Il Ponte

Immenso Clint: corriere di droga e affetti

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Un pick-up nero percorre le strade d’America, al volante siede Earl, ultra ottantenne con un passato da floricoltore (la sua specialità sono gli emerocallidi, fiori simili ai gigli, di vita breve: fioriscono per un solo giorno), rovinato dalla recessione economica e dalle vendite on-line, ed ora nuovamente “in sella” con una nuova mansione, quella del “mulo”, del corriere, impegnato a trasportare carichi di droga per gli Stati Uniti.

Del resto chi sospetterebbe di un tenero vecchietto? Ispirandosi alla storia vera di Leo Sharp, l’autore di Gran Torino, Clint Eastwood dirige ed interpreta quello che probabilmente è l’ultimo film della carriera. Si cuce addosso un ruolo perfetto e la caccia all’uomo (sulle sue tracce la coppia di agenti DEA Bradley Cooper e Michael Peña, istigati dal capo Laurence Fishburne) diventa solo un pretesto per parlare di temi quali la crisi economica, le problematiche dei veterani di guerra e soprattutto le dinamiche familiari, con la distanza di affetti tra Earl e i suoi cari creata dall’eccessiva dedizione al lavoro del capofamiglia, con inevitabile incrinatura dei rapporti: è separato dalla moglie (Dianne West), con la figlia (Alison Eastwood) non parla più da dodici anni e l’unica che vuole mantenere in piedi il rapporto è la nipote (Taissa Farmiga).

Una ballata dolente e ironica in egual misura, dove la faccia rugosa e segnata dal tempo di Clint ci ricorda che l’America è un paese pieno di contraddizioni, tutte iscritte nel DNA di Earl, uomo innocuo e criminale per necessità. Un percorso on the road nel quale Earl ritrova la sicurezza economica perduta, ma ha quanto mai necessità di recuperare relazioni profonde e insostituibili, molto più durature della “bella vita”.

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