Il Ponte

Il mio Kurdistan iracheno

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Discriminazioni, genocidi, “soluzioni finali”, ghettizzazione e privazione dell’indipendenza e dell’autonomia. Sono alcuni dei concetti più aberranti che il pensiero umano è in grado di concepire e, ancor di più, mettere in pratica, e che richiamano alla memoria quelli che sono i momenti più bui della nostra Storia. Anche solo un singolo individuo che si trovi a dover vivere una di queste situazioni rappresenta una ferita per l’umanità. Ma c’è un intero popolo che nel corso della propria esistenza si è trovato a doverle affrontare tutte, nel silenzio della Storia: è il popolo curdo. Menzionati da giornali e telegiornali, e spesso di sfuggita, come eroici alleati nella guerra all’Isis, vengono prontamente dimenticati dal virtuoso Occidente quando questa non ci dà più fastidio, e quando la Turchia di Erdogan (ricordiamolo, alleata della Nato), porta avanti i bombardamenti dei villaggi curdi, in un’opera di negazione, repressione e cancellazione dell’identità di un popolo. Opera di cui la Turchia è solo l’ultimo degli attori, dopo il regime di Saddam, la Siria e lo stesso Stato Islamico. Ad oggi, i curdi si trovano ad abitare il Kurdistan, una vasta area mediorientale divisa tra parte del territorio dell’attuale Turchia (sud-est), Iran (nord-ovest), Siria (nord-est) e Irak (nord). Una nazione, ma non uno Stato indipendente.

Ed è proprio la parte irachena del Kurdistan quella che viene raccontata da Gianfranco Francioni.

Francioni è un chirurgo riminese, oggi in pensione. Dopo una lunga carriera nella chirurgia ad alta complessità (primario dal 1996 al 2017 negli ospedali di La Spezia e Rimini), nel 2015 entra in contatto con la realtà dell’Ospedale Ikonda in Tanzania (già raccontata da ilPonte), che gli cambia la vita. Da quell’incontro capisce che dopo la pensione avrebbe offerto le proprie competenze là dove ce n’è più bisogno. E così, oltre al rapporto (continuo) con l’Africa, Francioni si reca per quattro settimane a Duhok, in Irak, per lavorare presso l’Emergency Hospital per conto dell’AISPO (Associazione Italiana Solidarietà tra i Popoli), una ONG legata all’Ospedale San Raffaele di Milano. Qui incontra un chirurgo, di cui preferisce non fare il nome. Un giovane curdo, la cui storia riflette quella di una famiglia, di una civiltà e di un popolo.

Di seguito il racconto, in prima persona, di Gianfranco Francioni.

Sono stato nel Kurdistan iracheno

Duhok è una città all’apparenza moderna, la maggioranza delle auto sono Suv di ultima generazione. La povertà esiste, ma è pudica, si mostra raramente. Mi dicono che meno di cinquant’anni addietro fosse un borgo di pastori, ma non è rimasto nulla che lo ricordi: il passato, almeno quello recente, non sembra aver lasciato traccia. Solo parecchi giorni dopo mi renderò conto che le tracce ci sono e sono cicatrici profonde. Il passato antico ha invece lasciato segni un po’ ovunque, ma non si vedono. Archeologi di mezzo mondo, anche italiani, fanno ritrovamenti di enorme importanza storica che poi tornano a coprire perché non c’è possibilità né di valorizzazione né di salvaguardia. È difficile convincersi che questa terra, dove bruciano oggi i fuochi fatui dei pozzi di petrolio, sia la culla delle più antiche civiltà. Qui tra il Tigri e l’Eufrate sono state trovate le più arcaiche tracce dell’agricoltura, si sono costituite le più antiche città, le uniche al mondo ininterrottamente abitate da millenni.

