Il Ponte

Identikit di una Rimini medievale

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L’abitazione riminese nel Quattrocento è il testo in due volumi scritto da Oreste Delucca (edito da Stefano Patacconi); come proseguio naturale di un testo antecedente che raccontava la casa rurale. Perché proseguio naturale?
In primis perché esiste un filo sottile che lega la casa rurale con quella contadina. Nella premessa è lo stesso autore a dirlo: “sono entrambe l’elemento che, più di ogni altro, riflette e riassume i vari aspetti della vita (esigenze abitative, lavoro e organizzazione produttiva, condizioni sociali, rapporto pubblico-privato, mentalità). E dall’altra parte la città medievale sente il respiro della campagna che la circonda, è fortemente compenetrata di ruralità”.
Il testo si focalizza sull’analisi di edifici ordinari, e si colloca come: “il proseguimento dell’opera di Luigi Tonini, pubblicata postuma a cura di Pier Giorgio Pasini con titolo «Rimini dopo il Mille». In quello studio l’illustre storico riminese esaminava prioritariamente gli edifici religiosi e quelli civili di carattere monumentale”.

Un città in due volumi
I due volumi di Delucca cercano di dare uno sguardo completo alla Rimini quattrocentesca, partendo dall’analisi della città, per cui delle sue mura, del porto, delle piazze, delle strade, per andare a disegnare quel contesto dove poi si collocherà la vera e propria analisi della casa cittadina, intesa nella sua architettura e nel mobilio che conteneva. Il tutto collocato in una logica funzionale che ben mette in evidenza lo stile di vita, le necessità e le abitudini del tempo.

Rimini si difende
Non si può parlare di una città quattrocentesca e non si può parlare di una città quattrocentesca come Rimini, senza riservare un ruolo di particolare rilievo alle mura che la cingevano. Evidenti e maestose, le mura ebbero, come noto, per lungo tempo il ruolo di difendere la città dagli attacchi esterni.
Ma c’è di più, si legge: “In età medievale le mura urbiche sono molto più che un semplice strumento materiale di difesa: sono un vero e proprio segno identificativo della città, che distingue i cives dai districtuales e dai comitatini, non solo sotto il profilo topografico, ma anche sul piano giuridico, fiscale, economico e sociale. Una breve analisi della loro struttura si rende perciò necessaria. Rimini ha posseduto una cinta difensiva fin dal tempo della sua fondazione, nel III secolo a.C. Forse allora si trattava di un sistema misto, non tutto in pietra. Sul lato mare poteva esservi semplicemente un fossato. Sappiamo di un parziale restauro avvenuto nel I secolo a.C. Nel III secolo d.C., viene realizzato un pressochè totale rifacimento, allargando il perimetro murario che, dagli iniziali 2000 metri raggiunge uno sviluppo complessivo di 2650 metri. Mentre sui lati meridionale e occidentale, esso ricalca il vecchio percorso, l’ampliamento riguarda il tratto marino (che ora ingloba le strutture dell’anfiteatro) e quello prossimo al Marecchia, pur senza giungere al fiume ed al ponte, come invece accadrà nel Medioevo”
La città nella sua esperienza comunale si difese in questo modo. Anche se in vari momenti, vennero fatti degli interventi alle stesse mura. Pare che intorno al 1350 venne anche leggermente modificato il tracciato nei pressi di porta Galiana. Interventi di risanamento, vennero realizzati anche nel Quattrocento, per mettere una pezza a danni causati da eventi climatici o bellici.
Fuori dalle mura della città, un altro sistema difensivo cominciò a prolificare. Siamo nella seconda metà del Quattrocento a ridosso del nuovo secolo, quando Rimini comincia a rafforzare la sua zona mare.

