Il Ponte

Max, un mito made in Rimini

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L’America’s Cup è il più antico trofeo sportivo per il quale si compete ancora oggi. Nata nel lontano 1851, vede sfidarsi le “barche a vela” più veloci del mondo. Tra virgolette, perché con le tecnologie di oggi si dovrebbe parlare più di astronavi, che di barche. L’edizione di quest’anno si è conclusa da poche settimane, lo scorso 26 giugno nelle acque di Bermuda. A trionfare una squadra leggendaria nella vela: Team New Zealand, i cosiddetti ‘kiwi’, equivalente su mare degli All Blacks del rugby. Un trionfo che ha sfumature italiane e, soprattutto, riminesi. Massimiliano ’Max’ Sirena, riminese classe 1971, fa parte della squadra neozelandese, ma questo è solo l’ultima di tante vittorie. Una scalata al successo che ha nel mondo della vela della Riviera il suo primo gradino.

Max, ci faccia sognare! Com’è stato vincere l’America’s Cup con il team neozelandese?
“È la seconda America’s Cup che vinco, ma questa ha un sapore speciale, perché arrivata dopo un periodo molto duro e intenso, sia da un punto di vista familiare sia professionale. Dopo il ritiro di Luna Rossa è stato difficile rialzarsi con le giuste motivazioni. Team New Zealand mi ha voluto fortemente e mi ha messo nelle migliori condizioni per esprimermi al massimo. La Nuova Zelanda è un po’ come una seconda casa: con la mia famiglia ci abbiamo vissuto quasi 10 degli ultimi 25 anni, e in qualche modo questo ha facilitato molto il tutto”.

Un successo annunciato o una sorpresa? Eravate i favoriti?
“Nello sport non c’è mai niente di annunciato, sapevamo di essere competitivi e che avremmo avuto modo di giocarcela, ma quello che abbiamo fatto entra in qualche modo nella storia. Diciamo che non avevamo molti alleati alle Bermuda, ma siamo stati bravi a non farci distrarre dalle situazioni esterne e siamo sempre stati concentrati sul solo obiettivo di cercare di vincere la regata più importante”.

In generale, che Coppa è stata, dal suo punto di vista?
“Come dicevo non abbiamo avuto alleati o amici tra gli altri sfidanti, per la prima volta nella storia gli altri challenger (sfidanti, ndr) hanno aiutato il defender (detentori del trofeo, ndr) a vincere, e ciò va contro ogni principio che regola la Coppa America. Per me personalmente è stata una impresa fantastica e posso dire di essermi tolto qualche sassolino dalle scarpe”.

Quanto peso ha avuto la componente italiana nel vostro team e nella vittoria?
“La vittoria in una squadra di più di 80 persone è sempre da legare al lavoro del gruppo intero. Detto questo, mi rende orgoglioso il fatto che per la prima volta i neozelandesi hanno aperto le porte agli italiani, e si, la componente italiana ha avuto gran merito sul risultato finale”.

A proposito di Italia, che ne pensa del ritorno di Luna Rossa annunciato per la prossima competizione?
“Credo sia una bella notizia per il movimento della vela, non solo italiana, ma mondiale. Luna Rossa è da tempo ormai un brand internazionale. Sarebbe bello portare la famosa ’brocca d’argento’ in Italia, sono sicuro che Luna Rossa formerà un team molto competitivo per puntare alla vittoria finale”.

Parlando del nostro territorio, quanto peso ha avuto Rimini nella sua carriera?
“Sono nato a Rimini, quindi è ovvio che le mie radici e i primi passi li abbia mossi nella mia città. Ho avuto molta fortuna nella mia carriera, ho vinto molte regate, oltre a due Coppa America e qualche Luis Vuitton Cup. La fortuna conta molto nello sport, è ovvio che vada cercata, e come in tutte le attività cercare di eccellere costa molta fatica e sacrifici. Rimini deve fare ancora di più: molti campioni sono usciti dalle nostre acque e mi pare che ci sia un buon movimento giovanile. Dobbiamo, però, impegnarci ancora di più. Possiamo farlo e abbiamo le strutture per farlo”.

Cosa pensa del mondo della vela in Romagna, soprattutto per quanto riguarda l’insegnamento a bambini e ragazzi?
“La nostra città ha forti tradizioni marinaresche tra pesca, vela e altri sport acquatici. Mi piacerebbe vedere un programma sportivo inerente alla vela entrare nelle scuole: deve diventare una questione culturale. In Nuova Zelanda, che è un puntino in mezzo all’oceano, viene insegnata fin dalle elementari. Possiamo farlo anche noi, non ci manca niente per farlo, forse aiuterebbe anche i giovani a crescere con dei valori un po’ più sani e insegnerebbe anche il rispetto del mare e dell’ambiente che ci circonda, e magari molti inizierebbero a fare un po’ a meno di cellulari e altre cose inutili per la crescita”.

Simone Santini

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