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Il Gesù della storia, messia di Nazareth

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Nessun ebreo del primo secolo ha suscitato tanta attenzione e tanta produzione letteraria quanto Gesù. È pur vero che al suo tempo ci sono state personalità ben più famose e conosciute, come Filone di Alessandria, Flavio Giuseppe, il grande rabbì Hillel, il membro del sinedrio Gamaliele e altre ancora. Tuttavia nessuno di loro, per quanto abbiano lasciato numerosi scritti o si siano trasmesse ampie tracce del loro insegnamento, può vantare una proliferazione di biografie pari a quelle dedicate alla figura di Gesù. Questo dato è certamente il segno di una personalità eccezionale, sulla cui esistenza storica nessuno studioso ragionevole può permettersi di dubitare.

Per biografie di Gesù si intendono i Vangeli? Dal momento che sono scritti di fede, sono anche attendibili come testimonianze del personaggio storico Gesù di Nazareth?
I Vangeli sono una forma particolare di biografia, scritta alla luce della fede in Gesù come messia di Israele, che ha esercitato il suo ministero messianico per un breve periodo di tempo ed è poi morto e risorto secondo le Scritture. Non si può chiedere a questo genere letterario, che ha lo scopo di trasmettere la fede in Gesù, la precisione di un moderno trattato di storia. Ad esempio alcune ricostruzioni narrative degli evangelisti, come quelle dell’infanzia di Gesù, presentano un alto livello di elaborazione teologica e sono dunque meno dimostrabili dal punto di vista storico. Tuttavia, anche se non tutti i dettagli delle narrazioni evangeliche posseggono lo stesso livello di plausibilità, ciò non ci obbliga affatto a scartare i Vangeli come inattendibili. Anzi al vaglio della comparazione essi mostrano un alto grado di storicità sostanziale, non inferiore ad altre fonti letterarie dell’epoca, come ad esempio le opere storiche di Flavio Giuseppe. La fede che i Vangeli esprimono non è quindi un ostacolo per la storia di Gesù, anzi orienta lo studioso a porsi nella tradizione viva dei suoi discepoli, per approfondirne la figura con il proprio metodo scientifico. A ben vedere poi questo vale per qualsiasi personaggio storico, che noi conosciamo solo attraverso le interpretazioni che ne offrono di lui le fonti di cui siamo in possesso.

Questo studio è davvero importante per la fede e la teologia? Non è sufficiente per noi credere in Gesù?
Quale fede cristiana potrebbe mai esistere senza la storia? Se nel Credo noi recitiamo che Gesù “patì sotto Ponzio Pilato”, ciò significa che la fede cristiana si regge sull’esistenza storica di Gesù, come uomo ebreo vissuto nella Palestina del primo secolo, che ha operato soprattutto in Galilea e in Giudea ed è stato condannato alla morte di crocefissione dall’autorità romana sotto il governatorato di Ponzio Pilato. Senza questi dati storici, concreti e ben definibili, la stessa fede cristiana cade, perché viene negata l’incarnazione, ossia il fatto che la Parola di Dio, facendosi carne nell’uomo storico Gesù di Nazareth, abbia scelto un certo contesto religioso e storico-culturale, per rivelare pienamente sé stessa.

