Il Ponte

Judith, una farfalla mai stata bambina

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L’arcobaleno di Judy Garland è dominato più da tonalità grigie che dai colori dell’iride. La protagonista de Il mago di Oz e di È nata una stella è al centro di questo film biografico diretto da Rupert Goold e tratto dalla pièce teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter (portato in scena in Italia da Monica Guerritore).

Si racconta l’ultima fase dell’attrice, morta a 47 anni, nel suo ultimo tour a Londra con i concerti al “Talk of the Town”, con la capitale britannica in piena era swingin. Una diva dal carattere non facile, piegata dai debiti e tenuta a cantare per fronteggiare le difficoltà economiche e assicurare una vita più consona ai figli avuti da Sid, uno dei suoi quattro consorti. Concerti che ogni sera raccoglievano fans adoranti, ma capaci di voltare le spalle all’artista quand’era poco disponibile ad esibirsi, arrivando a battibeccare con il pubblico.

Un “viale del tramonto” per Judy Garland, con gli ultimi applausi riservati ad una stella di prima grandezza, inframmezzati da flashback dove emerge l’adolescenza tormentata, segnata da un controllo ossessivo sulla vita privata e le sue abitudini personali (dieta ferrea e pochissimo riposo), da parte dell’infernale meccanismo dell’industria cinematografica che la spremette come un limone per ottenere il massimo ricavo.

E Judy si avvale della performance “mimetica” (anche troppo) di Renée Zellweger, pronta a verificare se la Garland le porterà fortuna con un secondo premio Oscar. Del resto l’ex Bridget Jones condivide con la mamma di Liza Minelli i tormenti determinati da un’industria dello spettacolo che pretende successi dopo successi, non perdona fiaschi e non si risparmia, soprattutto oggi con il micidiale contributo dei social, quando si tratta di gossip. Con la Zellweger va in scena una vita fragile assediata dal successo a tutti i costi.

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