Con Agostino, detto Ago, passiamo la mattinata all’Emergency Hospital. Per conto dell’AISPO di Milano dobbiamo verificare lo stato delle cose che servirà poi per fare progetti mirati a migliorare la situazione sanitaria locale. Agostino è una persona garbata e un genio dell’arte infermieristica. I primi giorni ci guardiamo intorno un po’ confusi. All’infuori delle nuove sale operatorie, costruite con i fondi europei promossi e realizzati proprio dall’AISPO, ci sembra che poco altro funzioni. All’Emergency Hospital pochi rubinetti non perdono, quasi nessuna porta o finestra chiude perfettamente, i tubi gocciolano o trasudano, gli intonaci sono sfaldati; persino il pavimento all’entrata è sconnesso e si fa molta fatica a entrare con barelle e carrozzine. Eppure mi dicono sia tutto molto più efficiente che in Irak. “Qui siamo nel Kurdistan, tutt’altra cosa”, affermano con un orgoglio che non lascia adito a dubbi. Poi ammettono che gli ospedali pubblici siano in grande crisi. Al Maternity la dicotomia tra livello di qualità tecnico strutturale e volumi di lavoro è disarmante. La media giornaliera di nuove nascite è superiore a 100, il parto naturale non complicato viene dimesso in poche ore, il cesareo quasi sempre in meno di 24. Anche l’Ospedale Pediatrico ha afflussi elevatissimi, ma grazie anche alle iniziative messe in campo dall’AISPO, sembra avviarsi a diventare una realtà a parte: lo avrei constatato personalmente pochi giorni dopo. Al di là di questa eccezione, quelli che al momento tutti mi dicono funzionino sono gli ospedali privati. La spiegazione è semplice: là pagano.

“Qui mi hanno dato oggi il 30% dello stipendio di agosto” mi dice, senza astio e senza preamboli Yasmine, un infermiere. “Gli altri mesi sono certo non li pagheranno mai.” – aggiunge, forse esagerando un po’ – “La Direzione ci dirà di essere oggi in grado di pagare il 60% dello stipendio, ma non fanno cenno degli arretrati. Prendo il corrispettivo di 300 dollari al mese” – continua Yasmine – con questa cifra non posso vivere. Sono costretto a fare altri due lavori. Per questo è tollerato che a fine mattinata l’attività non urgente chiuda bottega. Dopodiché andiamo tutti a fare qualcos’altro, con il tacito accordo della Direzione”. Così, anche oggi, alle 13 tutta l’attività programmata è finita. Non vale la pena fermarsi, in questi giorni ho visto poche urgenze e di bassa complessità. I casi più gravi arrivano da Mosul e sono quasi tutti per la neurochirurgia: i cecchini dell’Isis sono molto precisi.

Decidiamo di tornare all’albergo. Il giorno prima per tornare abbiamo preso il taxi. Se ho capito bene ce ne sono qui più di quattromila. Per una città di 300mila abitanti, fanno un taxi ogni 70 abitanti: una percentuale circa dieci volte superiore a quella di New York.  Girano in continuazione e non hanno tassametro. Da qualunque parte ti portino all’interno della città costa sempre gli stessi tremila dinari: poco più di due euro. Pare riescano a rimediare una dozzina di corse al giorno a testa. Fermarli per strada è facilissimo, ma una volta salito, per il turista che non parli l’arabo è un problema spiegare dove farsi portare: le strade non hanno numeri civici e spesso neppure un nome. Per indicare la destinazione devi descrivere la zona: il nostro albergo, per esempio, è identificato perché è poco dopo la moschea, a sua volta vicino alla grande chiesa cattolica. Ago si è fatto scrivere su un biglietto, in arabo, la descrizione della posizione dell’albergo, ma anche così abbiamo avuto problemi: molti tassisti sono analfabeti. Passati alcuni giorni abbiamo imparato ad orientarci, così da poter guidare i tassisti a gesti fino all’arrivo.

Ma quel giorno ho preferito tornare a piedi. L’albergo è a solo una ventina di minuti dall’Emergency Hospital e ho deciso di iniziare a guardare la città e questa gente. Salgo per quella che imparerò essere una delle due strade più importanti di una città che non ha centro: non vedo una libreria, l’insegna di una biblioteca, un cinema, un teatro, una galleria.