Qual è dunque il contesto religioso e culturale che contraddistingue la vita e la personalità di Gesù?
Gesù è sia etnicamente che religiosamente giudeo. La circoncisione (cf. Lc 2,21), la recita della preghiera dello sema’ (Mc 12,28-34, cf. Dt 6,4-9), la frequentazione della liturgia sinagogale in giorno di sabato (cf. Lc 4,15-16), la partecipazione alle festività maggiori di Israele (per la Pasqua cf. Mc 14,12-16; per la festa dei Tabernacoli cf. Gv 7,2; per la Dedicazione cf. Gv 10,22) sono elementi importanti dell’identità di un giudeo praticante. Ci sono anche altri aspetti del suo ministero storico che sono interpretabili solo alla luce dell’identità giudaica. Gesù nella sua predicazione annuncia il Regno di Dio (Mc 1,14-15; cf. Sal 93, 1; 97,1; 99,1 ecc.) e invita a pregare Dio con una formula che ha un retroterra fortemente ebraico: “Padre nostro (abînu)” (cf. Os 11,1; Is 63,16; troviamo questo termine anche nella preghiera giudaica delle diciotto benedizioni denominata Qaddîs). Gesù inoltre accetta il titolo di rabbì (cf. Mt 23,7-8) e la sua predicazione rimane limitata ai centri di cultura e religione giudaica. Per esempio non abbiamo notizia di una sua predicazione a Sefforis o Tiberiade, due grandi città ellenistiche della Galilea. Gesù è dunque un giudeo che proviene dalla Galilea, una regione in cui i giudei vivono in piccoli villaggi, ciascuno con il suo culto sinagogale, per difendersi dall’influsso ellenizzante delle grandi città. Anche per tale motivo la Galilea sarà per tutto il I sec. una fucina di leader giudaici, spesso con velleità messianiche e rivoluzionarie.

Dunque se Gesù è in tale sintonia con il suo contesto religioso e culturale, per quale motivo avrebbe trovato dei contrasti così forti con le autorità giudaiche del tempo?
Anzitutto si deve constatare che il giudaismo all’epoca di Gesù non è affatto un fenomeno compatto, ma presenta diverse correnti al suo interno, che si trovano in conflitto anche sugli aspetti fondamentali dell’identità ebraica, come il tempio e l’interpretazione della Legge. In questo contesto Gesù si inserisce in modo così originale, che non è possibile identificarlo con nessuna delle sensibilità presenti nel suo tempo. Anzitutto la sua osservanza del sabato era importante ma non assoluta, spesso in polemica con i farisei del tempo, più rigidi di lui (cf. Mc 3,1-6). Anche sulle norme alimentari (cf. Mc 7) e sulle regole di purità rituale egli ha una visione più aperta, perché frequenta liberamente persone “impure”, come prostitute e pubblicani, arrivando perfino alla comunione della mensa. Contro gli scribi, osa modificare importanti precetti della Legge, come quello sulla possibilità del divorzio, dichiarando in tal modo di godere di un’autorità pari o superiore a quella mosaica (cf. Mc 10,1-12). Frequenta il tempio ma vi compie un’azione simbolica, motivata dalla sua coscienza profetica, che lo pone in una grave collisione con l’autorità sacerdotale. Vi è in questa frattura uno dei motivi più forti della condanna a morte di Gesù.

Rispetto alle correnti del suo tempo Gesù sembra talvolta più flessibile, come per la legge del sabato, talaltra più rigido, come per la legge del divorzio. Come si può valutare il rinnovamento proposto da Gesù?
Il carattere originale di Gesù rispetto ai giudaismi del suo tempo non si può ridurre né a un ritorno ortodosso né a una riforma liberale. Si tratta invece di un’originalità che proviene dalla sua stessa persona e dal suo particolare rapporto con il Dio di Israele. Egli si rivolge a Dio con un’espressione al singolare, “Padre mio”, che è scarsamente attestata come formula di preghiera nell’ebraismo e nell’AT (cf. Sal 89,27 e Sir 51,10). Dietro tale formula soggiace il termine aramaico abbà, che Gesù utilizza per rivolgersi a Dio in un contesto intimo e confidenziale, cosa che mai era accaduta prima nell’ebraismo. Il Vangelo di Marco ci consegna infatti tale espressione come una prerogativa di Gesù (cf. Mc 14,36), facendoci percepire, nell’ordinaria umanità del giudeo di Nazareth di Galilea, la sua singolare straordinarietà. Da ciò deriva un’esplosiva reinterpretazione dei vari apporti della tradizione giudaica.
Davide Arcangeli

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