Home Attualita Gli storici lavoreranno su queste pagine

Gli storici lavoreranno su queste pagine

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Piergiorgio Grassi, conosciuto e apprezzato professore universitario e intellettuale riminese, è stato con altri laici, uno dei fondatori del settimanale diocesano.

Professore, lei era presente alla nascita  de il Ponte ed ha seguito il settimanale in questi quarant’anni, intervenendo spesso su temi e questioni ecclesiali e civili.
“Ero presente anche al I Convegno ecclesiale di Miramare (novembre 1975) quando fu proposto, alla fine dei lavori, di far rinascere un settimanale diocesano. Partecipai poi alla discussione sul titolo che si intendeva dare al nuovo periodico e presi parte alle riunioni che avviarono l’iniziativa sotto la direzione di don Piergiorgio Terenzi. Non si accettò di chiamarlo con il nome glorioso de l’Ausa, il settimanale che dalla fine dell’Ottocento fu espressione dei cattolici e fu costretto a chiudere le pubblicazioni all’avvento del fascismo. Questo settimanale aveva ripreso con molte difficoltà nel secondo dopoguerra, senza riuscire a diventare davvero espressione della Chiesa riminese. Peraltro le sue uscite non sempre rispettavano una regolarità ben definita”.

Il Convegno di Miramare è stato un momento impegnativo e delicato, a conclusione di un decennio di forte impegno della Chiesa riminese nella recezione e nell’applicazione  dei documenti del Concilio Vaticano II.
“Bisognerà tornare a riflettere da storici, e non solo, su quel Convegno perché è stato davvero significativo per gli sviluppi della nostra Chiesa locale. Molti i partecipanti, molti gli interventi e molte le proposte. Ebbene, leggendo e rileggendo i testi conciliari, balzava con evidenza la volontà della Chiesa di entrare in dialogo con il mondo moderno in tutte le sue principali espressioni. La Chiesa intendeva comunicare il messaggio di Cristo al mondo e nello stesso tempo fare proprie “le gioie e le speranze, le tristezze e la angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”. Perché ciò avvenisse era necessario creare dei ponti e non dei muri. Lo aveva detto e ripetuto anche Paolo VI nei suoi diversi interventi, durante e dopo il Concilio.  La parola ponte appariva dunque la più adatta per un settimanale che seguisse il progetto  di Chiesa delineato dal Concilio in quello splendido documento che è la costituzione dogmatica <+cors>Lumen gentium”.

Il Ponte si presentò con un taglio, sin dall’inizio, molto innovativo. Da alcuni fu oggetto di critiche anche severe all’interno della realtà ecclesiale…
“Sì. Lo ricordo bene. La scelta di fondo fu di conoscere e mettere in primo piano la realtà del territorio. Una Chiesa per il mondo doveva conoscere come si muovevano gli uomini e le donne di uno spazio abitato in rapido cambiamento. Si trattava di conoscere dunque la cultura che stava emergendo tra le nuove generazioni e le domande di senso, l’economia in piena trasformazione, il lavoro delle istituzioni politiche e  sociali, in tutti i risvolti. Ciò richiedeva una notevole professionalità. Bisognava creare dei giornalisti qualificati che fossero capaci di “leggere” la realtà senza pre-giudizi e senza risentimenti. Per questo, come hanno dimostrato recenti ricerche sociologiche sui settimanali cattolici in Italia, il Ponte è diventato uno dei periodici più vivaci nel panorama della Chiesa italiana. Per questo ha trovato lettori attenti anche al di fuori dei “praticanti” e degli “impegnati” nelle associazioni, nei movimenti nel volontariato. Il settimanale ha fatto e continua a fare opinione, come si dice in gergo giornalistico. D’altra parte papa Francesco, riprendendo e approfondendo i temi del Concilio ha più volte ripetuto che la Chiesa dev’essere estroversa, mai chiusa in se stessa: rischia altrimenti di ammalarsi”.

Una delle critiche era che peccasse di orizzontalismo, come si diceva allora, mettendo sullo sfondo la Chiesa, fondamentale via di salvezza…
“Era una critica ingiusta, anche perché la vita della Diocesi, delle parrocchie, dei movimenti, delle associazioni è stata sempre presente nel settimanale, ed è stata raccontata con un linguaggio giornalistico comprensibile e attraente, senza nascondere problemi e difficoltà. Sfogliando le pagine de il Ponte si può ripercorrere la storia ecclesiale e civile degli ultimi quarant’anni segnata anche da momenti drammatici e difficili. Da non dimenticare poi le interviste a personaggi noti sul piano nazionale e internazionale, le inchieste sulla situazioni degli emigrati, i reportage sulle missioni e i missionari in diversi paesi del mondo, le lettere dei lettori e così via. Per dire le cose in maniera sintetica: il settimanale è stato sinora espressione della provincia in cui opera, senza essere grettamente  provinciale, con lo sguardo aperto all’Italia e al mondo”.

Oggi siamo di fronte a nuove sfide. Il cartaceo che sembra meno appetibile per le nuove generazioni. Ci sono poi molti interlocutori nuovi… Penso ad esempio al quasi 10% di immigrati stabili nel nostro territorio che appartengono a culture e a religioni diverse. Con un’esigenza di pluralismo…
“Mi pare che la portata delle sfide attuali nella comunicazione sia ben presente alla Diocesi e che le azioni saranno conseguenti. Il Ponte  infatti ha anche un’edizione  on line. Inoltre il settimanale è all’interno di Icaro communication, un complesso multimediale che ha una voce ben individuabile nell’attuale panorama comunicativo. Sono convinto – e ciò che sta accadendo in altri paesi lo conferma – che il cartaceo non morirà. Non bisogna seguire le mode senza aver ben ponderato quali possano essere le conseguenze o senza aver avuto la pazienza e la sofferenza dei tempi lunghi. L’esperienza italiana e internazionale non dà segnali univoci, anzi, attualmente essi oggi sono, per lo più, problematici. Spesso la necessità di un’informazione più completa, equilibrata, affidabile, spinge le persone che vogliono vivere a ritrovare le fonti tradizionali che sono più controllate e verificabili. Questo vale tanto più per i cittadini credenti che avvertono ormai chiaramente – e ce lo ripete Papa Francesco – che stiamo vivendo non in un ‘epoca di passaggio’, ma in un vero e grande ’passaggio d’epoca’. Non basta la buona volontà. Bisogna comprendere e accettare il rischio di immergersi in una situazione fluida fidando nelle promesse del Signore della storia”.

Giovanni Tonelli