Solo negozi con mille cose, raramente di buona qualità. Sono attratto dal vestiario appeso fuori da un negozietto che a prima vista mi sembra esponga articoli da campeggio o escursioni.  In realtà sono vestiti militari, e mi sembrano di ottima qualità. Hanno anche scarpe da trekking, di seconda scelta, mi dicono, ma a me sembrano buone e il prezzo è un quarto rispetto all’Italia. Mentre ne provo un paio vedo appesa al muro una tuta mimetica da bambino, completa di tasche per i caricatori del kalashnikov. Capiscono dal mio sguardo e sorridono. “Qui siamo in guerra – mi dicono –  da sempre. Tutti in guerra, senza distinzioni. Compro le scarpe e proseguo. Sulla strada principale intorno al Bazar ci sono molti lustrascarpe. Per evitare che il cliente aspetti forniscono sandali: così mentre si continua far spesa, loro puliscono le scarpe, al ritorno le restituiscono lucide e vengono pagati. Sono quasi tutti ragazzini e mi fanno una gran tenerezza. Non voglio far loro l’elemosina: mi faccio lustrare le scarpe dal primo. Ostenta grande manualità e prende i soldi convinto.

Mi prendo la libertà di entrare nel bazar, ma stando alle indicazioni dell’AISPO non potrei farlo: le aree affollate sono considerate a rischio. Non è enorme, ma come ogni bazar è pieno di gente. In quest’area vedo solo vestiario, in gran parte cinese e di bassa qualità, almeno per un italiano. Da ogni parte si vedono file di  foulard a comporre incredibili mosaici dalle tante sfumature di colore. Sono usati come Hijab, la più gentile forma di velo islamico. In bella vista c’è una lunga fila di manichini che indossano jeans attillati. Inaspettatamente li vedrò abbastanza spesso indossati da ragazze sempre molto giovani e sempre molto belle. Gente particolare questi curdi. Più in là un inebriante profumo di spezie: arriva da una fila di banconi pieni di colori. Provo a chiedere lumi al primo venditore, ma non parla inglese. Vado avanti, ma anche il successivo parla curdo. Si avvicinano al banco due donne, eleganti, raffinate: lo Hijab portato come fosse un normale foulard che copre appena capelli e collo, vesti lunghe e sandali con piedi nudi. Una molto più giovane, ma non ho l’impressione si tratti di madre e figlia: due sorelle, piuttosto. Si fanno miscelare cinque, sei tipi di spezie in polvere che il venditore poi scuote in un sacchetto di cellophane trasparente in una sorta di balletto manuale che non ho dubbi faccia parte del costume. Mi azzardo a chiedere loro per quale genere di piatti li useranno. Con garbata gentilezza cercano di spiegare, ma non è facile. Hanno un inglese perfetto, chiarissimo, ma io non conosco i nomi dei piatti né le loro tecniche di cottura. Mi aiutano comunque a scegliere. Compero una profumatissima curcuma, coriandolo, cherry, cumino e una miscela con lo zafferano. Chissà! Sorridono spesso, con me e tra loro. Mi chiedono se abbia altre domande. “Sfortunatamente no”, rispondo, mentre se ne vanno ridendo. Tutta l’area è dedicata alle vivande. Vedo miele, favi e cera d’api. Poi formaggi teneri, speziati e non, oltre a cavoli cotti di un colore giallo brillante: dal profumo sembra li abbiano bolliti nella curcuma, ma dagli aromi che sprigionano credo ci sia altro. Fotografo la merce: vogliono una foto anche loro. Mi meraviglio che tutti si facciano fotografare volentieri. Se fotografo un uomo perché mi piacciono i suoi baffi imponenti, subito altri, con o senza baffi, pretendono il ritratto. Lì accanto, un venditore di tè siede accoccolato sul suo sgabello. Al mio cenno di saluto, allarga la bocca in un sorriso mentre, con i gesti, mi invita ad assaggiare il suo tè. Un anziano signore, che se ne sta comodamente seduto su una poltrona ad osservare il movimento, mi sorride.  Offre sul palmo della mano noci già schiacciate. Accetto e mi fermo, parlando a gesti, ovviamente. Appeso alla spalliera della poltrona fa bella mostra di sé un kalashnikov il cui metallo, forgiato dall’uso, manda riflessi dorati. Tutto normale: la foto è d’obbligo.

