Il Ponte

La fede non torna mai indietro

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Non c’è fede senza ‘corpo’ e ‘popolo di Dio’ 

Le note che scrivo sono stilate due settimane dopo l’inizio della cosiddetta fase due.

Da molte parti si parla di una nuova pastorale, di una diversa vita ecclesiale dopo il coronavirus.

Certamente tanti elementi storici cambieranno, come sono cambiati, per fare un esempio, dagli anni ’50 ad oggi. Ma tutto dovrà cambiare?

Non mi azzardo a fare previsioni; mi limito ad alcune considerazioni. Nella lunga quaresima della prima fase – un vero digiuno di vita comunitaria, almeno nella espressione liturgica e nelle relazioni umane dirette – si è detto e scritto da alcuni che si va delineando una nuova vita di Chiesa: senza liturgia, senza attività pastorali; senza quel “popolo” marginale, che alla Chiesa partecipa poco e si fa vivo solo nelle circostanze più importanti della vita personale o familiare.

Beh … questo modello di Chiesa non mi entusiasma.

Non mi convince una Chiesa senza liturgia, o – come in questa fase due – con una liturgia che non ammette spontaneità: persone schierate come soldatini di piombo, una o due per panca; volto coperto; riti di ingresso (la fila, il gel, ecc.) defatiganti; proibizione di capannelli prima e dopo la Messa… Così si parla di “riunioni” possibili, ma “in piccoli gruppi”, specificando, in alcuni documenti, di 7-10 persone.

Abbiamo fatto e stiamo facendo l’esperienza delle Messa trasmessa in streaming, delle riunioni in skype o in zoom… la liturgia e le relazioni umane in digitale!

Tutte opportunità comprensibili e preziose in una situazione di emergenza, ma alla lunga insoddisfacenti. E perché?

Perché la Chiesa è vita, è fatta di persone in anima e corpo. Perché Dio si è fatto carne, si è fatto uomo. Ricordate la donnetta ammalata che volle almeno toccare la veste di Gesù, e si ritrovò guarita e salvata?

Perché i sacramenti non sono un optional, ma gesti di Cristo che ci toccano e ci salvano: come faceva Gesù.

Se togliamo questo aspetto, di relazioni vere, di gesti, “di carne e di sangue”, il rischio grave è di scivolare in una fede gnostica, dove l’importante sono le idee, la conoscenza intellettuale, la fede meramente interiore, senza corpo, senza comunità, senza popolo; una fede per pochi, per perfetti.

Gesù non voleva una fede gnostica.

Mi dispiace, sì, constatare che tanti battezzati sono poco “praticanti”: ma fanno pur sempre parte del popolo di Dio, del quale anche io – peccatore non meno di loro – faccio parte. Fra “quella gente lì”, a Corinto, Paolo ebbe dal Signore “un popolo numeroso”.

Un “popolo”: come non riesco a concepire la fede cristiana come una gnosi, così non capirei una Chiesa che non sia “popolo di Dio”, ma diventi consorteria di pochi eletti, magari intelligenti e colti, ma terribilmente “intellettuali”.

Si dice che si è riscoperta – ed è importante! – la famiglia come “piccola chiesa”; ma per quanti? E, inoltre, la famiglia non è una monade, ma è cellula viva di una comunità viva.

Fatte queste considerazioni, quale sarà la pastorale del dopo-coronavirus?

A tempi brevi sarà ancora una pastorale di emergenza.

In Parrocchia San Gaudenzo – SanGau per gli amici – cerchiamo di valorizzare la liturgia domenicale, magari celebrata anche in piazza e, da giugno, al Campo don Pippo: per vivere una liturgia che sia, per quanto possibile, assemblea del popolo di Dio, e non una parata di soldatini di piombo.

“Senza la Messa non possiamo vivere”, dichiarano in processo i martiri di Abitene.

Daremo vita, come da 17 anni, al centro estivo – il Grest SanGau – con fedeltà alle norme, che lo rendono, tra l’altro, costosissimo; bambini e ragazzi hanno molto sofferto nella fase uno.

Faremo anche altre “attività” (brutta parola, per alcuni) al Campo, specialmente con i giovani, con appuntamenti “a gruppetti”, nei nostri Giovedì dei Giovani al Campo, significativa e gradita iniziativa estiva.

E ci prepareremo al nuovo anno pastorale, con incontri del consiglio pastorale e di tutte le realtà in cui la comunità si articola, studiando attentamente la situazione e le norme.

Senza nasconderci che auspichiamo la vittoria sul coronavirus, che ci consenta di vivere da persone libere e da comunità ecclesiale viva.

don Aldo Amati

parroco di San Gaudenzo

 

Ricominciare, non… tornare indietro

Proprio durante la Quaresima, che forse come mai prima abbiamo potuto vivere quest’anno, siamo stati costretti a spogliarci di tante cose: isolati abbiamo ascoltato il silenzio delle nostre strade, abbiamo fermato la macchina delle esteriorità, anche della fede, e ci siamo trovati a dover guardare inermi tanta sofferenza e fatica.

