Il Ponte

La bellezza di educare e la necessità di speranza

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Ridare speranza ai giovani. O sono i giovani a dover ridare speranza agli adulti?
Proposto dalla
Consulta Diocesana per la Pastorale Scolastica, giovedì 21 febbraio, presso il Teatro del Seminario, si è svolto l’incontro dal titolo La bellezza di educare, testimoni all’opera. Sono intervenuti don Claudio Burgio (Associazione “ Kayròs”, Milano) e Silvio Cattarina (Cooperativa sociale “ L’imprevisto”, Pesaro). Ha moderato Daniele Celli, responsabile della Consulta. Fra i presenti in sala anche il vescovo Francesco, che è brevemente intervenuto al termine dell’incontro, e il vicario, don Maurizio Fabbri.

I relatori hanno presentato le opere sociali di cui sono fondatori, entrambe impegnate nel recupero di minori in difficoltà.

Ci spiega don Claudio: “Kayrós è un termine greco che potremmo tradurre in Italiano con tempo opportuno, momento favorevole. E’ un tempo che ti appartiene, fatto di momenti giusti per te se li sai cogliere; entrare nel Kayrós significa lasciarsi educare dagli avvenimenti”.

Silvio Cattarina: “Si viene al mondo per una grande promessa e questa promessa è attesa di qualcosa di buono e di bello che ci arriva come Imprevisto dentro i fatti della vita, proprio come ci ricorda la poesia di Montale che recita l’imprevisto è la sola speranza. Di questa attesa, di questa speranza, hanno bisogno tanti ragazzi che si perdono lungo i sentieri della vita”.

Proprio a Cattarina chiediamo: Quali sono i passi da muovere per uscire dalla dipendenza?

“Uscire dal problema della droga è una grande battaglia e non significa solo smettere con le sostanze, ma trovare un valido motivo per vivere: i ragazzi, invece, pensano di trovarsi nel mondo inutilmente o che ognuno di noi continui ad essere il proprio passato, continui a portarsi addosso il male che ha compiuto o ricevuto. Non è così.

Quello che conta è il presente.

Chiedo sempre a chi arriva: “Qual è la cosa più bella e preziosa che esiste al mondo?”. Nessuno risponde “io”, nessuno lo dice. E invece è l’unica risposta”.

Lei fa spesso riferimento alla sua esperienza di bambino.

“Certo. Devi avere un cuore grande – mi diceva mia mamma che era una persona semplice – perché tutto quello che desideri ti verrà grazie a questo. Oggi invece tanti adulti abbassano il tiro e suggeriscono ai figli di accontentarsi.

Può spiegare meglio?

Bisogna trovare il modo di aiutare le famiglie. I genitori non sanno porsi con coraggio, hanno dentro al cuore parole che non sanno più rivolgere ai loro figli, non sanno più incontrarli. Lo stesso accade ai giovani; un ragazzo mi ha detto: “La cosa più brutta nella vita è avere una morosa che ami tantissimo e non saperglielo dire”. Il nostro lavoro è in gran parte su questo. La più grande povertà dei giovani oggi è la parola, non riescono a comunicare quello che il loro cuore desidera. La nostra comunità è basata su incontri, assemblee; abbiamo momenti di dialogo, di giudizio, di comprensione, perché è importante capire, dare una valutazione alle mille esperienze che si vivono, spesso senza comprenderle.

Silvio Cattarina ha portato con sé alcuni ragazzi che seguono il percorso educativo nella sua comunità.

Francesco. “Ho vent’anni. Ho iniziato a fare uso di sostanze a quattordici. Ho vissuto un momento di grande debolezza quando non sono stato capace di stare davanti al fatto che mio padre aveva avuto una figlia con un’altra donna. Mi sentivo solo, avevo un grande rancore verso i miei genitori e verso me stesso. Ho toccato il fondo, ma alla fine ho visto che la mia vita non andava bene così. Ho deciso di entrare in comunità.

All’inizio è stato difficile, ho conosciuto le regole che io non avevo nella mia vita, ma non sono stato guardato come tossico, ma per la persona che ero. Questo mi ha aiutato a riconoscere che c’è un grande motivo per vivere. Ho pensato di scappare ma non l’ho mai fatto perchè ho capito che avrei tradito l’ultima chance. Oggi mi voglio più bene; col tempo, piano piano, ho imparato e sto imparando a dare valore a quello che mi circonda e a me stesso”.

Tommaso.“ Ho 26 anni. La mia storia con le droghe è cominciata quando ne avevo 12. In poco tempo sono passato dalle droghe leggere a quelle più pesanti. I miei genitori si sono accorti subito che c’era qualcosa che non andava, ma non sono mai riusciti a darmi un freno.

A 18 anni mi hanno cacciato di casa e mi hanno accompagnato in una comunità, ma quando sono uscito ho ricominciato. Mi sono sentito un fallito quando mi sono accorto di non sapermi gestire. Ero arrabbiato con tutti gli adulti, ma la mia rabbia non riuscivo a sfogarla. Una sera ho esagerato e mi sono svegliato all’ospedale dopo tre giorni di coma. Accanto al letto c’erano i miei genitori, anche se da un anno e mezzo non ci parlavamo. Questo mi ha colpito. Loro c’erano e questo mi ha smosso. Dovevo fare qualcosa, se non per me, almeno per loro. Allora sono entrato all’Imprevisto anche se ero scettico perché avevo già l’esperienza di una comunità. Mi sono accorto che c’era qualcosa di diverso: lo sguardo degli adulti. Sto iniziando ad avere una posizione davanti a me stesso, a quello che voglio fare nella vita. Prima bastava arrivare in fondo alla giornata, invece adesso ho un obiettivo”.

