Il Ponte

Il Pascoli studente riminese

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LA Poesia dalla metrica formale coordinata in modo semplice, la profondità della poetica, il gusto di una rima rinnovata, dai temi che molti poeti hanno preferito trascurare. Giovanni Pascoli ha trovato, con la sua poesia, una chiave di lettura capace di trasmettere il piacere più semplice attraverso lo sguardo ingenuo e infantile del piccolo grande uomo che era dentro di lui.
Non raccontiamo certo una novità quando diciamo che l’infanzia e la giovinezza di Pascoli contribuirono in modo determinante nella poetica delle sue opere. Le gioie e i dolori del giovane rimasero lì per tutta la vita a testimonianza e arricchimento. Una giovinezza che in parte e significativamente venne vissuta in Romagna, e per un periodo anche a Rimini.

Il periodo
riminese

Il poeta sammaurese intrecciò in vari punti la sua vita con Rimini. Qui arrivò a seguito della perdita del padre, assassinato nel 1854 lungo la via Emilia, nel corso di un viaggio. La morte prematura del padre e qualche mese dopo della madre e di una sorella portarono sconforto e disorientamento nella famiglia. Una famiglia che oltre al grave lutto, dovette far fronte ad una cattiva amministrazione delle proprietà familiari, che gettò i Pascoli in un pessimo stato finanziario. Così con questi presupposti, Giovanni abbandonò i suoi ricordi più cari di fanciullo e si trasferì a Rimini (per decisione del fratello maggiore Giacomo e dello zio Alessandro Morri, marito della sorella di Caterina, madre del poeta).
Era il novembre del 1871, Giovanni venne iscritto alla seconda classe del Liceo Gambalunga. La casa riminese dei Pascoli si trovava presso uno stabile interno di via San Simone.
Il periodo riminese fu brevissimo, tanto che pochi mesi dopo l’arrivo della famiglia, il fratello Giacomo lo spedì a Firenze al Liceo degli Scopoli di San Giovannino. Gli studiosi più attenti di Pascoli tratteggiano un legame forte tra il periodo riminese e le preferenze politiche che espresse in seguito, in vari momenti della sua vita.
Già dai banchi di scuola, infatti ai professori Luigi e Carlo Tonini, a lungo suoi punti di riferimento, Giovanni fece notare una certa propensione verso le idee socialiste. A precisa domanda su “quale fosse la sua dottrina di carattere filosofico e religioso” seppur giovanissimo, rispose con altrettanta precisione: “Io signor professore, la penso come Giacomo Leopardi”, ponendo in seguito l’accento sul suo interesse verso i rimedi contro le ingiustizie sociali.

Si legge, in una breve biografia del poeta, inserita nel testo-catalogo “Il Giovane Pascoli: attraverso le ombre della giovinezza”.

“Nasce molto probabilmente già in questo periodo, un primo orientamento ideale e politico che sfocerà successivamente in una vera e propria attività in prima persona nelle fila dell’Internazionale. Di questo anno riminese, oltre a vari scritti tra i quali l’Inno alla poesia, resta la pagina scolastica Scartabelli di Nebulone scrittor di Romanzi contenuta in un quadernetto di Esercizi di poesia italiana, in cui Pascoli parla in tono piuttosto satirico di uno scrittore e giornalista dell’epoca, Giuseppe Rovani; come osserva Capecchi (in Pascoli inedito e noto: Scartabelli di Nebulon scrittor di Romanzi, in Filologia e Critica, a XXVII.fasc.III, settembre-dicembre 2002, pp.430-435): nei giorni del suo soggiorno riminese si faceva un gran parlare di anarchia, di internazionalismo, di comunismo e il giovane Pascoli, nella compilazione dell’esercizio scolastico non restava immune da questi dibattiti che giungevano alle sue attente orecchie. Nebulone rappresenta lo scrittore attaccato al denaro più che alla letteratura, adulatore dei potenti ma anche del popolo che gli garantisce il successo, abile a scrivere e a parlare anche senza riflettere, un personaggio completamente lontano dai modelli del giovane studente che covava tenacemente la propria aspirazione politica già all’interno delle amicizie riminesi.
Alla partenza di Giovanni da Rimini, seguì un periodo di disorientamento e di rifiuto, che in molti hanno associato al fatto che il poeta lasciò Rimini a malincuore e soprattutto contro la sua volontà”.