Forse in questo tempo abbiamo rischiato di fermare anche il cuore e l’anima, in attesa di tempi migliori. Forse siamo riusciti a vivere, invece, ciò che una crisi porta con sé: lo smarrimento, l’inquietudine e l’incertezza della meta da raggiungere. Abbiamo vissuto un tempo di disarmo interiore.

In questo tempo, forse, tutt’altro che banalmente, ci siamo chiesti: “Dio dove sei?”

Ce lo chiediamo sempre quando la fatica o il dolore o la morte ci raggiungono. La domanda emerge come un istinto primordiale che si accende prima della ragione o della speranza.

Ho provato a vivere la crisi. Guardandola in faccia mi sono fermato. Mi sono sforzato di non fingere, di non dirmi che questo era un tempo di grazia, che il virus era un’occasione invece che una tragedia; ho tentato di non edulcorare le letture della situazione.

Poi, dopo tanto, abbiamo visto la fine. Ha finalmente risuonato il grido: “Terra”.

In molti ci siamo sorpresi della reazione.

È parso che a questo grido, che nel mare in tempesta mostrava una speranza di approdo sicuro, per quanto ancora lontano, sul lato opposto del mare, si sia desiderato tornare indietro, annullare il viaggio, recuperare la “normalità”, quella frenetica del prima Covid.

Ricominciamo. Torniamo alle chiese vuote di prima dell’emergenza prima che si può, ne abbiamo tanto bisogno!

(tanto per intenderci). Torniamo alle liturgie che abbiamo sempre denunciato non dialogare con la vita!

Non abbiamo pensato più a nulla: non abbiamo pensato di dover imparare a leggere questo tempo e le sue conseguenze, non abbiamo pensato che la “normalità” di prima non esiste più e non tornerà ancora per molto, forse mai.

Non abbiamo pensato di raccogliere quelle grazie che abbiamo voluto vedere dal primo giorno ma che siamo stati pronti a cancellare e dimenticare per “ricominciare”.

Ma la crisi non è finita. Cambia volto, cambia ambiti e scenari, ma rimane.

Allora due sono gli aspetti vissuti in questo tempo che mi interrogano per il domani.

Il primo è la capacità di non far niente.

Per alcuni è impossibile, per altri facilissimo. Per i primi questo tempo si è rivelato uno schiaffo in faccia, per gli altri un tempo per prendere fiato e fermare la corsa stressata delle abitudini. Per tutti qualcosa che sa tirar fuori l’umano.

Far niente è il tempo necessario per essere in contatto con se stessi, scrutare i sentimenti, esercitare la ragione a comprendere il mio oggi, essere solo me stesso. È il tempo dello Spirito e del discernimento.

È il tempo in cui Gesù sulla barca si sveglia e dice: “Non avete ancora fede?”.

È il tempo delle risposte che forgiano espressioni nuove che sostituiranno vecchi luoghi comuni.

Imparare a non far niente in modo sano sarebbe molto utile.

Il secondo aspetto è l’impressionante uso di social e piattaforme di ogni genere che è improvvisamente diventato indispensabile per tutti, anche i più reticenti.

Lo sappiamo che l’uso di questi mezzi cambia il nostro cervello, cambia il modo di pensare e di relazionarsi. In un tempo in cui sono l’unica possibilità di comunicazione hanno un peso enorme.

Pensare che una futura normalità riavvolga questo nastro ponendo fine al loro uso massiccio è almeno ingenuo.

Credo che dovremmo riflettere e progettare un uso di questi strumenti perché non ci travolgano e non ci stressino, ma ci aiutino. Dovremmo pensare a come usarli perché continuino ad aiutarci a raggiungere l’irraggiungibile.

Li abbiamo usati molto anche per le liturgie: potrebbero essere quegli strumenti che consentono una partecipazione più attiva?

Come sarebbe sentir riecheggiare in chiesa una preghiera fatta da casa da un’anziana sola che non può uscire?

Sentir proclamare la Parola da un malato in ospedale?

Oggi dovremmo raccogliere le esperienze social fatte in questo tempo, verificarle, farne tesoro e sognarne un futuro utile invece che solo travolgente.

Allora ricominciamo.

Prima senza calendario alla mano, facendoci innanzitutto aiutare.

Ci sono persone competenti che possono aiutare la comunità cristiana e la nostra Chiesa riminese a leggere questo tempo, a comprenderne le conseguenze. Psicologi, sociologi ed economisti, educatori e maestri del discernimento. È necessario affidarci a persone competenti per disegnare il domani.

È necessario anche che ascoltiamo il popolo di Dio e facciamo tesoro dei racconti di questo tempo; che ascoltiamo le povertà e le fragilità e che valorizziamo le scoperte e le intuizioni della gente.

Abbiamo bisogno di questo per non perdere ciò che lo Spirito di Dio ha fatto in questo tempo. Ne abbiamo bisogno per comprendere le necessità della Chiesa nel prossimo futuro e non ricominciare a riempire l’agenda delle stesse cose che la riempivano, forse già inutilmente, ieri. Poi, allora, potremo agire efficacemente, in una realtà in divenire della quale però, avremo compreso le nuove fondamentali chiavi di lettura.

don Ugo Moncada

Vicario parrocchiale a Santarcangelo e codirettore Ufficio Pastorale Giovanile

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