 

Sta cominciando a imbrunire. Salgo l’ultimo tratto verso l’hotel e mi fermo incuriosito davanti al banco di un panettiere. Vendono pane, che imparerò poi chiamarsi Sawk: con la mano protetta da una specie di cuscino, con un colpo secco lo appiccicano alla parete interna di un cono ovale, che è una vera enorme brocca di argilla. Sul fondo tizzoni ardenti continuamente e sapientemente rinnovati perché brucino con poca fiamma. Uno impasta incessantemente, un altro stende l’impasto come fosse una sorta di pizza. La cottura è prerogativa di Karzan. Avrò capito bene il nome? Non parlano inglese e devo anche qui spiegarmi a gesti. Mi fanno vedere il forno da vicino, lo fotografo: mi dicono si chiami Tannur. Arcaica è la preparazione: farina, acqua, sale, yogurt come lievito: non serve altro. Chiedo di comperare due di questi pani. Faccio vedere la carta moneta che ho perché non conosco ancora il loro vero valore. Non hanno il resto, così me li regalano. A gesti mi fanno capire che domani pagherò anche questi, quando ne compererò altri otto. Dieci Sawk, tremila dinari: poco più di due euro. Ciò che ho ricevuto mi sembra comunque difficile da pagare: un poema di farina, acqua, sale, yogurt, braci e amore per un lavoro semplice e proprio per questo difficile, che mi è stato regalato con una naturalezza disarmante. È un buon inizio e questa gente si confermerà gentile e generosa, per quel che può. Salgo l’ultimo pezzo di strada mangiando. Quando è secco il Sawk diventa croccante e i cattolici armeni lo usano persino come arcaica eucarestia.

Il giovane chirurgo

La mattina successiva mi sveglia una luce limpidissima. La colazione, come sempre, è troppo abbondante: marmellata di fichi, miele, yogurt, noci e mandorle, pomodori, cetrioli, caffè, latte e pane. Questa volta il pane è lo Samoon: una specie di calzone vuoto all’interno, ancor più buono del Sawk. Lo si apre usando pollice e indice di ambedue le mani come per separare due spessi fogli di carta, così da poterlo farcire con pomodori, cetrioli e yogurt. Scendiamo all’Emergency Hospital con il taxi. Lavoro sul tavolo operatorio con un giovane chirurgo che mi pare essere due spanne sopra la media. Intervento pulito, manualità molto buona, elegante. Un po’ di commenti sull’intervento, qualche parola su altre tecniche: davvero preparato. A fine mattinata mi invita a mangiare un panino. Usciamo prima delle 12.30 e ci spostiamo poche decine di metri più in là dove c’è un locale affollato che offre un’ampia gamma di piatti. Ci accontentiamo di una specie di panino fatto aprendo con le mani il Samoon e riempiendolo all’inverosimile con kebab e verdure fresche. Che meraviglia! “Il pane farcito in questo modo si chiama kubba – mi dice il giovane – vuol dire riempire il cibo con il cibo. È una tradizione molto antica: ricette dettagliate si trovano in una tavoletta babilonese scritta in cuneiforme che risale al 1700 a.C.”. Chiacchieriamo più di un’ora di chirurgia. Lavora da circa tre anni nel privato con uno dei più stimati chirurghi dell’Irak, formatosi in Francia dove ha abitato molti anni e ora prossimo alla pensione. Dieci anni prima, proprio a Mosul dove abitava, è stato colpito dalle schegge di un’auto bomba dei jihadisti. È stato operato prima in Irak e poi, per ben tredici volte, a Parigi. Ora mi dice si sia ripreso. Questo spiega il diverso livello di preparazione di questo giovane chirurgo: era scontato avesse avuto un’ottima formazione.

