Il Ponte

Maddalena Santucci, da Rimini alla Rai nel segno della radio

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La chiama “la mia follia”. Parla di una scelta di vita, quella di lasciare l’amata Rimini per andare nella città per eccellenza, Roma, per inseguire un sogno “coltivato fin da bambina”.

È la storia di Maddalena Santucci, riminese doc che da sempre sogna il giornalismo. Le prime esperienze nei giornali locali, finché non arriva l’occasione della vita: lavorare alla Rai. Un’occasione presa al volo, che porta alla scoperta di un’altra passione: la radio. Da qui comincia un percorso che porta Maddalena alla conduzione, oggi, del Giornale Radio 2.

Il suo racconto in prima persona, che permette di analizzare anche la situazione del giornalismo italiano attuale, e dell’importanza, spesso sottovalutata, del servizio pubblico nel nostro Paese.

Maddalena, partiamo dall’inizio. Qual è stato il percorso che ti ha portato fino a Roma?
“In un certo senso, il mio percorso è iniziato fin da subito. Già da bambina sognavo questo mestiere, fin dalle prime esperienze con il giornalino della scuola all’Istituto Sant’Onofrio, dove ho frequentato asilo ed elementari. Poi è arrivato il Liceo Classico, la Laurea in Lettere alla Cattolica di Milano e da lì i primi passi nel giornalismo locale, con diverse collaborazioni con Il Messaggero di Rimini o Il Giornale a MIlano, quando c’era Montanelli. Insomma, un inizio di percorso che è quello di tutti coloro che vogliono diventare giornalisti. Fino a che ho avuto la possibilità di fare l’esame di Stato ed è giunta l’occasione di entrare in Rai, dove sono arrivata nel 1999”.

Raccontaci. Com’è arrivata questa occasione?
“Dopo la laurea ho frequentato un corso di specializzazione nel quale era previsto uno stage nella redazione del programma radiofonico Golem, a Radio Rai a Roma, con Gianluca Nicoletti. Grazie a quella esperienza ho potuto conoscere il mondo della radio, ed è nato subito un’enorme passione.

Così da lì non mi sono più spostata: ho potuto fare esperienze con Nicoletti e con Oliviero Beha a ‘La radio a colori’, fondamentali per la mia formazione, e poi è cominciata la mia stabilizzazione in Rai, lavorando a tematiche di approfondimento, conducendo trasmissioni di esteri fino ad arrivare ad oggi che sono la conduttrice del GR 2”.

Oggi le notizie sono sempre più rapide e fluide e i “vecchi mezzi d’informazione”, come la radio, devono farci i conti. C’è ancora spazio per il giornalismo radiofonico?
“Bisogna partire dal tratto che accomuna radio e giornalismo: la capacità di riflessione, che parte dall’amore per la parola. Per un giornalista radiofonico la parola è tutto ciò che ha, quindi occorre la massima attenzione e accuratezza, con il grande valore aggiunto del saper (e dover) rimanere comprensibile per il pubblico più differenziato possibile. Un’accuratezza che è ancora più importante se si parla di servizio pubblico”.

In che senso?
“Fare servizio pubblico significa non potersi permettere di prestare il fianco ad interpretazioni. Il mio obiettivo, quindi, è sempre quello di essere chiara e corretta: bilanciare le fonti, esporre dibattiti dando voce a tutti, presentare tesi sia a sostegno sia contrarie ai temi che vengono trattati.

Questo è molto importante nel mondo dell’informazione di oggi, in cui le notizie rappresentano un flusso continuo ogni giorno, e in cui purtroppo la velocità può andare a discapito dell’accuratezza. Ecco, nel fare servizio pubblico si percepisce l’importanza di evitare tutto questo, si avverte l’esigenza di avere sempre una doverosa correttezza”.

A Roma da tanti anni, ma rimani pur sempre di Rimini. Cosa ti sei portata dietro dell’essere riminese in questa avventura?
“L’essere riminese è la mia bolla di serenità. Lo è a livello personale, nel senso che appena ho un momento libero salgo sul primo treno e torno nella mia città, a vedere il mio mare, a staccare la spina dal lavoro e dall’inevitabile carico di pensieri che porta con sé. Ma lo è anche dal punto di vista professionale: i miei ricordi più belli di questo lavoro sono davvero tutti legati a Rimini e ai miei inizi.

L’andare in giro durante la notte con il fotografo di cronaca nera, o il rapporto stretto che si era creato con i colleghi del territorio, rappresentano un modo di fare giornalismo che ho per forza di cose un po’ perso occupandomi di cronaca nazionale, ma che oggi rimane preziosissimo per la mia formazione”.

Concludiamo guardando al futuro: vedi ancora la radio all’orizzonte? O ci sono altri progetti a cui stai pensando?
“La radio è un grande amore e allontanarmene sarebbe doloroso. Guardando al futuro, però, non posso che avere la consapevolezza che viviamo in un mondo in cui la tecnologia è sempre più diffusa e sta prendendo il sopravvento. Quello che spero è che in questo passaggio verso tecnologie sempre più nuove la radio riesca a mantenere quel qualcosa in più che l’ha sempre caratterizzata, e allo stesso tempo riesca ad adattarrsi alle nuove modalità di distribuzione dei contenuti.

Oltre alla radio, però, c’è una nuova forma di giornalismo che, a mio parere, può rappresentare il futuro del mestiere: il mobile journalism, ovvero il giornalismo fatto con lo smartphone. Servizi realizzati, montati e condivisi con il proprio cellulare, una nuova frontiera del giornalismo che inizia ad emergere, e che conosco in prima persona perché faccio parte di un gruppo di ‘pionieri’, giornalisti e filmmakers che, tra le altre cose, sono sempre presenti al DIG a Riccione. In ogni caso, il mestiere del giornalista, secondo me, cambierà radicalmente nel prossimo futuro. Non si sa in quale direzione andrà, però è bello esserci dentro per scoprirlo”.

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