Il Ponte

Alla scoperta dell’Armonia del mondo

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osservatorio musicale

Al Landestheater di Linz Die Harmonie der Welt, l’opera di Hindemith ispirata a Keplero, con un buon cast e il suggestivo allestimento di Dietrich Hilsdorf

LINZ, 7 giugno 2017 – Non capita spesso che un’opera abbia per protagonisti grandi figure di scienziati: Die Harmonie der Welt è un caso che poi ha fatto scuola. Quando debuttò a Monaco nel 1957 l’effetto fu piuttosto spiazzante e l’esito si limitò a un esclusivo successo di stima nei confronti di Hindemith, autore della musica e dell’anomalo libretto: non furono pochi – Adorno fra i primi – a individuare in questa contiguità con la scienza un limite drammaturgico. Ascoltata adesso, a distanza di sessant’anni (nel frattempo fu riproposta solo un decennio dopo, in una versione però drasticamente ridotta), quest’opera in cinque atti incentrata su Giovanni Keplero risuona in tutta la sua straordinaria efficacia scenica e potenza culturale, legata a un libretto sul quale oggi nessuno trova più niente da eccepire.

La sede del nuovo allestimento non poteva che essere Linz: località tra le più significate della tormentata geografia kepleriana. Nella città austriaca il grande astronomo, che condusse una vita randagia, resa ancor più difficile dalle luttuose circostanze storiche, visse alcuni anni di relativa serenità e proprio a Linz, nel 1619, venne pubblicato il suo ponderoso trattato Harmonices Mundi, da cui l’opera di Hindemith prende il nome.

La produzione del Landestheater porta la firma del regista Dietrich Hilsdorf, attento soprattutto agli aspetti storici ancor più che alla straordinaria biografia scientifica del protagonista. Gli eventi risalgono alla guerra dei Trent’anni, che dilaniò un’Europa suddivisa fra cattolici e protestanti, dove è fin troppo facile scorgere un riflesso del secondo conflitto mondiale, cui Hindemith (unico compositore non ebreo marchiato dal nazismo con l’accusa di “musicista degenerato”) era sfuggito con l’esilio. In tale contesto si staglia la figura di Keplero, tra le più monumentali e al di sopra delle parti in area tedesca: personaggio ideale per comunicare un’idea d’innocenza della cultura.

La visualità dello spettacolo rimanda, attraverso i costumi di Renate Schmitzer, a una modernità senza tempo, così come la fatiscente specola rotante – autore della scena è lo stesso Hilsdorf – che rappresenta il rifugio del protagonista, le cui vicissitudini umane e professionali sono sempre strettamente sovrapponibili. Si giustifica pertanto anche la scelta di alcuni iconici simboli scientifici, non riconducibili storicamente a Keplero: un cannocchiale, delle armille e un pendolo centrale (forse per alludere a quello scambio di opinioni con Galileo, mai avvenuto nella realtà, seppure più volte sollecitato dall’astronomo tedesco), schizzi con figure geometriche e abbozzi di calcoli alle pareti che documentano la febbrile attività dello scienziato.

Die-Harmonie-der-Welt--©Thilo-Beu

A interpretare il protagonista, secondo una scelta che ne sottolinea l’alterità, Seho Chang, unico orientale del cast. Il baritono coreano canta bene e riesce a trasmettere la solitudine intellettuale e la profonda integrità morale del miope Keplero (un solo dettaglio collegato alla figura storica: pulire gli occhiali e stropicciarsi gli occhi). Nella duplice veste dell’imperatore Rodolfo II, e poi in quelle del successore Ferdinando, il basso Dominik Nekel è apparso efficace soprattutto nel rendere il bizzarro sovrano, mecenate di artisti e scienziati nel suo castello praghese. Del personaggio di Wallenstein (il cui ruolo nella biografia di Keplero viene enfatizzato da Hindemith, forse in omaggio al dramma di Schiller) la regia sottolinea il progressivo e inquietante disfacimento fisico, reso alla perfezione dal solido ed espressivo tenore Jacques le Roux. Un altro bravo tenore, Sven Hjörleifsson, interpretava Ulrich, assistente dell’astronomo; il basso Nikolai Galkin era un icastico prete; mentre Matthias Helm vestiva i panni ciarlataneschi di Tansur con voce, però, troppo poco timbrata per un basso comico-grottesco. Sul versante femminile il soprano Sandra Trattnigg ha disegnato con elegante linea di canto una devota e appassionata Susanna, seconda moglie di Keplero. Molto efficace – anche scenicamente – il mezzosoprano Vaida Raginskytė, la madre Katharina che l’astronomo riesce a salvare dalla condanna al rogo per stregoneria. Nei panni della figlioletta, cui Keplero enuncia le tre leggi che regolano il moto dei pianeti, il grazioso soprano Theresa Grabner. Il direttore Gerrit Priessnitz ha ottenuto dalla Bruckner Orchester Linz un esemplare rigore ritmico, insieme a sonorità nitide e precise, senza risultare mai troppo algido: riuscendo, così, a rendere avvertibili quei sentimenti che corrono sotto traccia nelle pieghe di una rigorosissima struttura formale.

Determinante il contributo del monumentale coro – quello del Teatro, integrato da altri elementi – che la regia valorizza, concependolo come una incombente massa, gravida di pericolose potenzialità. Infine, Hilsdorf rinuncia a seguire le didascalie del libretto e a rappresentare la pantomima conclusiva in cui tutti i personaggi raffigurano in modo allegorico i diversi corpi celesti. E così, nella passacaglia – la pagina più nota dell’opera – che segna il conseguimento dell’armonia cosmica, teorizzata da Keplero e finalmente raggiunta dal protagonista dopo la morte, ciascuno mantiene la propria fisionomia originaria. È possibile dunque realizzare questa utopia senza una trasfigurazione? Si resta con il dubbio, mentre – sul piano musicale – si ha invece la certezza di aver sfiorato vertici altissimi, paragonabili a quelli di altri grandi finali operistici, da Guillaume Tell a Falstaff.

Giulia Vannoni 

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