Le porte
Tra le infrastrutture importanti della città, mura a parte, un posto di rilievo occupano le porte.“Sono luoghi molto importanti, perché segnano il materiale punto di incontro fra città e campagna, tra natura e società, tra esterno ed interno. In età romana imperiale, completata la cerchia delle mura, Rimini aveva presumibilmente quattro porte principali: due in corrispondenza del decumano maggiore (la porta Romana, ancora esistente, ossia l’arco d’Augusto. La porta Gallica, in direzione del ponte) e due in corrispondenza del cardine massimo (la porta Montanara, di cui si conserva un fornice. La porta Marina in direzione del porto). Non è esclusa l’esistenza di una quinta porta romana, equivalente a quella medievale del Gattolo che, (pare servisse, ndr.) ad alleggerire il flusso di mezzi gravitanti su porta Montanara. L’ipotesi mi sembra plausibile, considerando che lo spiazzo davanti alla Cattedrale di S.Colomba era chiamato «il Corso», nome attribuito nell’antichità alla strada destinata ai carriaggi ed al traffico pesante in genere. E considerando inoltre, la presenza di un acquedotto romano che penetrava l’area urbana seguendo quella medesima direttrice stradale.
Uscendo dalla città, verso la periferia la protezione assume un altro volto. Stiamo parlando degli steccati, utilizzati a protezione del borgo e presenti in città solo come sostitutivi delle mura nei momenti di lavori di restauro. Ad ogni modo in città sono solo presenze estemporanee. Tra il dentro e il fuori, tra la città e il resto era posto il fossato. In particolare il fossato del comune che cinge l’esterno delle mura urbane.
Scrive Delucca: “Anche fonti cronachistiche, diplomatiche e di natura varia, concorrono a segnalare la presenza del fossato riminese. Riprendo la tradizione che attribuisce il muro di cinta all’imperatore Federico II, il quale «fece anco d’intorno dette mura per di fuori cavar una larga e profonda fossa, per render la città più forte»”.
Questa è parte della descrizione che della città di Rimini fa Oreste Delucca. Prima di cominciare il suo viaggio dentro le case dei riminesi del Quattrocento, passa per le strade, le piazze e i borghi. Il nostro viaggio a ritroso nel tempo proseguirà la prossima settiamana, quando anche noi entreremo in quelle case.

Angela De Rubeis


Approdo marittimo sull’adriatico: storia del porto di Rimini.

Oreste Delucca, realizza nel testo una ricostruzione delle vicende che nel tempo hanno interessato il porto di Rimini.

Il porto di Rimini può dirsi contemporaneo alla città; la cui fondazione aveva, tra i suoi presupposti fondamentali, quello di garantire un approdo marittimo nell’Adriatico settentrionale. Oltre che nella primissima monetazione cittadina, lo scalo è documentato da Livio, in occasione della seconda guerra punica, quando nel 218 a.C. vi sbarca l’esercito romano al comando del console Tito Sempronio Longo. È citato da Strabone allorquando riferisce che Rimini aveva porto, e fiume del suo stesso nome. A fronte di questi dati che ci assicurano della sua esistenza, risulta viceversa molto difficile delineare i caratteri e la conformazione originaria del porto riminese. Verosimilmente può dirsi ubicato in corrispondenza del cardine massimo e costruito alla foce dell’Ariminus di cui conosciamo la piega accentuata verso levante, come testimoniano le pile oblique del ponte di Tiberio (asimmetriche rispetto all’asse stradale), la sponda lapidea di destra (anch’essa obliqua) conservatasi a monte e a valle del ponte, nonché l’andamento del muro cittadino dalla parte del mare. In sostanza si può pensare a una specie di estuario, legata ad una fase moderatamente erosiva, caratterizzata da scarsi apporti solidi fluviali e buon dilavamento della foce garantito dal mare in modo spontaneo. Se questa era la situazione del III secolo a.C. è probabile che in origine il porto non avesse necessità di un molo, la cui costruzione andrebbe assegnata ad un momento successivo, contraddistinto da sedimentazioni litoranee più cospicue e quindi della necessità di salvaguardare il fondale arrestando il trasporto solido proveniente da sud-est (ivi compreso quello prodotto dall’antica fossa Patara). Numerose sono le attestazioni del molo romano, posto vicino allo sbocco della citata fossa (…). Dalle notizie del 1807, sappiamo poi che quello dell’antico porto era un «molo di marmi ben connessi con quantità grande di piombo, il quale terminava ad angolo acuto. I cui due lati esterni al di là delle base della torre erano di 5 piedi riminesi» (…). «Dopo fu demolito anche il molo, di dove fu cavata una quantità di marmi ad una certa profondità… non è rimasto che poco più delle fondamenta, che non poterono levare in causa dell’acqua sempre sorgente» (…). Fino a quale data sia rimasto operativo questo originario impianto portuale, gli storici non lo dicono. Sappiamo ad esempio che nell’anno 461 Teodorico salpa da Rimini per andare all’assedio di Ravenna. Che nel 538 Belisario invia a Rimini una flotta per soccorrere la città. Che nell’VIII secolo Carlo Magno tiene navi di stanza a Rimini, ma non abbiamo notizie sullo stato del poro a quei tempi (…). Bisogna giungere al 1400 per avere notizia di interventi specifici a beneficio del porto (…). Il 22 ottobre dell’anno 1410 «Il fiume Marecchia uscendo dal suo letto sommerse molti navili e barche e danneggiò notabilmente la città, e congiungendosi con l’altro fiume, Ausa, gettò a terra un lungo pezzo di muro della porta Gramignuola, alla quale stavano legate grosse navi». (…). La buona conservazione del porto si dimostra un lavoro senza fine, causa gli interrimenti dell’alveo dovuti agli apporti solidi che recano le piene fluviali e a quelli di foce dovuti alle correnti litoranee.

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