Il Ponte

Mafia: beni confiscati ma non assegnati

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Trentatremila unità per un valore complessivo pari a circa 30 miliardi di euro. Sono i beni confiscati in Italia alla mafia, un giro di denaro che equivale ad una nuova finanziaria. Purtroppo di questi beni (un tesoretto fatto da denaro contante, liquidità, titoli, ma anche appartamenti, ville, garage, terreni edificabili o agricoli, e aziende) la maggior parte non è ancora stata assegnata. Gli immobili confiscati in gestione sono 15.894, quelli destinati sono 13.174. Le aziende confiscate in gestione sono 2.987 mentre quelle destinate sono 880. la gran parte di questo patrimonio, insomma, che costituisce una risorsa per il territorio, non è ancora stato utilizzato e rappresenta una grande potenzialità per le istituzioni, il terzo settore e i cittadini.

Il gap tra beni immobili in gestione e beni immobili destinati è ampio anche in Emilia Romagna: 627 i beni non ancora destinati, 124 quelli invece già assegnati e riutilizzati da associazioni e cooperative.

La Provincia di Rimini non sfugge a questa anomalia. Se infatti sono 25 gli immobili (di cui 17 alberghi, 3 box, 2 appartamenti, con Riccione a farla da protagonista con 20 assegnazioni), e una sola azienda, sono invece 19 gli immobili ancora da destinare e 4 le aziende. Nel primo caso si tratta di 8 appartamenti, 6 box e 2 negozi, disseminati tra Riccione (8), Rimini (6) Bellaria (3) e Montescudo – Montecolombo (2). Disseminati ma non ancora assegnati per il riutilizzo sociale.

“Questi dati sono da leggere con molta prudenza. – è l’opinione dell’avvocato Patrick Wild, vicepresidente del gruppo antimafia Pio La Torre di Rimini che sull’argomento è da anni in prima linea – Purtroppo anche i beni destinati non ci risulta siano mai stati riutilizzati”. Stessa sorte per l’immobile ipotecato a Rivazzurra e per quelli di proprietà del boss della mafia albanese in Valconca.

“È un vero peccato che questi beni confiscati alla mafia siano ancora fermi – è l’opinione di Roberto Battaglia, già segretario Cgil a Rimini e da due stagioni a Roma proprio per occuparsi per conto del sindacato di legalità – Da una parte c’è l’aspetto economico, perché significa dare vita anche ad un’economia virtuosa e creare nuovi posti di lavoro. Dall’altra, c’è un aspetto etico che non è secondario: riutilizzare i beni confiscati significa combattere l’illegalità”.

Perché questi beni confiscati sono fermi ai box, cioè nelle mani dell’Agenzia nazionale? Le criticità sono diverse: per esempio ipoteche, abusivismo, ma anche ostacoli nell’iter burocratico. Ma a volte le Amministrazioni stesse possono essere reticenti nell’accettare questi beni che potrebbero diventare terreni da coltivare, luoghi di aggregazione, scuole materne, centri sociali, perfino caserme. Il nuovo codice antimafia prevede poi l’attivazione presso le prefetture di un tavolo per i beni confiscati e il loro utilizzo. Gli strumenti insomma ci sono e i finanziamenti pure, almeno fino al 2020. Ma è mai stata fatta una programmazione in provincia? Associazioni e parti sociali sono mai state coinvolte? “È fondamentale avviare un percorso per accelerare le procedure che portano dalla confisca all’assegnazione. – rilancia Battaglia – In caso contrario saremmo di fronte ad una sconfitta dello Stato, che non è in grado di gestire questi beni frutto di illegalità per farli diventare bene comune”.

Il nuovo Decreto Sicurezza, tra l’altro, prevede la possibilità di vendere questi beni confiscati alle mafie ai privati, una norma aspramente contestata da associazioni come Libera di don Ciotti, che teme in questo modo di vedere smontata la legge che vuole questi beni in capo alla collettività, e la possibilità che la mafia stessa infiltrata nella società ritorni in possesso degli stessi beni che lo Stato ha sequestrato perché frutto di illegalità. “Troppo rischioso vendere i beni confiscati ai privati. – don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera – Ci vuole tanto rigore e attenzione, perché i boss provano sempre a riprendersi le proprie ricchezze”. Le perplessità di Libera non sono pregiudiziali né ideologiche.

Due beni a Viserba di Rimini sono stati confiscati in via definitiva. Si tratta di un appartamento (e relativo garage auto) situato nei pressi della stazione ferroviaria. “Speriamo che la procedura vada in porto. – rilancia l’avvocato Wild – E che questi immobili possano essere utilizzati per fronteggiare l’emergenza abitativa”.

Nel 2012 segnalammo un appartamento confiscato sul lungomare nei pressi di Rivazzurra, venne inserito dal Comune di Rimini in un progetto di Housing First. Ma l’appartamento era sottoposto ad ipoteca vantata da Unicredit e il progetto si fermò lì. Speriamo sia l’ultimo.

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