Il catalogo – dal quale è stato estratto questo contributo -raccoglie fotografie, documenti, ritratti e scritti di varia natura, un corpus di materiali che è stato messo in mostra al museo Casa Pascoli tra l’ottobre del 2006 e il gennaio del 2007, attraverso un percorso che segue tre filoni conduttori: Le origini e gli studi. Gli anni bolognesi. L’impegno politico.
La prima tappa della mostra, accuratamente riportata in questo catalogo, è prevalentemente costruita da fotografie d’infanzia che ritraggono i tanti fratelli e i genitori del poeta, corredate da tutta una serie di lettere scritte ai parenti nel periodo fiorentino, nonché da un insieme di atti ufficiali legati alla vita del poeta.

Il periodo da studente, a Rimini, è stato ben documentato dal lavoro dello storico Antonio Montanari, che -tra le altre cose- ha segnalato e recensito “Le prose disperse di Giovanni Pascoli” pubblicate dall’editore Carabba (Lanciano, 2004). Dall’introduzione al libro curata da Giovanni Capecchi si comprende l’importanza di una raccolta che concentra l’attenzione sulle opere in prosa di Zvanì, puntualizzando come esse siano fondamentali per comprendere lo stesso poeta, in quanto questi scritti portano prepotenti i segni delle sue esperienze personali. Una primissima opera dispersa, segnalata da Capecchi e poi ripresa da Montanari risale al 1872 e quindi al periodo liceale di Giovanni, ed è la già citata Pascoli inedito e noto: Scartabelli di Nebulon scrittor di Romanzi.

Il periodo
bolognese

Gli anni bolognesi sono gli anni dell’Università, quelli del corso di Belle Lettere e della borsa studio da 60 lire al mese. Siamo nel 1877 e Giovanni tornò a Rimini in cerca di un sussidio economico che chiese a Ercole Ruffi, amministratore delle finanze degli eredi Pascoli. Sempre nel testo-catalogo si legge:
“L’elemento che emerge con forza negli scritti pascoliani di questo periodo, è certamente la completa assenza di ogni richiamo alla tragedia famigliare, come se il poeta rimuovesse il dolore e trovasse nuova vitalità: energia che scaturisce non solo dalle liriche del periodo giovanile, ma anche dalle preziose testimonianze che gli amici e conoscenti hanno lasciato di lui, spesso meravigliandosi di fronte alla forza e alla passione che Pascoli riusciva a trovare nonostante le molte difficoltà. Il fatto di avere finalmente trovato canali espressivi per la sua ricca e complessa personalità era senza dubbio per lui fonte di gioia e di fiducia nell’avvenire: l’ideale politico, la stima degli amici e degli insegnanti per le apprezzate doti poetiche, la capacità di cogliere in tutto ciò che lo circondava la bellezza della vita, tutto questo lo spronava a lottare per emergere. E certamente tutto il suo mondo interiore si rifletteva immediatamente in componimenti poetici davvero originali”.
Anche dopo questa breve parentesi e il ritorno a Bologna, si è ipotizzato che il suo attaccamento alla Romagna non fosse svanito, ma che anzi lo portasse verso casa nei fine settimana. Documentati, inoltre, i suoi studi presso la Biblioteca di Savignano.

L’impegno
politico

Questo aspetto della vita del poeta è stato già affrontato nel volume “Pascoli socialista“ (Pàtron editore, Bologna, 2003) curato da Gianfranco Miro Gori, e ben recensito da Antonio Montanari.
“Pascoli – si legge nel testo del catalogo – è a Rimini dall’autunno del 1871, frequentò la seconda liceale ed ebbe tra i suoi compagni di classe Caio Renzetti, ex garzone di barbiere, che aveva in comune col riminese Domenico Francolini, anch’egli conosciuto dal poeta, l’adesione ad un grande impegno sociale che per entrambi durerà tutta la vita”. Il libro raccoglie i testi degli atti di un convegno che è stato dedicato al poeta a novant’anni dalla sua scomparsa (6 aprile 1912) avendo come obiettivo quello di dimostrare che l’intreccio tra la vita del poeta e il socialismo non è un fatto irrisorio, “basterebbe analizzare – scrive Miro Gori nel prologo al testo- il passaggio dalla politica dalla religione socialista alla religione della patria”.

Malinconico e rassegnato alle ingiustizie della società e dalle sofferenze della vita, Zvanì è stato capace di conservare un profondo senso di fratellanza e di umanità.
Di fronte al dolore e al male che dominano la terra, è poi riuscito a recuperare il valore della sofferenza, quella sofferenza che nella sua etica riscatta gli umili e gli infelici.

Angela De Rubeis

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