Il Ponte

La mensa dei poveri

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Il 1945 prende inizio con la piccola comunità sacerdotale di marina, composta dai salesiani don Marino Travaglini, parroco, e dai confratelli don Luigi Luzio, don Pietro Piffari e don Alfonso Rossi, alloggiata provvisoriamente nel bunker sotto l’altare maggiore della chiesa: l’istituto requisito dagli inglesi è il quartiere generale delle truppe alleate di occupazione militare.
La popolazione di marina, rientrata dallo sfollamento, è già in numero ragguardevole e non poche persone premono al cancello dell’oratorio chiedendo ogni genere di aiuto. La parrocchia, in questa circostanza, è un punto di riferimento per tante famiglie che non hanno da mangiare e soprattutto che non sanno dove piazzare i propri figli. Don Luzio e don Rossi, addetti all’oratorio, racimolano subito un drappello di adolescenti e la domenica il campetto torna ad animarsi di una gioventù vogliosa di lasciare alle spalle i patimenti e le brutture della guerra.
Vista l’utilità del ruolo che i preti svolgono in questo difficile frangente nei confronti della comunità, moderandone il nervosismo ed elargendo parole di speranza, gli inglesi concedono ai salesiani l’utilizzo di qualche vano al pian terreno e parte del primo piano. Abbandonato il rifugio i quattro sacerdoti si sistemano decentemente nei nuovi ambienti.
Oltre ai maschietti ci sono anche le femminucce che aspirano a momenti di serenità. Le Figlie di Maria Ausiliatrice, le cosiddette suore salesiane, che un tempo riuscivano a raccogliere centinaia di giovani nelle proprie organizzazioni religiose, educative e ricreative, sono ancora sfollate a Montegiardino, piccola frazione della Repubblica di San Marino. A Rimini non hanno un luogo che le possa ospitare. La loro casa è semidistrutta: il lato mare, tuttora in piedi, è ritenuto pericolante e non ha l’agibilità abitativa; il cortile, inoltre, è sfigurato da un’enorme fossa piena di acqua stagnante prodotta dalla bomba caduta il 26 novembre 1943. Per cercare di riattivare la parte dell’edificio ancora integra, la direttrice, suor Maria Chiari, accompagnata da suor Gilda Casadei, a partire dall’inizio dell’anno ogni settimana si reca negli uffici del Genio civile a sollecitare l’avvio dei lavori. Ma le opere di ripristino degli edifici hanno i tempi lunghi. Del resto i senzatetto che chiedono il medesimo aiuto sono migliaia.

