Il Ponte

Migranti e malattie. Mito sfatato?

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Parola alla scienza. Gli immigrati, e più in generale il fenomeno dell’immigrazione, rappresentano certamente l’argomento più caldo, delicato e sensibile degli ultimi anni. Un tema importante che si è acutizzato in modo esponenziale con il recente cambio di colore delle formazioni politiche alla guida del nostro Paese. Forze politiche che, al di là delle opinioni soggettive dei singoli, non possono essere definite come le più equilibrate nel trattare un argomento che di tutto ha bisogno tranne che di strumentalizzazioni e tensioni. E così, piano piano (ma neanche troppo), l’immigrato è tornato ad essere visto come il principale colpevole di tutti i problemi degli italiani. E, come conseguenza, sono state rispolverate tutte le tematiche ad essi collegate. Una su tutte: “Gli immigrati ci portano le malattie”.Lasciando da parte le considerazioni politiche, quello del rischio di diffusione di patologie nei paesi interessati da grandi flussi migratori è molto importante e va trattato nel modo più serio, chiaro e trasparente possibile. E, soprattutto, ad analizzare il tema deve essere un soggetto autorevole e indipendente. E così, per fortuna, è avvenuto.

Il rapporto dell’OMS

A intervenire sulla questione è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che è arrivata a una conclusione importante: “Esiste un rischio molto basso che rifugiati e migranti trasmettano malattie alla popolazione del Paese ospitante”. E anzi, sempre secondo l’OMS, sarebbero proprio loro, i migranti, i più vulnerabili a livello sanitario.

Ad affermarlo è il primo Rapporto sulla salute dei rifugiati e migranti in Europa pubblicato, appunto, dall’OMS e redatto con la collaborazione dell’Istituto nazionale per la salute, migrazione e povertà (INMP). Un report che ha analizzato un totale di 53 Stati (la “regione Europa” della classificazione dell’OMS), per 920 milioni di abitanti complessivi. Tra questi, i migranti internazionali sono il 10% circa, pari a 90,7 milioni di persone.
Non c’è rischio zero, dunque. Ma si rimane su livelli di pericolo molto bassi.

Quali rischi per gli immigrati?

Migranti e rifugiati risultano i più vulnerabili per diversi motivi. A partire dalle condizioni del viaggio, in cui è alta la possibilità di contrarre infezioni, fino ad arrivare alle modalità di assistenza una volta giunti nel Paese ospitante, nei casi di mancato o inidoneo accesso ai servizi sanitari di base. E non solo, perché questi sono i rischi cui i migranti vanno incontro “solo” nell’immediato arrivo nei Paesi di approdo.

Ma la maggiore fragilità di salute si mantiene, spesso, anche dopo una lunga permanenza nel Paese di arrivo, dove generalmente lo stile di vita povero e il drastico cambio di abitudini alimentari si traducono in una maggiore incidenza di malattie cardiovascolari, diabete, ictus, malattie croniche o cancro. Non mancano, inoltre, i rischi di una maggiore diffusione delle patologie psichiche: soprattutto tra richiedenti asilo e rifugiati, i disturbi mentali sono registrati con frequenza tra i migranti internazionali. In particolare, si registrano stress post-traumatico, disturbo dell’umore e depressione.

Tra questa fascia di persone, per esempio, la depressione viene riscontrata tra il 5 e il 44% dei casi, contro un 8-12% dei cittadini già presenti nelle regioni ospitanti. Disturbi mentali che, rivela sempre il Rapporto, si registrano con ancora maggiore intensità tra i minori non accompagnati.

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