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Graziano Giovanetti – musicista con la passione per la caccia al colombaccio

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Santi, poeti e navigatori, gli italiani. Come a dire: un popolo dalla forte tradizione religiosa, un popolo di artisti e di esploratori, in grado di arrivare ad ogni angolo del mondo. Tutto vero. Ma c’è una cosa che questo celebre detto italiano dimentica, qualcosa di importante: italiani come popolo di cacciatori. Queste figure, che affondano le proprie radici nella tradizione del mondo contadino e rurale della nostra Penisola, esistono da sempre ma, in anni recenti, vedono calare la propria dignità e la propria reputazione a causa di una sempre maggiore sensibilità verso i diritti delle creature animali. Una nuova sensibilità culturale che porta a pensare ai cacciatori come in antitesi con l’equilibrio naturale, come opposti al rispetto della vita degli animali, come assassini. Ma questo è sempre vero? Oppure è possibile ritrovare la consapevolezza della figura del cacciatore come un uomo che vive della natura, del rispetto e della simbiosi con essa? Parlando dell’entroterra del territorio riminese, c’è un genere di cacciatore molto particolare, che pratica un tipo di caccia che arriva da una lunga tradizione: la caccia al colombaccio. Una caccia dalle modalità molto pittoresche, com’è giusto che sia per tutto ciò che è tradizione e folclore di un popolo, e che può diventare una immensa passione.
Graziano Giovanetti, musicista riminese di lunga carriera, è uno di questi cacciatori, che ha voluto tradurre in musica la propria passione, con un disco di canzoni dedicate proprio alla caccia al colombaccio: I Cieli d’Ottobre.

Graziano, il tuo è un disco molto particolare.
“È vero, me ne rendo conto. Ma non potevo non raccontare il mondo della caccia al colombaccio che frequento da molti anni e che considero, di fatto, il mio mondo”.

Di cosa parlano le canzoni?
“Si tratta di un disco di otto brani, cinque dai toni più seri e tre più ironici, tutti scritti e composti in anni recenti, che hanno lo scopo di raccontare il mondo dei cacciatori di colombacci dell’entroterra romagnolo. Un racconto emozionale, che nasce dai sentimenti di passione, affinità e senso di mistero verso la natura che abitiamo. Sentimenti condivisi da tutti i cacciatori, che proprio grazie alla caccia trovano il proprio stile di vita, figli della stessa madre: la natura. Cacciatori come fratelli, quindi”.

Una caccia in senso non sportivo.
“Assolutamente no. La caccia è e deve essere intrapresa come attività di sostentamento, come modo di vivere e integrarsi nell’equilibrio naturale. Non deve mai essere concepita come sport, come puro divertimento, come mattanza gratuita. Chi lo fa non è un vero cacciatore. Noi cacciatori siamo parte dell’equilibrio naturale, non un pericolo per esso”.

La caccia al colombaccio ha modalità curiose. Come funziona?
“Si, non è esattamente il genere di caccia più usuale! I cacciatori si dispongono all’interno di capanni costruiti sugli alberi, non a terra, ad un’altezza di 15 o 20 metri. Si sta nascosti all’interno di questi capanni dalla mattina alla sera, in attesa dell’arrivo dei colombacci, questi eccezionali volatori dalle forme estremamente aerodinamiche che possono raggiungere velocità altissime: 60 chilometri orari come velocità di crociera, con punte di addirittura 80-85 quando si trovano con il vento a favore”.

Utilizzate richiami?
“Sì, utilizziamo piccioni specificamente addestrati a fungere da richiamo. Un richiamo che, però, è puramente visivo, non uditivo. I colombacci, mentre volano, vedono i nostri piccioni addestrati e ne sono attratti, ma non dalla loro ‘voce’. Sono attratti semplicemente dalla loro presenza, che li porta ad avvicinarsi istintivamente, per spirito di aggregazione. Ed è a quel punto che possiamo cacciare. Anche se la vera caccia, il suo vero spirito, inizia molto prima dello sparo: l’allestimento delle attrezzature e dei capanni, la preparazione delle armi, l’addestramento dei piccioni per i richiami. E tutto questo confluisce nel periodo di caccia vero e proprio, che dura per soli venti giorni, ad ottobre. È spettacolare, ed affonda le radici in una lunga tradizione”.