Nel marzo del ’45 i due oratori salesiani raggruppano già una folla di oltre 100 giovani.
Don Travaglini, resosi conto delle lungaggini burocratiche cui sono sottoposte le suore e nello stesso tempo della necessità di portare una parola di conforto alle giovani, mette a disposizione delle Figlie di Maria Ausiliatrice una stanzetta al piano terra dell’istituto. In questo ambiente, a partire da domenica 18 febbraio 1945, suor Maria Chiari e suor Gilda Casadei danno inizio all’oratorio festivo con uno gruppetto di sette fanciulle. Una settimana dopo, il 25 febbraio, le oratoriane sono già diventate 40 e nella impossibilità di rimanere rinchiuse nell’angusto ambiente irrompono nel campetto, in parte occupato dai ragazzi di don Alfonso Rossi. Gli inglesi, dopo avere inizialmente tentato di frenare l’ondata giovanile con grandi cartelli di divieto, sono costretti non solo ad accettare il fatto compiuto, ma anche a liberare il cortile dai loro mezzi militari. Il clima più disteso favorisce l’incremento delle attività ricreative e in marzo l’insieme dei due oratori può contare già una folla di oltre 100 giovani.
A partire dal primo marzo 1945 suor Maria Chiari e suor Gilda Casadei si stabiliscono definitivamente dai salesiani, prendendo alloggio nella stessa stanzetta concessa loro dai preti per l’oratorio. La decisione consente alle due Figlie di Maria Ausiliatrice di aprire la scuola elementare. Questa unica “cameretta”, una volta smontate le due brande, diviene, nei giorni festivi, ritrovo giovanile e nei giorni feriali, aula di una pluriclasse che in poco tempo raggruppa una decina di scolari. Questi, col passare dei giorni e il rientro sempre più massiccio degli sfollati, aumentano a dismisura tanto da rendere impossibile l’insegnamento a 35 alunni di cinque classi diverse. Il 12 marzo i bambini, che nel frattempo continuano ad infoltire la scuola, vengono divisi in due gruppi con due turni distinti di lezioni: al mattino suor Gilda insegna ai fanciulli di quarta e quinta, nel pomeriggio a quelli di terza che restano uniti con quelli di prima e seconda seguiti didatticamente dalla direttrice. Con il sopraggiungere di altre iscrizioni, la strutturazione della scuola torna ad esplodere. A questo punto don Marino, resosi conto del grande disagio delle maestre, concede loro due stanze al piano superiore e a partire dal 20 marzo le classi, definitivamente separate, riescono, col sistema dei due turni di insegnamento, ad avere ciascuna una propria aula (1).
Rimini continua ad essere una città vinta, occupata e moralmente distrutta.
Fuori da questa “serena” isola salesiana, dove la giornata dei piccoli – seppure a fatica – riprende i suoi antichi ritmi di studio e di gioco, la situazione resta disperata. Rimini continua ad essere una città vinta, occupata e moralmente distrutta. L’opera di riorganizzazione della vita civile e sociale della città è lenta e difficile. Manca di tutto. E al primo posto tra i problemi essenziali c’è la casa. Con il progressivo rientro degli sfollati la difficoltà di dare un tetto alla gente diventa sempre più ardua. Ai senza alloggio vengono assegnati gli edifici liberi e gli scantinati delle abitazioni rimaste illese e non requisite. La sistemazione avviene alla meglio e dove è possibile: il più delle volte si è costretti alla coabitazione. Quasi sempre il materasso è un privilegio.
Oltre alla casa incombe il problema alimentare. Il mercato nero e la lievitazione dei prezzi hanno aumentato vertiginosamente il costo dei generi di prima necessità. Per provvedere a dar da mangiare alla gente si costituisce un Ente comunale dei consumi e un Ufficio per i controlli degli approvvigionamenti. Questo organismo affida a gruppi caritatevoli il compito della preparazione e della distribuzione delle minestre ai poveri. Le suore salesiane, nonostante gli impegni e la precarietà della situazione abitativa, non si tirano in dietro e con l’inizio del mese di marzo del 1945, aiutate dalla “cuciniera” suor Elvira Baruffa, danno corso a quest’opera meritoria.
Alla consegna del primo piatto caldo, si presentano 24 persone. L’indomani il numero raddoppia e nei giorni a venire la processione degli affamati aumenta enormemente. Proprio per la confusione che questa massa pressante di derelitti crea nel cortile dei salesiani, il 6 marzo il comando militare inglese, senza un minimo di preavviso, requisisce la cucina, sbarrandone addirittura l’entrata con una coltellata di mattoni. Il sopruso non fa desistere le suore, che a partire dal giorno seguente, con l’utilizzo di qualche tegola, improvvisano un “focone” in una stanza del secondo piano dell’istituto.
Il motivo che spinge gli inglesi a vietare l’uso della cucina sta nel fatto che l’ambiente è attiguo al refettorio e questo, che continua ad essere requisito, è utilizzato come sala da ballo: la presenza degli indigenti probabilmente disturba o imbarazza la loro allegria.
«In cielo continua il viavai di aerei carichi di esplosivi e il fragore delle bombe arriva fino a noi».
In questo momento di ristrettezze e di disperazione c’è anche chi ha voglia di divertirsi e di ballare. Non sono solo gli alleati che cercano distrazioni, anche molti riminesi dopo la lunga astinenza del periodo bellico si abbandonano ai piaceri di Tersicore. Una vera e propria “pazzia collettiva”, che nei mesi a venire assumerà aspetti addirittura “scandalosi”. I giornali, per giustificare questo sconcertante fenomeno, parlano addirittura di «sbornia di libertà». Una vergogna. Tanto più se si pensa che la guerra non è ancora terminata: prosegue con tutta la sua drammatica violenza al nord. E i segni di questa bufera di morte e di distruzione si avvertono quotidianamente anche a Rimini, seppure lontana dal fronte. Scrive, infatti, il 25 marzo 1945 la suora che tiene aggiornata la “Cronaca della Casa”: «Siamo ancora in guerra e molto spesso abbiamo il cielo coperto di apparecchi che vanno e vengono carichi di esplosivi per seminare la morte al loro passaggio»; e ancora il 12 aprile 1945: «In questi giorni anche il cielo di Rimini è spesso coperto di apparecchi bombardieri che vanno e vengono dal fronte vicino e il fragore delle bombe arriva fino a noi».
La mensa dei poveri continuerà anche quando le suore si saranno definitivamente sistemate nella loro casa, nei locali risparmiati dalle bombe, e proseguirà fino ai primi mesi del 1946.
Il 24 aprile 1945 gli inglesi lasciano definitivamente i locali dei salesiani e si trasferiscono nell’albergo Villa Rosa. I Figli di don Bosco tornano in possesso della loro casa. Visto il felice andamento della scuola elementare, i salesiani, che nel frattempo sono riusciti attraverso Alberto Marvelli a far riassettare alla meglio le parti più diroccate dell’istituto, concedono l’intero ultimo piano alle Figlie di Maria Ausiliatrice le quali, a partire dal 19 maggio, con il richiamo a Rimini delle altre tre consorelle ancora residenti a Montegiardino, suor Emma Carabini, suor Luigina Matteucci e suor Anna Ferrareis, vedono finalmente riunita la loro comunità. La scuola elementare e l’oratorio festivo femminile vengono traslocati al terzo piano.

Note
1) La prima elementare, che è la classe più numerosa con i suoi 40 bambini, è affidata ad una esterna, l’exallieva di don Bosco Maria Piatto. La “supplente” abbandonerà l’insegnamento il 22 maggio 1945 quando le suore, di nuovo riunite, saranno autosufficienti per la didattica scolastica.

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