Il Ponte

Essere vecchi

by

A Reggio Emilia un nuovo allestimento del Faust di Gounod firmato dal gruppo teatrale Anagoor, per la regia di Simone Derai

REGGIO EMILIA, 10 novembre 2017 – Il confronto con un genio totale come Goethe è problematico, forse impossibile. Quando Gounod mise in musica Faust, nell’adattamento di una collaudata coppia librettistica come Barbier e Carré, fu subito evidente che il profilo del dottore – nell’insieme piuttosto semplificato – appariva diverso dal protagonista della fonte goethiana: il Faust parte prima. L’opera comunque presenta belle melodie vocali, rese celebri da interpreti famosi, e soprattutto c’è quel valzer che, ancora oggi, rappresenta per il pubblico il tratto più significativo di quest’opera. Nel tempo, Faust ha così goduto di una grande popolarità, anche in Italia dove è stato eseguito a lungo nella nostra lingua. In anni più recenti, da quando si è fatta piena luce sulla grandezza di Goethe (non solo immenso scrittore ma, insospettabilmente, anche uomo di scienza), però si è cominciato a guardare alle trasposizioni musicali dei suoi capolavori – dal Werther al Faust e a Mignon – con altri occhi.
Quando poi l’allestimento tenta di metter mano – nel tentativo forse di redimerne le debolezze – all’impianto drammatico approntato da Gounod e dai suoi librettisti, si corre invece il rischio di accentuarne i difetti. È il caso del gruppo Anagoor (debuttarono nella regia d’opera con Il palazzo di Atlante di Luigi Rossi, nel 2013, alla Sagra Malatestiana) che ha appena messo in scena un Faust, rappresentato prima a Modena, ora a Reggio Emilia e che poi andrà a Piacenza. La regia di Simone Derai opta per una scena lignea e atemporale e per costumi d’ispirazione cinquecentesca (l’epoca in cui presumibilmente era vissuto il leggendario dottore), inframmezzando l’andamento operistico con interventi filmati, che hanno però il risultato di dilatarne – se non addirittura sfilacciare – la drammaturgia. E se era molto suggestiva la raffigurazione del vecchio Goethe seduto davanti al camino che chiede alla nuora di portargli il manoscritto dell’ultima parte del Faust, da lui completata poco prima di morire, diventa invece un didascalismo eccessivo la raffigurazione di anziani ricoverati in una casa di riposo: quasi che i disagi della vecchiaia (che sono gli stessi del protagonista nel primo atto dell’opera di Gounod) fossero ignoti al pubblico.


Nel corso dello spettacolo ci saranno poi altri video: come quello dedicato alle religioni, rappresentate nei loro aspetti rituali, ripetitivi e meccanici; e, allo stesso modo, appare interminabile la scena filmata dell’incontro fra Gounod, Carvalho (l’impresario che spinse il compositore a musicare il Faust) e la moglie di quest’ultimo, futura prima interprete di Marguerite. Il risultato, anziché imprimere spessore all’opera, finisce paradossalmente per accentuare la fragilità di un lavoro nato come opéra-lyrique – genere all’insegna d’una programmatica medietas drammatica, tutt’altro che goethiana – e poi incanalatosi, nella prassi esecutiva, in grand-opéra: contenitore che sta comunque stretto a una vicenda incentrata quasi esclusivamente sull’amore tra Faust e Marguerite.
Neanche il versante musicale è riuscito ad attenuare una certa sensazione di staticità, a partire dalla bacchetta di Jean-Luc Tingaud che, a capo della corretta Orchestra dell’Opera Italiana, ha mantenuto un andamento un po’ monocorde, soprattutto per una certa piattezza dinamica. In veste di protagonista, Francesco Demuro era più a suo agio, nel primo atto, come vecchio Faust – con la sua tessitura centralissima, quasi baritonale – che negli slanci acuti richiesti dal giovane e aitante seduttore in cui si trasforma nel resto dell’opera (molto pallido e cauto il suo Salut! Demeure chaste et pure). Nei panni di Marguerite, ruolo da soprano lirico in confidenza anche con il canto di agilità, Davinia Rodriguez ha evidenziato una voce fortemente disomogenea, dove zona grave, centrale e acuta non si saldavano fra loro. Nei panni – o meglio nelle nudità – di Méphistophélès, il basso Ramaz Chikviladze è apparso piuttosto disinvolto vocalmente anche se con suoni non sempre ben controllati nel registro grave: dal fisico oversize, e tutt’altro che statuario, era costretto a stare a torso nudo, tanto che la scena di seduzione di Marthe ha assunto involontariamente risvolti grotteschi. Corretto e nell’insieme espressivo il baritono Benjamin Cho, non troppo incisivo il Siebel del mezzosoprano – il ruolo è en travesti – Nozomi Kato.
Pubblico perplesso: gli anziani non riconoscevano più il Faust che fino a trent’anni fa apparteneva al loro lessico familiare, i più giovani hanno avuto la sensazione di un’opera interminabile. Nonostante il taglio delle danze della notte di Valpurga, dura infatti quattro ore.

Giulia Vannoni

 

leave a reply

I nostri contatti

via Cairoli 69

0541 780.666

redazione@ilponte.com

Newsletter

Rimani sempre aggiornato!

“ilPonte” percepisce i contributi pubblici all’editoria.
“ilPonte”, tramite la Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici), ha aderito allo IAP (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria) accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

Seguici

Back to Top
Click to listen highlighted text!