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Mobilità sanitaria: si viene e si va

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La svolta è stata annunciata nel novembre 2015 quando il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha annunciato l’arrivo di un emendamento alla legge di stabilità che avrebbe permesso ai cittadini italiani di scegliere dove curarsi. In questo modo tutti gli ospedali sul territorio nazionale venivano autorizzati ad ospitare pazienti da fuori regione. Legato ad un altro emendamento sui piani di rientro e i deficit economici delle strutture sanitarie, di fatto l’introduzione di questa possibilità andava incontro al diritto costituzionale di scegliere dove curarsi. Queste le premesse. Lo scorso 10 ottobre ad appena un anno dall’annuncio arrivano i primi bilanci, le prime valutazioni e i primi “passi indietro”. Il caso più rilevante è quello della Lombardia che ha pensato di porre un freno ai ricoveri fuori regione, poiché ha stimato che il 60% dei pazienti (120mila) accolti nelle strutture private della regione è arrivato da fuori. Situazione simile a Roma, meta prediletta dei pazienti in arrivo dal meridione d’Italia. A livello economico c’è un passaggio di rimborsi per le cure da una regione all’altra, da un’Ausl all’altra. In poche parole se un paziente riminese va a curarsi a Milano è la sanità romagnola a pagare le sue cure all’ospedale milanese. E viceversa.
Cosa accade in Emilia Romagna? E nel distretto sanitario romagnolo?
Lo abbiamo chiesto a Saverio Lovecchio, direttore distretto di Rimini e coordinatore direttori di distretto di Ausl Romagna.

Professor Lovecchio cominciamo con l’inquadrare il fenomeno. Quali i numeri? Da quali regioni provengono?
“Nei primi 11 mesi del 2016 le strutture sanitarie ospedaliere dell’ambito provinciale di Rimini hanno registrato complessivamente un numero di dimessi (pazienti residenti fuori Romagna) di 5.695 di cui 5.089 provenienti da altre regioni o dall’estero. Una grande parte di questi pazienti provengono dalle vicine Marche.

Quali sono i ”reparti” che attirano di più?
“Le principali aree per le quali pazienti di altre parti d’Italia afferiscono alle strutture sanitarie di Rimini sono l’area ortopedica, quella ostetrico-ginecologica e quella chirurgica-polispecialistica. A tal proposito si può ricordare che il polo materno infantile di Rimini rappresenta il punto di riferimento per l’intera Ausl Romagna, così come l’unità operativa di Chirurgia della Spalla e del Gomito di Cattolica, per quanto riguarda la chirurgia ortopedica dell’arto superiore; parliamo di 909 pazienti che arrivano da fuori Regione e 176 dalla nostra regione ma fuori dal distretto romagnolo. Segue Ostetricia e ginecologia con 554 pazienti da fuori, e tutti gli altri a seguire”.

A livello economico, quanto ci guadagna il nostro distretto sanitario?
“È improprio, in questi casi, parlare di guadagni poiché le regioni o i territori di riferimento riconoscono all’Ausl Romagna un importo tariffario regionale per tipologia specifica di ricovero che copre normalmente i costi sostenuti per quegli interventi. Va poi tenuto presente che tra Regioni vi sono spesso dei tetti di spesa predefiniti”.

Qual è il motivo di tali migrazioni?
“Oltre alla prossimità geografica (va ricordato che Rimini è un territorio di confine rispetto alle Marche), questi reparti offrono prestazioni con livelli qualitativi elevati che evidentemente destano grande fiducia. In particolare per quanto attiene alla chirurgia della spalla e del gomito, all’unità operativa di Cattolica afferiscono casi molto complessi e non raramente casi operati in altre strutture sanitarie il cui esito è stato negativo. Rispetto all’area ostetrica, non vi è dubbio che essere Centro Hub della Romagna con una Terapia Intensiva in grado di assistere neonati di qualsiasi peso e con tutte le Specialità necessarie per affrontare le emergenze neonatali e materne, rappresenti un riferimento di qualità e sicurezza”.

Come commenta il trend del fenomeno negli ultimi anni?
“Si tratta di un trend sostanzialmente costante che conferma l’alto grado qualitativo delle nostre strutture e dei professionisti che vi operano”.

Vi sono criticità nella gestione di questi flussi migratori?
“Non vi sono particolari criticità, anche perché per la maggior parte si tratta di prestazioni programmate e non in urgenza; ovviamente i servizi sono organizzati per dare risposta al numero di prestazioni richieste anche se l’attenzione al miglioramento continuo dei percorsi diagnostico-terapeutici ed alla sicurezza delle cure richiede un impegno continuo”.

Quali sono invece le scelte sanitarie dei riminesi che scelgono altre regioni per curarsi?
“Sono circa un migliaio i riminesi che nello stesso periodo hanno deciso di affidarsi alle cure di strutture fuori Azienda. Una metà di tali prestazioni sono state effettuate presso il Policlinico Sant’Orsola di Bologna, l’altra metà in altre strutture dell’Emilia Romagna. Il trend è comunque in riduzione: a livello di Azienda USL nell’ultimo anno si è verificato un calo dell’export sanitario circa del 6%”.
I dati dell’export sono positivi ma, in merito, non abbiamo informazioni dettagliate rispetto alle cure che i riminesi fanno fuori dalla Romagna.

Angela De Rubeis

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