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L’epidemia silenziosa. Ma invecchiare è un’arte

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L’epidemia silenziosa: c’è chi la definisce così l’Italia che invecchia. I numeri non lasciano spazio alla fantasia: sono oltre 2 milioni su circa 60 milioni di cittadini. Il 20% ha oltre i 65 anni e il 4% sono ultra ottantacinquenni. In pratica nel BelPaese gli ultra sessantenni sono in numero superiore ai ragazzi con meno di 14 anni. Tradotto altrimenti: in una famiglia media ci sono un figlio, due genitori, quattro nonni, sovente i bisnonni. Rimini è ancora più… rugosa. Con 75.848 over 65, in provincia di Rimini le gray panthers si attestano sul 22,44%, quasi 2,5 punti percentuale in più rispetto alla media italiana.
“Epidemia silenziosa” in quanto la popolazione italiana sta invecchiando. E fa del BelPaese la nazione più vecchia del mondo insieme al Giappone. Ma come si prospetta la qualità della vita di questa fascia di età? Quali impegni e oneri per la società? Il tema – al di là del mero dato numerico – è molto importante. Il Meeting di Rimini, ad esempio, vi ha dedicato due incontri nell’ambito del ciclo di incontri Salute. “Un luogo di incontro, rispetto e comprensione. – sottolinea l’ideatore, Luigi Cammi – Un progetto triennale finalizzato a riportare al centro l’uomo e l’etica, la scienza al di là delle false credenze”.
Invecchiare non è una malattia. Anzi, è un’arte, ancorché difficile. Ma invecchiare si può e si deve. Perché il tempo che resta ha ancora un significato, “nonostante le strutture sanitarie siano in affanno nell’organizzare e gestire un assistenza adeguata, sia per accompagnare gli anziani in buona salute sia per prendere in carico quelli gravati da più patologie” è il j’acuse lanciato dalla dottoressa Gemma Migliaro, presidente dell’associazione Medicina e Persona.
La terza età porta certamente con sé patologie correlate, problemi psicologici e implicazioni sociali: per questo serve prevenzione e impegno degli enti pubblici e di quelli privati. “Ciascuno compia scelte di responsabilità. – è la ricetta proposta dal prof. Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria – Ciò significa agire su almeno tre piani: dedicare molta cura all’attività fisica; esercitare attività psichica; mantenere le dinamiche relazioni e affettive”.
I “capelli grigi”, dunque, non devono abbassare la guardia e prendere sempre la vita in mano, a qualsiasi età. Ma il punto centrale è il significato: se la vita non ha senso qui ed ora, la persona rinuncia all’impegno e a scelte coraggiose. Si rinchiude in se stessa, sui dolori, le perdite, gli acciacchi. Al contrario quando il tempo da vivere assume significato, “l’anziano esiste per se e per gli altri, difende la vita e la affronta coraggiosamente”. Il riconoscimento della dignità della persona anziana però è ancora un problema e si ravvisa pure la necessità di una “preparazione” alla vecchiaia. “La cura dell’anziano non ha tradizione” fa notare Trabucchi. Il Servizio Sanitario Nazionale deve essere ridisegnato? Un prototipo per spiegare il cambiamento è la malattia di Alzheimer, patologia che affligge 800.000 soggetti “ma considerando i familiari coinvolti si parla di milioni di persone coinvolte. – è il prof. Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva, a dare i numeri – Non esistono terapie, va gestita”. E le Regioni lo fanno in maniera molto differente. “Si pensi che l’assistenza domiciliare è prestata al 5% degli abitanti dell’Emilia-Romagna e solo allo 0,3% nel Lazio”.
“Come medici, abbiamo il compito di far vivere di più, meglio e il più possibile a casa anziani e persone portatrici di patologie croniche. Girare lo sguardo e non intervenire su tali situazioni è una pericolosa assunzione di irresponsabilità”, non fa giri di parole il prof. Massimo Galli, professore ordinario di malattie infettive all’Università di Milano e vice presidente della Simit, Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali.
Dal punto di vista della salute, dopo i 75 anni, esplode una forma di “invalidità”, una serie di patologie che, prese separatamente, non darebbero problemi ad essere controllate, ma assieme generano problematiche che il normale medico di base non riesce a controllare. Occorre ripensare un modello di sanità diverso da quello attuale.

Paolo Guiducci

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