuto nella quotidianità più comune ed è per questo che Gaetana risulta essere una figura interessante, sicuramente da approfondire, e “moderna” nella sua tipologia di scelta”.

Rosanna Menghi

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