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La fame non è una malattia

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Cambiare rotta” significa introdurre nel linguaggio della cooperazione internazionale la categoria dell’amore. Declinare, cioè, il termine “umanitario” come “principio di umanità”. Nel suo terzo discorso alla Fao, Papa Francesco ha affermato che la gestione della mobilità umana richiede “un’azione intergovernativa coordinata e sistematica, permeata da amore e intelligenza”. Bisogna fare di più per cambiare il futuro della migrazione, agendo sulle sue due cause principali: i conflitti e i cambiamenti climatici. Sul primo versante, il Papa chiede “un disarmo graduale e sistematico”, già previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, anche per porre rimedio alla funesta piaga del traffico delle armi. Sul versante dei cambiamenti climatici, Francesco cita l’Accordo di Parigi, dal quale “alcuni si stanno allontanando”, e stigmatizza la noncuranza verso i delicati equilibri degli ecosistemi e la presunzione di manipolare le risorse del pianeta in nome di un profitto avido.
“Non possiamo rassegnarci a dire ci penserà qualcun’altro”, l’invito per cambiare gli stili di vita, l’uso delle risorse, i criteri di produzione e i consumi. La fame non è “una malattia incurabile”, afferma ricordando che sono le guerre e i cambiamenti climatici a determinarla. Il cancro da evitare è la speculazione, che favorisce i conflitti e gli sprechi e fa aumentare “le file degli ultimi della terra che cercano un futuro fuori dal loro territorio d’origine”.
Non si risolve il problema della fame diminuendo il numero delle bocche da sfamare, ma prendendo coscienza che “ridurre è facile, condividere invece impone una conversione”.
“La morte per fame o l’abbandono della propria terra è notizia quotidiana, che rischia di provocare indifferenza”.
Introdurre la categoria di amore nel linguaggio del diritto internazionale: la diplomazia e le istituzioni multilaterali devono alimentare e organizzare questa capacità di amare, perché le migrazioni forzate non potranno essere fermate da barriere fisiche, economiche, legislative, ideologiche. “Amare si traduce nel pensare nuovi modelli di sviluppo e di consumo. Amare significa non continuare a dividere la famiglia umana tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario”.
“È una domanda di giustizia, non una supplica o un appello di emergenza”, precisa Francesco: “Il giogo della miseria generato dagli spostamenti spesso tragici dei migranti, può essere rimosso mediante una prevenzione fatta di progetti di sviluppo che creino lavoro e capacità di riposta alle crisi climatiche e ambientali”.

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