Il Ponte

Quando la rivoluzione divora i figli

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osservatorio musicale

Al Teatro dell’Opera di Roma Andrea Chénier di Giordano in una nuova produzione con la regia di Marco Bellocchio

®Yasuko-Kageyama

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ROMA, 28 aprile 2017 – Amintore Galli, nelle vesti di consulente musicale della casa editrice Sonzogno, aveva sconsigliato la pubblicazione dell’Andrea Chénier di Umberto Giordano, ritenendola “opera irrappresentabile”. Un giudizio smentito dai fatti in modo clamoroso: sin dal debutto, nel 1896, questo dramma di ambiente storico ispirato alla vicenda – autentica – del poeta francese ghigliottinato durante la rivoluzione ottenne un successo immutabile sui palcoscenici di tutto il mondo. Nonostante ciò, da qualche tempo è divenuto un titolo di rara esecuzione: da un lato per motivi di costi, a causa dell’elevato numero di personaggi (sebbene alcuni si possano accorpare affidandoli a un unico interprete); dall’altro per degnazione snobistica, che tende a ghettizzarlo – in modo fin troppo semplificatorio – nei confini del verismo, oggi ritenuto un genere di serie B.

A Roma Chénier mancava da molti anni: cogliendo l’occasione del centocinquantenario dalla nascita di Giordano, è andato in scena al Teatro dell’Opera in un nuovo allestimento con la regia di Marco Bellocchio, che al di là della sua militanza cinematografica ha già avuto occasione di cimentarsi con altri titoli operistici. Il cineasta si è accostato con grande rispetto alla partitura, ponendosi al servizio di un libretto e di una musica che sembrano seguire binari differenti. Lo spettacolo di Bellocchio, oleografico solo in apparenza per la cura con cui sono delineati gli ambienti e il rispetto delle didascalie, in realtà riesce a raggiungere un equilibrio ideale: da un lato lascia ampio spazio all’infelice vicenda amorosa fra il poeta Chénier e l’aristocratica Maddalena (ciò che più premeva a Giordano); dall’altro valorizza il libretto del socialista Luigi Illica, interessato a riflettere – non senza amarezza – sulle derive di una rivoluzione che “i figli suoi divora”, come canta il deluso Gérard.

L’ambientazione d’epoca viene rispettata grazie ai costumi di Daria Calvelli e alle belle scene di Gianni Carluccio. Nel primo atto delineano la sontuosa dimora della contessa di Coigny (su cui le luci, anche queste firmate da Carluccio, creano però effetti potenti e destabilizzanti, al pari del balletto durante la pantomima); quando invece, negli atti successivi, si passa alla piena rivoluzione, il segno visivo vira radicalmente, grazie all’uso di marmi raggelanti nella loro severa eleganza, così da rendere ben percepibile la transizione epocale. È davvero un’emozione, poi, il colpo di teatro finale: alle spalle dei due amanti avviati al patibolo si materializzano sul fondale – in un sorprendente colpo d’occhio antirealistico – foto ingiallite di persone, di tutte le epoche e di ogni età, ormai scomparse e alle quali i due protagonisti si andranno ad aggiungere, come in un gigantesco album della memoria.

Bellocchio dedica poi molta cura alla recitazione degli interpreti, anche se la maggior corrispondenza la ottiene dai personaggi minori, mentre il terzetto protagonista è apparso preoccupato soprattutto di venire a capo delle difficoltà della partitura. Gregory Kunde, da quando ha abbandonato i grandi ruoli da tenore rossiniano in favore di un repertorio più “spinto”, sta conoscendo una seconda giovinezza. Nonostante la voce mostri ormai più d’un cedimento, il suo Chénier manifesta grande solidità ed efficacia comunicativa. Accanto a lui Maria José Siri è una Maddalena di Coigny nell’insieme corretta, incapace però di andare oltre una certa genericità (è scivolata via senza particolari emozioni la sua Mamma morta). Nei panni del tormentato Gérard, che ha aderito alla rivoluzione ma è sempre più consapevole dei costi umani che implica, Roberto Frontali era concentrato sulla corretta linea di canto, senza effetti trascinanti in Nemico della patria. Non tutte alla stessa altezza le numerosissime parti di fianco, che la musica caratterizza con cura: meritano una menzione almeno il baritono Gevorg Hakobyan, che incarna con voce solida e senza inutili effetti caricaturali il sanculotto Mathieu, l’espressiva Bersi di Natascha Petrinsky e la veterana Elena Zilio, che nei panni della vecchia Madelon ha dimostrato di avere maggior volume e fiati più lunghi di tanti suoi giovani colleghi.

Roberto Abbado, sul podio, ha diretto preoccupandosi di togliere ogni incrostazione depositatasi su un’opera oggetto in passato di troppa enfasi. Asciugare certi eccessi di sottolineatura sarebbe in sé apprezzabile, ma l’effetto è stato fin troppo algido e, forse, un po’ spiazzante per gli interpreti. I tempi, invece, sembrano ormai maturi per letture che credano anche nella passionalità e nel cuore di Giordano.

Giulia Vannoni

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