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Generazione incredula. O in cerca di autenticità?

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Giovani nichilisti. Un’accusa infamante, quella che bollerebbe i giovani italiani incapaci di produrre un’idea di bene e di male, da respingere direttamente al mittente, ovvero alcuni maître à penser troppo inclini a giudizi superficiali. Anche se “mi sarei aspettato una rivoluzione da parte dei giovani nei confronti di queste denigrazioni”. Ma forse a questi giovani così additati non importa poi così tanto la valutazione di questo mondo adulto vissuto così distante dal loro. Dal suo particolare osservatorio, Franco Garelli è invece interessato al mondo giovanile e soprattutto ai fenomeni religiosi vissuti dai ragazzi. A Rimini ne ha fornito un’interessante, appassionata e lucida riprova. Autore della ricerca “Piccoli atei crescono”, nella quale lo studioso ha messo in luce il nuovo che avanza a livello religioso, Garelli ha fatto emergere in Sala Manzoni gli aspetti apparentemente contraddittori della ricerca, confluita nel volume omonimo.
Se il titolo è perentorio, il sottotitolo rimette tutto in discussione: “Davvero una generazione senza Dio?” Il nuovo che avanza a livello religioso è messo in luce dal sociologo basandosi sul materiale raccolto nell’indagine dell’Istituto Eurisco, su un campione nazionale di 1.500 giovani tra 18 e 29 anni e attraverso un’indagine qualitativa con domande a 144 universitari di Roma e Torino.
#bene ma non benissimo: è l’hastag che interpreta alla perfezione la condizione giovanile.
Piccoli atei crescono è un fenomeno interessante: siamo di fronte alla prima generazione incredula o meglio incapace di accostarsi alle forme di religiosità tradizionale. “Ma non ha abdicato la questione del senso e lancia segnali alla Chiesa” fa notare lo studioso.
Il fenomeno è comunque in aumento. Se i giovani parlano della religiosità dei loro coetanei, viene a delinearsi uno scenario di marcato allontanamento dalla fede (il 70% pensa che pochi abbiano un qualche cammino di fede); se però i giovani rispondono a una domanda rivolta a loro personalmente, allora il 72% dichiara di credere in Dio, e oltre il 70% si dichiara cattolico. “La «coscienza generazionale» è più secolarizzata della coscienza individuale”, commenta Garelli.
Il 30% di giovani che si dichiara ateo è una percentuale doppia rispetto ai numeri precedenti, anche se ancora meno marcata rispetto al resto d’Europa. Mal comune mezzo gaudio? Garelli è più interessato a valutare le tre diverse forme di ateismo che si stagliano all’orizzonte: ateismo forte, ateismo pallido (più per moda che per specifiche convinzioni) e ateismo ostile alla Chiesa.
E i cristiani, ci sono ancora cristiani a popolare il mondo giovanile? I “cristiani della linfa”, secondo la definizione di Garelli, rappresentano il 10-15%, una “minoranza che si restringe ma è più qualificata rispetto al passato”.
Oltre il 65% di giovani che ha “chiuso” con la fede ha vissuto esperienze in parrocchia, e il 40% ha persino conosciuto cristiani significativi.
Perché allora questo allontanamento? Tre le possibili risposte secondo Garelli. Forse le proposte della Chiesa non sono così graffianti. Oppure ha un incidenza importante la cultura dominante nella scuola superiore. Da ultimo, i giovani non avvertono la proposta della Chiesa così rispondente alle esigenze della vita moderna. E se fosse un fritto misto di queste tre problematiche?
I giovani rispondono alle sollecitazioni dei nonni, più che ai genitori stessi. Li trovano non informi e accettano persino di andare a messa insieme pur di far loro piacere. “Non stupisca questa scelta: – avverte Garelli – i giovani hanno bisogno di figure forti con cui confrontarsi”. Oggi come ieri, più di ieri.

Paolo Guiducci

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