Amadija

Il giorno dopo mi dice di essere libero e si offre di accompagnarmi a vedere Amadija, la cittadina dalla quale la sua famiglia trae origine. Mi mostra la foto di una piccola città che sembra un nido d’aquila. Accetto volentieri l’invito anche perché avrei voglia di parlare, di capire. C’è un’oretta di macchina da fare da Duhok. Le montagne sono di una bellezza che toglie il fiato. Anticamente si accedeva alla città solo attraverso un ripidissimo sentiero che con una serie di stretti scalini scavati nella roccia, conduceva all’antica, bellissima porta. I gradini, se pur millenari, non portano segni di ruote di carri: questo mi fa pensare fosse davvero un nido d’aquila. “Amadija è la città dei miei antenati. – dice orgoglioso – È una città Assira conosciuta come Amedi fondata più di 3000 anni prima della nascita di Cristo. Questa da sempre è una comunità ben integrata dove curdi, assiri, cristiani, musulmani ed ebrei condividono, in pace, la città e suoi eventi sociali. Gli ebrei hanno qui una piccola, antichissima comunità: forse la più antica dell’Irak. Anche il gruppo cristiano ha origini antichissime, tanto che nelle funzioni più importanti parlano l’aramaico, la lingua di Gesù. La tradizione dice siano partiti di qui i ‘Tre Saggi Biblici’, che fecero il pellegrinaggio fino a Betlemme per rendere omaggio a Gesù poco dopo la sua nascita”. La mia presunzione di aver vissuto nel paese più ricco di storia al mondo, si fiacca man mano che lo ascolto. Facciamo un breve giro della città. Ci sono negozi di frutta e verdura che espongono la merce sulla strada. Chiedo da dove provengano questi prodotti, perché ho visto pochissimi campi coltivati. Sorride di un sorriso amaro. “Kurd nella nostra lingua significa membro di una comunità agricolo-pastorale. Prima che Saddam distruggesse la regione, minasse orti, campi e bombardasse villaggi, il Kurdistan era una terra fertile, piena di grandi alberi di noce, castagni, olivi, campi di grano, orti e persino risaie. Il Kurdistan continua a essere bello, pieno di cultura, di storia, di tradizioni, ma oggi è povero e la sua agricoltura si riprenderà con enorme fatica”. Nessuno coltiva neppure un orto? “Pochi, – continua – forse meno del 5%: ci è rimasta addosso la paura, l’incapacità all’iniziativa”. Continuiamo a camminare e io continuo a chiedere: “Questi giovani che vedo in giro sempre a gruppi di maschi o femmine non possono mai uscire insieme?” “No.”, risponde. È un ‘no’ pacato, ma detto con un tono di assoluta fermezza. “Per questo ci sposiamo molto giovani. Spesso anche senza conoscere bene chi andiamo a sposare. Quelli che hanno modo di frequentarsi e conoscersi prima, sul lavoro per esempio, sono più fortunati, ma non è frequente. Specialmente per le ragazze, l’unica via per avere maggiore libertà è sposarsi, sperando di trovare un marito che le rispetti”. Poi si affretta a mitigare quanto detto. “Molte cose però stanno rapidamente cambiando, specie nei grandi centri…”. Ma il discorso cade: troppo impegnativo.

Usciamo dalla città e, forse invogliato dalle meraviglie che rivolgo a queste montagne selvagge, vuole farmi vedere la valle dall’alto. Mi accompagna su per una ripida strada sterrata all’interno di una gola strettissima, vegliata da montagne quasi verticali. Non facciamo più di due, tre chilometri che ci fermano due militari armati di tutto punto. Chiedono chi io sia: devo mostrare il passaporto. Si allontanano per confabulare. “Hai idea di cosa si stia succedendo?”, “In verità no.” mi risponde, con calma almeno apparente. Tornano dopo aver parlato per radio. Possiamo proseguire, ma ancora per poco: non possiamo imboccare la strada che sale sulla sinistra perché oltre il crinale ci sono le postazioni delle milizie del PKK e i turchi, proprio ieri, hanno bombardato due villaggi. Non possiamo scendere dall’auto né fare fotografie delle strade che salgono. Mi restituiscono il passaporto. Proseguiamo lo stretto necessario per trovare dove fare inversione di marcia. Un branchetto di coturnici razzola pochi metri dalla strada. Al nostro passaggio si involano, eleganti, verso la montagna. Scendendo mi fermo a fare una foto dall’alto alla città di Amadija. Un colpo d’occhio stupendo.

