Il Ponte

“…in fine, vita!”, più impegnati a vivere

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Da sinistra: Maria Luisa Savini, Stefano Spinelli, Elisabetta Gesmundo, suor Benedetta

Elisabetta Gesmundo, psicoterapeuta veneziana, di formazione junghiana, giunta appositamente da Venezia per coordinare l’incontro “…in fine, vita!” promosso dalla Commissione cultura della zona pastorale di Savignano e San Mauro venerdì 16 febbraio al Cinema Teatro Moderno di Savignano, cita James Hillman. Psicologo, saggista, psicanalista junghiano e anche letterato, Hilmann – spiega l’esperta – ha voluto guardare bene in faccia la morte mentre moriva.
“Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere”, scriveva nella sua ultima mail. “Il corpo fisico ridotto al minimo – si legge nella intervista resa dall’uomo a Silvia Ronchey pochi giorni prima di morire – tutto testa, pura volontà pensante. Restare pensante era la sua scommessa… per questo aveva ridotto al minimo la morfina pur subendo dolori atroci…la sua sfida, restare pensante fino all’ultima soglia dell’essere… (dove) il tempo sembra fermo, le lancette puntate sull’essenza ultima”.

La morte. È quello il tema, lo scoglio, il punto dolente.
Alla clinica svizzera, Dignitas, dove Mara Scarponi nel 2008 si è recata per ottenere il cartellino verde per l’“uscita”, scegliere di morire costava circa 12.500 euro, a seconda delle varie fasi cui la persona avesse deciso di arrivare, partendo dai colloqui preparatori alle visite del medico all’accompagnamento vero e proprio al decesso fino alle incombenze post mortem, sepoltura e pratiche burocratiche. Un “preventivo” che viene però rivisto nel caso la persona non avesse risorse economiche sufficienti.

Accompagnare un figlio a questo passo è un gesto d’amore? ha chiesto qualcuno dal pubblico del Moderno a fari e microfoni spenti. Una domanda quasi timida eppure pressante. “Con il cuore spaccato a metà, con crateri profondissimi, si” ha risposto, interpellata, Maria Luisa Savini, ex capo scout e animatrice parrocchiale a Savignano, oggi una mamma forte ma senza più la fede. “Noi abbiamo deciso di accompagnare Mara perché la sua disperazione era incompatibile con il vivere. Quando siamo arrivati sul posto, la dottoressa che la prese in carico cercò di farla desistere. Tuttavia, solo una volta avuta la possibilità di scegliere, Mara si è sentita meglio e ha trovato la forza di continuare. Per noi, credo, o forse per paura”.

“Come si vive, così si muore”, ha spiegato Elisabetta Gesmundo. “Poiché il nostro ‘io’ è formato anche dalle relazioni che abbiamo costruito, da un ‘noi’, nel momento della fatica è quel ‘noi’ che può aiutarci a non arrenderci. Attenzione quindi ai giudizi, e attenzione ai passaggi immediati da una emozione all’altra. Siamo molto di più di quello che pensiamo. A volte di fronte alle decisioni, serve tempo, serve sedimentare, serve confrontarsi”.

“La prima cosa che ha detto Mara – aveva commentato l’avvocato Stefano Spinelli sul palco – è stata ‘voglio morire’. Se ci fosse stata allora una legge che glielo avesse concesso, noi non avremmo oggi Mara e non avremmo il suo libro e la storia di affetti che poi c’è stata. Arrendersi di fronte a queste situazioni non è la scelta ragionevole, è il mondo degli affetti che, non dico cura ma certamente allevia. La legge recentemente approvata in materia di fine vita (la 219/2017, la cosiddetta legge sul biotestamento) dal mio punto di vista agevola la disperazione altrui, perché permette di rifiutare le cure, non fissando un limite. Previo consenso informato, la persona può rifiutare anche le cure necessarie come la nutrizione e l’idratazione. Si apre di fatto ad una deriva verso l’eutanasia. Ecco, noi abbiamo due strade, la resa alla disperazione o la scelta di stare accanto alla persona”.

“Io incoraggio questa legge – afferma Maria Luisa Savini – ma credo che la volontà del paziente sia da eseguire solo quando la sua condizione sia irreversibile e si siano perseguite tutte le possibili strade di cura, anche nuove rispetto al momento del testamento. Non ci deve essere accanimento terapeutico ma la certezza che altre strade sono irreversibilmente precluse”.

Com’è l’oggi, dopo la decisione presa da Mara quasi dieci anni fa?
“Il pensiero della morte rimane sempre in lei. Il suo problema è la vita, ma non è malata, incontra le amiche, qualche volta esce, va al cinema pur con tutti i limiti e gli accorgimenti necessari. Io Mara non la vedo disabile. Per me è la Mara di sempre, e io continuo a sperare di rivederla, domani, camminare. Forse lei vorrebbe che io a volte accogliessi la sua condizione ma io la tratto nel modo più normale, perché è così la vedo. Credo che questo le serva ma per questo spesso litighiamo. Anche se con il comunicatore (un attrezzo che costa quasi come un’automobile e consente alle frasi scritte da Mara su una tastiera di essere tradotte in suoni e quindi in qualche modo le consente di ‘parlare’) perciò con meno foga perché ci sono di mezzo le pause tecniche. Ma io comprendo anche il labiale”.

State pensando al futuro?
“È la preoccupazione mia e di Mara. In un paio di strutture non lontano da noi esistono realtà anche di ricoverati giovani, ma non sarebbe la condizione adatta per lei. E forse per nessuna persona malata o disabile. Purtroppo la nostra esperienza ci dice che nella maggior parte dei casi ci si approccia a persone come Mara pensando che siano un po’ deficienti. Questo riguarda anche il personale sanitario. In realtà sono persone lucidissime, perfettamente in grado di comprendere ciò che accade intorno e di capire. E come tali devono essere trattate. È fondamentale per il loro benessere. Si sta muovendo qualcosa in questa direzione, noi ancora non abbiamo soluzioni”.

Pagina a cura
di Mariaelena Forti

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