Il Ponte

Don Oreste, dieci anni dopo

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Giovanni Paolo Ramonda, piemontese, “erede” di don Benzi, è il responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII dal gennaio 2008. È sposato con Tiziana da più di 30 anni, e hanno una casa famiglia con 12 figli tra naturali e “rigenerati nell’amore”.

Dieci anni dopo… che Comunità è oggi quella che vedi?
“Vedo una Comunità che svela il vero volto di chi l’ha fondata.
Don Oreste ha seminato, e oggi si raccolgono i frutti. Siamo molto proiettati al di fuori. Viviamo sempre nell’emarginazione, nelle situazioni di povertà, e insieme agli ultimi nella lotta per la rimozione delle cause dell’ingiustizia. Quello che voleva don Oreste, che gli ultimi segnino il passo della storia… ecco vedo che questo ce l’abbiamo presente. Sono stati soprattutto dieci anni di condivisione con i poveri, a questo siamo stati fedeli.
La Comunità è cresciuta molto, anche proprio numericamente. Si è passati da una Comunità legata al fondatore carismatico a una che cammina insieme come popolo.
Ci siamo aperti di più al dialogo con il mondo. Oggi la Comunità sa collaborare con tutti, sa individuare obiettivi, sostenerli e tradurli in azioni concrete. Penso ad esempio alla campagna contro la tratta a scopo di prostituzione, «Questo è il mio corpo», alla battaglia per un carcere diverso, al sostegno alle famiglie deboli… e la grande sfida contemporanea, quella delle guerre e dei profughi, in cui siamo sempre in prima linea. Tutto questo sempre incarnati nel Vangelo”.

Cosa ti manca e cosa hai con te di don Oreste?
“Sento la mancanza del suo coraggio profetico, oltre che quella della persona fisica. Quello che di lui, ogni giorno, cerco di tenere per me è il suo cuore, il suo donarsi al Vangelo, ai poveri, alla giustizia. In questo non era mai appagato. E ho le parole che ci ha lasciato. Oggi don Oreste è un faro che mi illumina. D’altra parte ho dovuto impegnarmi, «prendermi le mie responsabilità», e non fare un suo copia/incolla.
Poi serbo in me questi ricordi preziosi… don Oreste uomo, non solo sacerdote… l’uomo dell’accoglienza, quello che sapeva leggere e scovare i talenti.
Per me era una base sicura, un’ancora.
Poi così… mi torna in mente questo ricordo, era una delle rare volte che viaggiavamo insieme, perché lui era responsabile generale, io viceresponsabile, per cui non andavamo mai negli stessi posti. Eravamo in Albania, alle 4 di notte ho sentito dei rumori, mi sono alzato a controllare, e ho visto questa sagoma scura, con il colbacco, che usciva di casa e istintivamente, per protezione, l’ho seguito. È entrato in cappellina, ha poggiato la testa tra le mani, e sul tabernacolo… ecco, era lui. Un lampo di luce, la concretezza di una fede semplice. Quella congiunzione del Vangelo con gli ultimi. Oggi che sono sempre in viaggio, la mattina quando parto da casa vado in cappellina a salutare Gesù e c’è un disegno, l’immagine del don sull’altare con la testa tra le mani… e nel silenzio del cuore gli chiedo ancora di aiutarmi. E mi sento accompagnato”.

Hai detto che è una Comunità che è cresciuta, a che punto si trova? Riesci a fare un bilancio, nel bene e nelle criticità?
“È una Comunità viva, nonostante la crisi globale. Ha raddoppiato le presenze, con nuove sfide dettate dai tempi. C’è la grande e difficile prova dell’accoglienza dei profughi, le nuove capanne di Betlemme… e poi abbiamo aperto un poliambulatorio medico per i poveri, due scuole… ho tanto entusiasmo nel vedere i membri di Comunità che danno la vita. Quello che mi affatica a volte invece sono i conflitti, vedere come è difficile essere fratelli. Come un buon padre vorrei che ci fosse sempre accordo, anche se mi rendo conto che non è facile. Ma anche in questo chiedo ai membri di Comunità il dialogo, la schiettezza. Poi come responsabile ho cercato in questi anni di decentralizzare… oggi non è più la Comunità di don Oreste e non è la Comunità di Ramonda, è la Comunità Papa Giovanni XXIII”.

E per i prossimi 10 anni, cosa vedi per la Comunità?
Uno spazio enorme in futuro lo vedo per i giovani, bisogna sostenere questo loro anelito alla pace, alla giustizia. Attraverso gli strumenti della nonviolenza. Va incentivato il servizio civile, ampliati gli spazi per Operazione colomba, per la missionarietà in aree di povertà e degrado. I giovani sono stufi di chiacchiere, vogliono la vita con la vita. E vogliono un impegno di giustizia, per rimuovere la violenza, per costruire la Pace. È una grande sfida, che la Comunità deve essere in grado di portare.
Poi, sugli altri fronti, sono mutate le esigenze della famiglia, la società vive una grave crisi di denatalità, non c’è speranza nel futuro, non c’è fiducia. L’aborto, queste vittime innocenti, sono frutto anche di questo sistema. Dobbiamo sostenere in ogni modo le donne, perché dicano sempre il loro sì alla vita e alla maternità. Il diritto alla vita è un atto di giustizia, e per questo vanno aiutate le famiglie che hanno al loro interno una figlio, un fratello disabile. Come dice Papa Francesco nell’Amoris Laetitia, sono eroiche le famiglie «in cui l’handicap, che irrompe nella vita, genera una sfida, profonda e inattesa, e sconvolge gli equilibri, i desideri, le aspettative. […] Meritano grande ammirazione le famiglie che accettano con amore la difficile prova di un figlio disabile. Esse danno alla Chiesa e alla società una testimonianza preziosa di fedeltà al dono della vita».
E in futuro vedo sempre più forte la lotta per avere uno Stato che non emargini i deboli, ma che affermi la dignità di ogni persona, perché davvero per i giovani il lavoro sia un diritto, perché ci siano leggi a tutela della famiglia, che i minori e gli anziani siano protetti e tutelati, che sostenga un’economia di giustizia e non di mero profitto”.

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