La situazione del popolo curdo

Rientriamo sulla strada principale e ci fermiamo in una curva panoramica, dove si concentrano molti piccoli ristoranti. Non avrei fame, ma sono costretto ad accettare: non si può rifiutare l’ospitalità di un curdo. Dico che voglio solo un assaggio: arrivano sei portate, non abbondanti, ma certamente niente a che vedere con l’assaggio. Il ristorantino gode di una vista eccezionale proprio di fronte al promontorio di Amadija. Mentre inizio a mangiare mi dice di essere sposato con una pediatra e di avere due figli piccoli: tre anni il primo, quattro mesi il secondo. Hanno deciso, almeno per il momento, di non programmare altre gravidanze. L’insalata che mi invita ad assaggiare ha un sapore particolare: anche qui spezie, molto garbate e piacevoli. L’atmosfera si è stemperata, così prendo cautamente l’iniziativa: “Cosa pensi dell’attuale situazione del Kurdistan irakeno?” Smette di masticare, rimane pensieroso e finisce il boccone lentamente. “In realtà non so cosa pensare: lavoro e aspetto. – mi spiega – Il mio popolo dalla fine dell’800 in poi ha subìto una discriminazione razziale che credo abbia pochi eguali al mondo. Prima Saddam, poi la Siria e la Turchia e oggi l’Isis hanno condotto campagne per negare persino l’identità del popolo curdo, usando ogni mezzo: scuola, giornali, radio, televisione, religione, polizia, terrore, guerra. Il Kurdistan è oggi una nazione, ma non uno Stato indipendente: abbiamo un Parlamento, un Presidente, nostre leggi, una bandiera che distendiamo gigante sulle vette intorno a Duhok, ma non l’indipendenza. Dietro l’incerta definizione geografica – continua –  si nasconde uno dei luoghi più ricchi di petrolio al mondo e gli interessi evidenti o nascosti sono altrettanto grandi: l’invasione americana ne è stato un esempio eclatante. Il petrolio è la nostra risorsa e la nostra condanna. È alla base di questa difficile realtà e non riesco a immaginare come potrà evolvere. Ora che l’Isis non sembra più in grado di mettere in campo truppe, ma solo sporadici attentati, siamo nuovamente sotto attacco da parte del governo turco di cui Erdogan è diventato padrone assoluto, nel silenzio complice dei governi europei, compresa l’Italia. Quando c’era da combattere l’Isis i curdi erano eroi, poi sono stati dimenticati e oggi del tutto abbandonati. Ma dopo la celebrazione del Newroz di quest’anno voglio essere, anzi devo essere più ottimista”. Mi spiega che il Newroz è una tradizionale ricorrenza che celebra il nuovo anno: una sorta di benvenuto alla primavera. “Noi curdi lo celebriamo il 21 marzo. Si sale sulle montagne con fiaccole in mano per festeggiare l’anno che viene. L’aviazione turca proprio pochi giorni prima aveva bombardato diversi villaggi nel Kurdistan iracheno, provocando molti feriti e la morte di quattro civili. Volevano fiaccare il nostro orgoglio, impaurirci. È stato invece emozionante vedere che nessuno, nonostante il lutto, ha rinunciato a questa che consideriamo una nostra sacra tradizione. Siamo un popolo forte, orgoglioso. La montagna era piena di fuochi: è stata davvero una grande emozione. E chi ha sofferto fa presto a piangere di gioia. Io ho pianto. Per noi il Newroz è una festa molto importante: chi vuole distruggerci lo sa. La polizia irakena di Saddam uccise 70 persone solo perché sorprese a festeggiare il Newroz. E qualcuno anche per molto meno: molti giovani furono torturati e uccisi semplicemente perché cantavano canzoni tradizionali nel coro del villaggio. Da sempre hanno provato ad annientarci”. Continua raccontandomi che durante la primavera del 1991 nel nord dell’Iraq era in atto la ‘soluzione finale’ nei confronti del popolo curdo. Un vero e proprio genocidio. “Avevo cinque anni e ricordo bene che siamo dovuti scappare perché Saddam bombardava i nostri villaggi, anche con armi chimiche. Fuggimmo a nord, sulle montagne, per raggiungere la Turchia. Il tutto a piedi. Mia madre aveva in braccio mio fratello di pochi mesi e una borsa con poche cose da mangiare ed un gran telo di cellophane per coprirci la notte. Mio padre portava un enorme peso sulle spalle con quel poco che avevamo potuto portare con noi. Non poteva portare anche me, così io camminavo mano nella mano con mio nonno, che ricordo già vecchio e che si aiutava con un bastone. Ne fece uno anche a me, perché anch’io potessi aiutarmi. Strada facendo vidi il vecchio Mohamed disteso vicino a un ruscello: ‘Ha bevuto e ora riposa’, disse mio nonno. Ricordo ancora l’enorme fatica: camminammo quattro giorni e tre notti per superare due catene di montagne e arrivare in Turchia, su una fetta di terra di nessuno ottenuta dall’ONU per i rifugiati. Passammo quattro lunghi mesi sotto le tende che ci avevano paracadutato le truppe ONU insieme a rari viveri. Ho visto qualcuno schiacciato dalle casse agganciate ai paracadute, per la frenesia di correre loro incontro. Ricordo migliaia di tende improvvisate riempire pian piano quella vallata pietrosa. Una colonna interminabile di derelitti arrivava ogni giorno; avevano marciato nel fango portando sulle spalle i loro pochi averi: coperte, pentole e cibo. Molti avevano solo un telo di plastica per coprirsi. Abbiamo sofferto tutti il freddo e la fame. Fu necessario fare anche un cimitero: quando venimmo via era diventato grande. Ricordo un uomo che per due giorni aveva portato in braccio un fardello bianco che poi seppellì. Fu una delle prime tombe. Noi bambini andavamo spesso a giocare dentro il cimitero perché era in pianura, c’erano pochi sassi ed era facile correre. Tornammo a primavera, morto Saddam, sempre a piedi”.

