Il Ponte

Dopo l’incidente il ritorno alla vita

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Una presa in carico a 360 gradi, che va dalla riabilitazione fisica del paziente a quella psicologica del diretto interessato e dell’intera famiglia di riferimento. E che non dimentica di curare anche tutto il “contorno” che può circondare l’assistito, dalle relazioni sociali all’ambito professionale. Complesso, molto complesso, è il recupero delle persone che dopo un grave incidente stradale arrivano in una struttura riabilitativa in stato semivegetativo. Il reparto di terapia intensiva che Luce sul Mare gestisce dal 2003 presso l’ospedale “Franchini” di Santarcangelo, è una delle realtà del territorio che vedono realizzarsi nel concreto la rinascita di una vita.
La struttura assiste con i suoi trenta specialisti, per lo più pazienti con significative lesioni al cervello dovute a traumi cranici o midollari, emorragie cerebrali e ictus, oltre a degenti colpiti da malattie degenerative come la Sla e la sclerosi multipla. Molti arrivano da altre regioni, anche del Sud Italia, solo il 35% dall’Emilia Romagna. Dei 27 posti letto del reparto (ai quali se ne aggiungono tre per i day hospital), 10 in media vanno a persone vittime di gravi incidenti stradali e il 60% di queste arriva in stato vegetativo, condizione che, precisa subito il primario, il dottor Mario Loffredo, non va confusa con lo stato di coma.

Perché dottor Loffredo, questa distinzione?
“Per essere ricoverato da noi è necessario che il paziente abbia quantomeno gli occhi aperti. La persona deve arrivare in stato di vigilanza, anche se non è detto che abbia consapevolezza di sé e di chi le sta attorno”.
Dopo l’accoglienza cosa succede?
“La riabilitazione del paziente neurologico è una presa in carico molto complessa. Spesso la persona si trova in una situazione instabile per quanto riguarda il sistema respiratorio, quello cardiocircolatorio e altri organi. Stiamo parlando di persone che vengono spesso dalla rianimazione con le quali il primo impatto da affrontare è di tipo riabilitativo”.
Come avviene la diagnosi?
“Tutti gli interventi che si fanno sul paziente dipendono dalla precedente valutazione che ne ha dato l’equipe dei professionisti che operano nel reparto: dal fisiatra al terapista, dal neuropsicologo al logopedista, fino al cardiologo, all’otorino e all’assistente sociale. La disabilità va affrontata a tutto tondo tenendo conto del contesto sociale dell’assistito, della famiglia e del mondo del lavoro. È una presa in carico globale”.
Come avviene il recupero concreto?
“La stesura del progetto parte dalla menomazione che ha comportato la disabilità e tiene conto di tutti gli handicap, non solo fisici, come – non ultimi – la perdita della capacità di curare se stesso, di affrontare il lavoro, di rapportarsi alla famiglia e alla società. Per questo fanno parte della nostra struttura più servizi, dalla palestra al progetto di terapia occupazionale finalizzato al recupero dell’autonomia, dal farsi la doccia alla riappropriazione delle capacità professionali”.
Quanto può durare una degenza?
“Per i gravi cerebrolesi si va in media da 4 a 6 mesi, fino a un anno”.
Quali sono le difficoltà maggiori da affrontare nel percorso riabilitativo?
“La prima difficoltà, paradossalmente, è che non esistono farmaci per risolvere il problema. Non siamo in grado concretamente di agire sul danno alla fibra nervosa. Il nostro lavoro è tutto legato all’accettazione e alla cura della disabilità. ma c’è anche una difficoltà legata alla psicologia del paziente”.
Quale?
“Dopo un grave incidente o trauma capita spesso che la persona cambi carattere fino ad avvicinarsi alla sfera psichiatrica. E non sono rari gli sconquassi familiari che difficoltà come queste possono purtroppo provocare”.
Quanto è importante la famiglia nell’ottica del recupero?
“Moltissimo. Chiediamo che partecipi al nostro lavoro. Se non c’è dietro una famiglia con cui collaborare, il nostro lavoro diventa più difficile. Purtroppo mai come oggi le famiglie sono gravate da spese mediche e altre difficoltà che le mettono a dura prova”.

Alessandra Leardini

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