Il Ponte

L’ultima crociera della “Fulvia”

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La risonanza avuta dalla tragedia del naufragio della Costa Concordia del gennaio 2012, con la perdita di 32 vite umane, tra le quali quelle di due riminesi, ha adombrato il ricordo di altre tragedie marinare che hanno travagliato i nostri mari solcati da traghetti e navi da crociera.

Dalla Moby Prince alla Heleanna alla Fulvia Costa anche se, fortunatamente, questo ultimo naufragio non ha richiesto pegni di vite umane.

Nella notte tra il 19 ed il 20 luglio di cinquant’anni fa, tra il sabato e la domenica, la motonave adibita a crociere nel Mediterraneo e vicino Atlantico si incendiava e, dopo un calvario di 33 ore, affondava in una fossa atlantica tra Madeira e le Canarie. A bordo 500 passeggeri e 400 uomini di equipaggio. Tra i passeggeri, oltre ad un paio di camerieri sammarinesi, due riminesi: Luciana Amati, della conosciuta dinastia imprenditoriale, e chi sta ricordando l’avvenimento che, nello svolgere del racconto, riesce a presentare alcuni lati dubbiosi degli avvenimenti.

Le occupazioni estive

Seppure, purtroppo, molto in prima persona, la narrativa ricalca un tipo di vita ed attività abbastanza comune ai giovani romagnoli degli anni cinquanta fino, in parte, ai nostri giorni: ovvero i lavori stagionali verso cui si riversavano non solo i meno abbienti, quanto anche universitari e studenti animati da un sano spirito di indipendenza economica dalle famiglie quando non anco come aiuto alle spese familiari per il mantenimento agli studi.

Dopo alcune stagioni tra aeroporto, agenzie di viaggi ed oreficerie della riviera, vivendo il periodo universitario a Milano, mi si presentò l’occasione di cambiare ambiente lavorando nell’ambito delle crociere. La Costa Armatori andava per la maggiore, mentre il settore commerciale delle crociere era curato dall’agenzia di viaggi Chiari e Sommariva con sede nella centralissima via Dante a Milano.

Invio di curriculum e sono invitato a colloquio nel mese di aprile del 1970. Il direttore generale, tedesco, apprezzò il contenuto del curriculum e, dopo una chiacchierata nella propria lingua madre, anche le conoscenze linguistiche.

La “Fulvia”

Ricevuta la conferma del lavoro, non l’assunzione perché 50 anni fa il lavoro “non regolare” era una cosa comune, dovevo accettare che si andava sulla “fiducia”, senza protezione sociale, con parecchi rischi, specie in mare; ma tant’è, serviva per fare esperienza allettata da un tipo di vita estremamente attraente. Ed i primi di giugno, ormai piuttosto avanti con gli obblighi universitari, arrivò la destinazione: imbarco sulla motonave “Fulvia” Costa in crociera di dieci giorni con il seguente itinerario: Genova, Marsiglia in rada per imbarco/sbarco passeggeri, Barcellona, Torremolinos, Madeira, Santa Cruz de Tenerife, Casablanca, Genova.

Ruolo, come accennato, segretario di crociera al sottordine del sig. Buonamici e collega di cinque “hostess”.

Compiti: prenotazioni di escursioni a terra, servizio postale e di cambia valuta di bordo, assistenza turistica ai passeggeri. Il che significava: grosso impegno a bordo e più tempo libero a terra quando i passeggeri partivano per le escursioni.

La vita di bordo

Gentilezza, moderazione, bon ton, educazione: le regole erano poche e chiare. Noi si serviva, nei due sensi del termine: in quello di rendersi disponibili ed in quello di essere necessari. La puntualità ed accuratezza nelle prestazioni, i rapporti con il personale di cabina i più corretti possibili.

Ad ogni scalo, la Fulvia era circondata da venditori ambulanti di souvenir o prodotti locali come i fiori a Madeira e i piatti di rame cesellato a Casablanca. Questa ultima località riveste un carattere particolare nelle vicende che portarono alla fine della motonave.

L’evento

Alle due di mattino (ora di Greenwich) di domenica 20 luglio 1970 suona la sirena a bordo della Fulvia. Due suoni lunghi. Il suono è talmente potente che sveglierebbe un elefante. Sono giù dalla branda, accendo la luce, che funziona normalmente, e apro la porta della cabina. Già alcune persone, tra cui alcune signore visibilmente in apprensione, affollano il corridoio. Le tranquillizzo: “ Sono due colpi di sirena, non c’è pericolo immediato, non è abbandono nave (sette suoni di sirena), vestitevi, indossate il giubbetto di salvataggio e recatevi al punto di raccolta assegnato“. Rientro in cabina per vestirmi. Intanto odore di bruciato si diffonde dalle bocchette dell’aria condizionata. Pensando che a luglio sia caldo, indosso solo una maglietta sotto il “life vest” e mi affretto al posto di raccolta assegnato alla mia cabina sul ponte principale sul fianco di dritta. Ci ritroviamo con gli altri membri dei servizi di crociera.

L’illuminazione non manca. Ci guardiamo interrogandoci con gli occhi su cosa stia succedendo. Siamo tranquilli sul fatto che le pompe di bordo fossero in grado di spegnere l’incendio. Il ponte si affolla. I commissari di bordo controllano che il flusso di passeggeri raggiunga il proprio posto. Nella mia stessa postazione

ritrovo Luciana Amati, l’altra riminese, e ci scambiamo gesti un po’ sconsolati. Il rumore petulante dei motori non si sente più. Ci domandiamo come possiamo assistere i passeggeri e, siccome stare fermi in mezzo all’Atlantico in piena notte non è come stare stesi al sole, comincia a fare freschino. Ed allora, aiutati dal personale di cabina, cominciamo a distribuire coperte. Intanto il direttore di crociera, Buonamici, tramite il primo commissario di bordo era riuscito a sapere dell’avaria: incendio nella sala motori, che si pensava di contenere attraverso le pompe ausiliarie della sala motori elettrici. Infatti, fermi i motori, le pompe d’acqua non funzionano. Nelle navi moderne, il rischio di naufragio per mare grosso o cedimenti strutturali sono eventi eccezionali; gli incendi, invece, risultano ancora abbastanza frequenti anche se l’impianto di porte tagliafuoco dovrebbe limitare la propagazione delle fiamme.

L’attesa si fa snervante; sono passate due ore ed ancora non si sa che fine faremo. Se andremo a rimorchio di qualche nave o recuperati da altra imbarcazione. Poi la notizia che non ci voleva: l’incendio si era propagato alla sala motori elettrici. In sostanza, siamo senza pompe. L’unica speranza è che l’incendio si estingua per mancanza di comburente e per l’intervento delle pompe a mano. Intanto, per evitare problemi futuri, a noi che eravamo sopravento, viene dato l’ordine di abbandono nave.

(1-continua…)

Giampiero Gentili

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