Quando smette di raccontare stiamo a lungo in silenzio, guardando il panorama e sorseggiando un piccolo bicchiere di tè. Tutto qui comincia o finisce con un bicchierino di tè scuro. Non mi azzardo neppure a fare l’accenno di pagare. Sulla strada per Dohuk ci scambiamo poche parole. Dopo questo pomeriggio tutto quello che vedrò in questa terra assumerà significati molto diversi. Nella mia presunzione non potevo capire. Anni di regime, persecuzioni, guerre hanno tolto a molti di loro il pensiero critico, la mentalità all’autonoma iniziativa, alla verifica critica. Ci vorrà tempo per invertire questa tendenza.

Vedo i crinali infuocati dall’ultimo raggio di sole e qua e là brillare luci su pendii così scoscesi che solo poco prima mi sarebbero sembrati impossibili da abitare. Quando arriviamo alla periferia di Dohuk ho la sensazione che il giovane voglia accennare parole che non riescono poi a concretizzarsi.

Quando, già sceso dall’auto, sto per andarmene abbassa il finestrino e con voce appena percepibile mi dice: “Ho impiegato più di 15 anni per accettare che il vecchio Mohamed non stesse dormendo, ma fosse stato abbandonato dai sui figli a morire là, da solo”.

Hi doctor. See you tomorrow.

Gianfranco Francioni

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