La gioia di essere genitori di cuore

    “Non è affatto semplice adottare un bambino: l’iter è lungo, le ansie sono tante, il bambino non arriva mai. Ma è una cosa meravigliosa!”.
    Ce lo spiega in poche parole Massimiliano. E c’è da fidarsi: lui e sua moglie Sandra, questo percorso, l’hanno affrontato già due volte. Le regole che disciplinano l’adozione internazionale sono essenzialmente simili a quelle che regolamentano la nazionale e si riconducono all’art. 6 della legge 184/83 (modificata dalla legge 149/2001).

    Tre anni di matrimonio
    Le coppie che si candidano all’adozione devono possedere alcuni requisiti fondamentali: devono essere sposate da almeno tre anni, durante i quali non deve sussistere alcuna separazione ed essere in grado di educare, istruire e mantenere il bambino che intendono adottare. È il Tribunale per i Minorenni tramite i servizi socio-assistenziali degli Enti Locali a testare l’adeguatezza di questi ultimi parametri, ovviamente non facili da verificare formalmente. Così, la valutazione dell’idoneità dei coniugi è spesso difficoltosa, fatta di piccoli passi, tutti importanti, tutti parziali. Si tratta di una fase complicata anche per i coniugi, che, nella migliore delle ipotesi, si sentono sotto esame, osservati e giudicati.
    D’altra parte si tratta di una fase necessaria, imprescindibile al fine di assicurare al nuovo venuto una famiglia stabile, sana, capace di provvedere ai suoi bisogni.
    Le future famiglie, una volta portata a termine l’adozione, molto probabilmente si troveranno ad affrontare una situazione al di fuori del comune. Dovranno essere preparate, non solo ad accogliere un bambino, ma ad accogliere un bambino venuto da lontano. E qui inizia il nostro viaggio. Il viaggio verso la speranza di poter essere genitori, non “di pancia” come solitamente si definiscono i genitori naturali, ma “di cuore”!
    Sostenere un’adozione internazionale significa accogliere un bambino proveniente da lontano, non solo geograficamente bensì con una storia culturale, linguistica e psicologica, lontana. In genere, si tratta di bambini provenienti da orfanotrofi, piccole spalle che hanno sostenuto pesi enormi: l’abbandono dei genitori naturali, a volte maltrattamenti, condizioni igieniche scadenti, perfino la guerra…

    Le sette tappe
    Poi ci sono i limiti di età: la legge stabilisce che adottante e adottato debbano avere una differenza d’età minima pari a 18 anni, e massima di 45 per uno dei coniugi, 55 per l’altro. Vale a dire: se la madre ha 47 anni e il padre 56, la coppia può adottare un bambino non più piccolo di 2 anni.
    In definitiva, la lunga strada verso l’adozione si articola in 7 tappe: la dichiarazione di disponibilità; l’indagine dei servizi territoriali, il decreto di idoneità (emesso dopo valutazione dei parametri necessari); la ricerca (attraverso Ente o Associazione preposta al servizio di adozione internazionale); l’incontro all’estero; il rientro in Italia con il bambino e infine, la conclusione (trascrizione del provvedimento di adozione nei registri dello stato civile, a cura del Tribunale per i Minorenni).
    A questo punto, il minore diventa a tutti gli effetti un cittadino italiano e membro della nuova famiglia “multietnica” appena costituita. Ma è da molto prima, fin dal primo progetto di adozione che in realtà ha cominciato a formarsi quella famiglia: “chiamati da Dio all’adozione” dice Sandra, moglie di Massimiliano e madre di due bimbi boliviani adottati rispettivamente nel 2000 e nel 2005. Per lei, “l’adozione non è altro che la risposta alla chiamata di Dio: sapevamo che per noi c’era un progetto e l’abbiamo vissuto come volontà di Dio, aspettando che quei figli che ci erano stati affidati, i nostri figli, arrivassero a noi ”.
    È così che Sandra esprime il suo concetto di famiglia, spiega la motivazione che li ha spinti ad adottare e che, infine, attenua le sue preoccupazioni di mamma, che pure non sono poche. Il primo problema? I tempi: lunghi, lunghissimi a volte interminabili, mal concordi con quel forte desiderio di genitorialità! A volte (è il migliore dei casi) si parla di un anno di attesa, altre volte (sempre più di frequente), si arriva a due anni. Alle procedure burocratiche, che da sole occupano gran parte di questi tempi, “si aggiungono le problematiche concernenti i paesi dai quali provengono i bimbi: spesso in guerra, a volte con le frontiere chiuse, oppure ricchi di problemi diplomatici” afferma Cristina, madre di due bimbe indiane, che purtroppo si è trovata di fronte ad un improvvisa chiusura delle adozioni dell’India. Sarà per questo che il momento più emozionante risale al giorno in cui la suora di Madre Teresa di Calcutta (Ente prescelto per l’adozione) li ha chiamati per mostrare loro la fotografia della loro prima figlia: “Un’emozione fortissima! Nel momento in cui ho visto il suo visino spuntare da quella foto in bianco e nero, ho capito di essere diventata madre, che dall’altra parte del mondo, mia figlia mi stava aspettando!”
    Molto importante, in questa fase del percorso, dopo cioè aver affrontato prove di idoneità, corsi per coppie, incontri con psicologi, è affidarsi ad un Ente Autorizzato (ce ne sono diversi in Emilia Romagna, si può consultare il sito www.emiliaromagnasociale.it), di cui si abbia piena fiducia. “Questo è indispensabile – spiega Massimiliano – perché i tempi di attesa possono essere molto lunghi e a volte si è preda dell’ansia di essere dimenticati. È indispensabile fidarsi dell’Ente e pensare che sta agendo nel tuo interesse!”.
    È bene anche scegliere un paese con cui si abbia già un certo grado di affinità, di cui si apprezzao la storia, la cultura, a cui insomma ci si senta vicini: questo faciliterà l’inserimento del bambino nella nuova famiglia.
    Quello che viene dopo è il meraviglioso e intricato universo della famiglia. Qualcosa che non differisce, secondo Massimiliano e Sandra, dalla famiglia “normale”: stesse dinamiche, stesse piccole difficoltà quotidiane, stessa grande gioia di sentirsi chiamare “mamma” per la prima volta.
    Il cammino presenta spesso anche salite. A Rimini, l’associazione Famiglie per l’Accoglienza si propone di aiutare i genitori adottivi o stanno facendo il percorso che porta all’adozione. “Dal 2004 ad oggi, – spiegano – il nucleo «trainante» si è esteso a una quindicina di famiglie disponibili a condurre in «proprio» l’esperienza Riminese”, mantenendo uno stretto rapporto con il livello nazionale dell’Associazione.
    “Certo, difficoltà ce ne sono: – ammettono Sandra e Massimiliano – i bambini, per quanto ben integrati nella scuola e nella società, crescono. E crescendo si pongono domande sul colore della loro pelle, ad esempio. Il secondo figlio, inoltre, al momento dell’adozione, aveva già 4 anni. Questo significa portarsi dietro un retaggio pesante, che ancora condiziona, perché quattro anni passati in istituti e senza figure di riferimento lasciano delle tracce. Ma ce la faremo anche stavolta!”.

    Romina Balducci