Il Ponte

Gioielli ostrogoti a Domagnano

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Del periodo storico detto “tardo antico” conosciamo parecchie storie di invasioni e di guerra, di crudeltà, di panico; si tratta di storie vere, spesso mescolate a leggende incredibili e quasi sempre terribili. Invece sono abbastanza rare le testimonianze materiali che possono dare concretezza alle storie e credibilità alle leggende. Ce le aspettiamo dalla terra, che ancora racchiude un immenso tesoro di memorie, e che è una specie di “coscienza” dell’umanità, da cui ogni tanto affiorano indizi, brandelli di vita passata. Ma dalla terra si attendono, purtroppo, anche tesori di ben altro genere.

Poco più di un secolo fa, alla fine dell’Ottocento, in un podere di Domagnano, nella vicina Repubblica di San Marino, è affiorato appunto un “tesoro” capace di dare concretezza a un periodo della nostra storia antica, anzi tardo antica. Purtroppo era anche un “tesoro-tesoro”, composto cioè da pezzi d’oro; e l’oro non è qualcosa di immateriale come la memoria e la storia.

Quel tesoro fu subito nascosto e pesato, e un poco alla volta venduto e disperso: quattro etti d’oro zecchino hanno un bel valore, e corrispondono a un bel gruzzolo. Però non si trattava d’oro grezzo: si trattava degli ornamenti di una dama dell’alta aristocrazia ostrogota del tempo di Teodorico, databili proprio negli anni in cui Teodorico, vinto Odoacre a Ravenna, diventava re, vale a dire negli ultimi anni del V secolo.

Forse quegli ornamenti appartenevano ad una sepoltura e facevano parte di un abbigliamento funebre, o erano stati riuniti e nascosti in un momento di panico, nella speranza di poterli poi recuperare. Ma non lo sapremo mai, perché allora nessuna cura si ebbe per il “contesto”: chi ha frugato la terra era interessato al valore dell’oro e non ad altro, tantomeno a ciò che esso rappresentava e alle memorie che tramandava.

Si tratta di ventidue gioielli, se gli studiosi moderni hanno contato bene e se li hanno rintracciati tutti; ora sono dispersi fra Norimberga, Londra, Torino, New York. Sono orecchini, spilloni, borchie, fibbie, puntali, una collana, un anello, eseguiti con la tecnica del cloisonnée, cioè d’oro con cellette o incavi in cui sono inseriti lapislazzuli, avorio, perle e madreperle, paste vitree colorate. Un vero tesoro, il più ricco fra i pochi trovati in Italia, con pezzi eseguiti con una tecnica raffinata che trovava un confronto solo con alcune oreficerie di altro genere rinvenute a Ravenna, vicino alla tomba di Teodorico, e purtroppo rubate.

Di questo tesoro ora a San Marino esiste appena una reliquia (nel Museo): si tratta di una borchia, acquistata dallo Stato nel 1922. Era l’ultimo gioiello rimasto dopo quasi quarant’anni di occulte vendite sul mercato antiquario milanese, e forse non era il più interessante. È comunque splendido: d’oro, naturalmente, con intarsi di granato sanguigno, pasta vitrea verde e madreperla. Ha una decorazione simmetrica, con due pesci stilizzati: forse un simbolo cristiano o forse un semplice motivo ornamentale ispirato alla natura e agli animali, sui quali ha sempre operato volentieri la fantasia, insieme concreta e divagante, dei popoli del settentrione e dell’oriente. Altri pezzi dello stesso corredo avevano forma di cicala e di aquila.

Uno studioso inglese, Dafydd Kidd, ha ricostruito il presumibile abbigliamento della donna cui appartenevano i gioielli trovati a Domagnano: la borchia superstite del Museo di San Marino forse era uno degli ornamenti della borsetta che portava alla cintura. Tale abbigliamento è stato confrontato con quello delle donne dell’aristocrazia bizantina, riscontrando delle analogie, ma direi che sono maggiori le differenze, soprattutto nel gusto per l’ostentazione dei gioielli d’oro. La signora di Domagnano si mostra davvero come una “barbara arricchita”, e il suo ricco abbigliamento è sostanzialmente privo dell’eleganza di quello delle donne raffigurate in tante opere d’arte prodotte contemporaneamente nei territori propriamente bizantini.

Forse il tesoro di Domagnano riguarda, come si è detto, una donna ostrogota onorata in morte secondo la tradizione della sua gente: poteva essere una dama insediata lì stabilmente, o una nobile di passaggio; sempre che non si tratti invece di un occultamento che si sperava provvisorio, e che invece rimase definitivo, di gioielli che si volevano sottrarre a predoni sconosciuti, o a tribù o gruppi rivali, o a incursioni bizantine durante la lunga lotta condotta da Belisario contro Vitige. In ogni modo è quanto rimane di una storia di ansie e di ricchezza, di vanità e di bellezza, di vita e di morte. Una storia di uomini come noi; anzi una storia dei nostri molti antenati.

Ma come mai questo tesoro si trovava proprio sulle colline ai piedi del Titano, dove non passavano importanti vie di comunicazione (che peraltro dovevano dire poco agli abili cavalieri goti)? Ancora non lo sappiamo, però un’archeologia finalmente interessata alla storia e non alla rapina comincia a fornirci qualche indizio. Infatti proprio a Domagnano recentemente (1998-2000) sono stati individuati i resti di un edificio goto ricavato fra le rovine di una vecchia fattoria romana: quattro ambienti su un ampio piazzale, con pareti e tetto di legno e di fango, con numerosi focolari, con pavimenti in terra battuta (sui quali è rimasta, perduta con altre, una moneta di Teodorico).

A noi può sembrare una residenza troppo semplice e povera per una donna ricca come quella del nostro tesoro; ma dobbiamo ricordare che i barbari non avevano lussuosi edifici; e comunque non si pretende che proprio quella fosse la sua casa. La costruzione è tuttavia importantissima perché documenta anche a Domagnano una presenza non effimera dei Goti, che avevano affiancato, o si erano sostituiti, a precedenti abitanti. Una presenza che i reperti archeologici ci assicurano essere durata almeno un secolo: abbastanza perché più di una generazione vi vivesse e vi morisse, e lasciasse un’eredità di memorie, muta fino al momento in cui non ne è affiorato qualche elemento materiale.

Il Museo di Stato di San Marino, grazie al locale Rotary Club e alla Fondazione della Cassa di Risparmio di San Marino, nel 2004-2006 ha materialmente ricostruito l’intero tesoro di Domagnano riproducendone con grande cura e fedeltà tutti i pezzi, che dal 2007 sono esposti nel Museo accanto alla fibbia autentica. Si tratta di riproduzioni eccezionali, eseguite utilizzando gli strumenti e le metodiche dell’archeologia sperimentale: il risultato è sorprendente, veramente splendido.

Una visita al Museo di Stato di San Marino per questo “tesoro” (e per molto altro), mi permetto di consigliarvela proprio. Mettetela in agenda: il virus passerà.

PierGiorgio Pasini

Nell’immagine:

1. Borchia in oro en cloisonnée, di cm 3x 2,3, dal tesoro di Domagnano. San Marino, Museo di Stato.

2. Ipotesi ricostruttiva dell’abbigliamento della dama di Domagnano, secondo Dafydd Kidd, del British Museum (1987). San Marino, Museo di Stato.

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