Molto antica?
“Estremamente antica, millenaria. La caccia al colombaccio veniva praticata, addirittura, già da prima dell’anno 1000. E durante gli anni dello Stato Pontificio era una delle più grandi fonti di sostentamento, era vista come una grande ricchezza. Avvicinandosi alla storia più recente si è poi progressivamente passati dalla caccia con le reti alle armi da fuoco. Per quanto riguarda la Romagna, questo genere di caccia affonda le radici in una tradizione che arriva dal territorio delle Marche, dove si cacciavano, utilizzando i capanni sugli alberi come tuttora facciamo noi, i colombacci in migrazione provenienti dal Nord Europa”.

Ti occupi di caccia anche al di fuori dai boschi?
“Sì, ho infatti il piacere di fare parte del Club Italiano del Colombaccio, di cui sono anche responsabile per la provincia di Rimini. Si tratta di una piccola realtà associazionistica, che seppur piccola per numero di soci, se paragonata ad altre realtà nazionali, è comunque molto grande nello spirito propositivo. Grazie alla passione comune per la caccia e la vita nella natura, il Club riesce a distinguersi per eventi di vario genere. Come le sagre, amate dagli appassionati, o il Progetto Colombaccio Italia, una ricerca scientifica che indaga i vari aspetti della vita del colombaccio, unica nel nostro Paese”.

Un mondo che racconti in musica. Qual è il tuo percorso musicale?
“Ho iniziato a scrivere e comporre canzoni presto, attorno ai 16 anni. Musicalmente nasco dal mondo del cantautorato italiano, ero affascinato soprattutto da mostri sacri come Guccini e De Andrè, ma amavo, e amo tuttora, anche il mondo del pop e del rock internazionale, come i Pink Floyd, o i Genesis. In quegli anni suonavo e cantavo con mia sorella Anna, grande diplomata violinista, esibendoci in numerosi concerti e concorsi locali. Una dimensione locale che, purtroppo, non si è evoluta, nel senso che non ci siamo mai spostati dal territorio e probabilmente questo ci ha impedito di fare il grande salto”.

Musica che poi è diventata il tuo lavoro.
“Sì, il classico pianobar al mare, durante la stagione turistica. E negli anni ho continuato a scrivere brani per le cerimonie religiose, nelle quali ho continuato ad esibirmi assieme ad Anna, oltre a spettacoli in ambito musical e recital. Negli ultimi sette, otto anni, inoltre, suono in un gruppo morcianese chiamato ‘La Chiave del 10’, con il quale mettiamo in scena esibizioni musicali perlopiù a scopo di beneficenza, come strumento di raccolta fondi per iniziative di solidarietà. Fino ad arrivare a I Cieli d’Ottobre”.

Un disco che unisce le tue più grandi passioni.
“E non sono solo semplici passioni. La musica e la caccia sono, esternamente, due discipline completamente diverse tra loro, non c’è dubbio. Ma se le si guarda più attentamente, nel profondo, ci accorgiamo che entrambe sono in realtà accomunate da una forte connotazione di spiritualità. Musica e caccia permettono di armonizzarsi con ciò che ci circonda e, in un certo senso, la natura, conosciuta con la caccia, ha una sua musica. Sono orgoglioso e mi ritengo molto fortunato ad essere nato e cresciuto in un contesto di simbiosi col mondo naturale, un mondo fatto di semplicità e di condivisione, un mondo in cui le cose si chiamano con il proprio nome. E, al giorno d’oggi, dobbiamo essere tutti bravi e attenti a gestire al meglio il ricco patrimonio naturale di cui disponiamo”.

Dove trovare il tuo disco?
“I Cieli d’Ottobre, che ho potuto produrre anche grazie all’aiuto di BigHunter, venditore specializzato di articoli d’abbigliamento per la caccia, è già disponibile, ed è possibile trovarlo sul sito di BigHunter (bighunter.it) e nelle fiere di settore, dove è presente il Club Italiano del Colombaccio”.

Simone Santini

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