Don Claudio Burgio rimane colpito dal ritratto di don Oreste presente in sala.

Lo ha conosciuto personalmente?

“Sì. Ho imparato tanto da lui.

Ogni volta che venivo in vacanza a Rimini seguivo le sue tracce, volevo capire chi fosse.

Sono andato nella sua parrocchia e tutto era normale; lì ho capito che la santità ha che fare con la normalità, non con l’eroismo. Anche io, da parroco nella periferia di Milano, ho imparato la vita reale, ho incontrato tanti ragazzi stranieri, soli, senza famiglia che chiedevano di giocare a pallone nell’oratorio“.

Da lì è partito il suo impegno in campo sociale?

“Sì, ma il vero incontro che mi ha cambiato la vita è stato quando il mio vescovo, il card.

Martini, mi ha chiesto di andare al Beccaria, il carcere minorile milanese. C’è voluto del tempo prima che i ragazzi mi riconoscessero come una figura di riferimento.

La parabola del figliol prodigo inizia così: “Un uomo aveva due figli”; non un padre, ma uno qualsiasi.

Quando questo uomo qualsiasi viene riconosciuto come padre? Quando il figlio decide di tornare, quando è lui che lo riconosce. A me è capitato così: quando sono entrato in carcere ero uno qualsiasi: la paternità è cresciuta dentro di me quando il primo ragazzo l’ha riconosciuta”.

Come si manifesta la paternità?

“Non basta essere adulti per ricevere rispetto, bisogna entrare in rapporto, ascoltare.

L’ascolto è alla base del mio ministero. Le storie sono tutte inedite, non esiste una categorizzazione; ogni ragazzo ha una propria singolarità e come tale va ascoltata.

Diventare padre e madre è un cammino; anche l’adulto deve mettersi nella posizione di essere educato. Questo ascolto, però, necessita di epochè, cioè di sospensione del giudizio ovvero la capacità di temporeggiare un po’, di non emette subito sentenze. La bellezza è dimorare anche nell’incertezza, anche nella paura. La libertà della persona va promossa sempre, non si può educare solo con le regole”.

Ci racconta un episodio che espliciti questa dimensione?

“Ho vissuto cinque anni insieme a due ragazzi che un giorno sono spariti; la Digos mi ha poi avvisato che sono stati i due più giovani jihadisti partiti dall’Italia. Mi sono trovato a far fronte a una situazione più grande di me. Non me ne ero accorto.

Guardando indietro mi sono chiesto cosa avessi vissuto.

Ma l’educatore deve imparare ad ascoltare tutto, anche ciò che non piace, anche ciò che sa di fallimento, che sa di sofferenza: una ferita è sempre anche una feritoia. Dopo qualche tempo mi è arrivato un messaggio sul cellulare da uno di questi due ragazzi con scritto: Grazie di tutto, stammi bene, che Allah ti guidi sulla sua retta via. Ci vedremo in Paradiso.

Insciallah”.

È più duro il carcere o la vita in comunità?

“In comunità i ragazzi capiscono che è molto più impegnativo vivere la libertà che stare in una cella. La resistenza più grande nasce dalla paura di essere se stessi. Sono orfani di identità, non solo perché non hanno figure genitoriali vicine, ma perchè devono ancora nascere a se stessi e allora la paura è quella di perdersi, di non riuscire, di non essere adeguati. Molti ragazzi trovano mille espedienti per cercare di anestetizzare questa paura: alcool, droga, gioco d’azzardo. Sono espedienti che accrescono solo la devastazione. Noi cerchiamo di far scorgere che c’è la bellezza anche nella propria fragilità”.

Da dove si comincia?

“La partenza avviene dalla fiducia, dalla possibilità che un ragazzo dà a se stesso di fidarsi di qualcuno.

Abbiamo poche regole: la regola è un rinforzo alla libertà, un aiuto; cancelli sono aperti giorno e notte. Se il ragazzo capisce il valore di questo non scappa”.

Quando si ama davvero?

“Quando si lascia tradire, quando non si ha paura del fallimento. Io ho sperimentato tante volte questo amore: “Ma come, don, riprendi ancora quello lì che l’ultima volta che se ne è andato ha portato via la tv?”. Sì, è bello ripartire sempre.

Nell’altro scatta la domanda: Perché c’è qualcuno che si preoccupa per me?. Questo sguardo di misericordia non è sinonimo di buonismo, è una posizione che sa trarre al bene”.

Il bene è un grande motore.

“Ho già perso un figlio non ne voglio perder un altro”. Sono parole scritte in una lettera che mi ha fatto leggere un ragazzo del Beccaria. È la mamma del ragazzo che ho ucciso. Tengo custodita questa lettera perché quando sono in crisi la leggo e mi aiuta a cambiare.

Questa è la forza della misericordia che o è generativa o non è. Quella mamma che chiama “ figlio” chi ha ucciso suo figlio è madre davvero”.

Quindi il cambiamento è possibile sempre?

“La testimonianza in apertura al Sinodo dei giovani è stata quella di un ragazzo che era un piccolo boss di Quarto Oggiaro, rapinatore, ex carcerato al Beccaria poi a San Vittore, che oggi sta finendo l’università. Non si cresce tra chi ti assomiglia – ha detto -. Fino a che ero chiuso nel mio quartiere vedevo solo quella realtà lì. Oggi quel ragazzo è il miglior educatore che ho. C’è bisogno che anche la fede nasca e cresca dentro contesti e storie diverse”.

Rosanna Menghi

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