Il Ponte

Il discorso del Vescovo per la Solennità di San Gaudenzo

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Rimini ha celebrato domenica 14 ottobre la solennità del patrono della città e della diocesi. La festa di San Gaudenzo segna l’inizio ufficiale del nuovo anno pastorale, ed è stata l’occasione in cui il Vescovo di Rimini ha incontrato le autorità civili e militari cittadine e ha rivolto loro il seguente discorso sulla e per la città.

 

 

Per questa edizione 2018, permettetemi di presentarmi a voi con una cartella di dediche rivolte a uomini e donne di buona volontà, che si sono distinte per opere e segni di accoglienza nella nostra Città e Provincia. Leggo queste dediche come altrettante buone notizie, che ritengo ci faccia bene condividere tra di noi e ci torni utile farle circolare, perché equivalgono a dieci “storie belle e buone”, dieci segnali di speranza e di inossidabile fiducia. Perché il bene fa sempre bene: è diffusivo di suo e contagioso. Il bene fa bene anche solo conoscerlo, anche solo condividerlo tra di noi e diffonderlo attorno a noi.

Pertanto vorrei dedicare questo mio intervento a:

– Rino, ex vigile del fuoco: incontrava R., giovane senegalese, tutti i giorni fuori dal panificio con la mano tesa. Rino e la moglie hanno preso a preparargli un posto a tavola, nella loro casa di Villa Verucchio. Quando è partito il progetto “Rifugiati in Valmarecchia”, è stato ‘automatico’ per lui e la moglie accogliere almeno una volta a settimana i ragazzi ospiti, insieme a figli e nipoti.

– Sara Barraco: una vita spesa con i dimenticati, gli esclusi, i più deboli. In questi ultimi anni per i bambini dell’Operazione Cuore, che arrivano in Italia dallo Zimbabwe. Nonostante l’età, continua a correre tra Rimini e Bologna, tra la Caritas e gli ospedali.

– Luca e Roberta che hanno deciso di portare avanti la gravidanza pur sapendo che la figlia sarebbe nata con delle malformazioni.

– Nicoletta, Gabriele, Veris, Paolo e tutti gli altri volontari della zona pastorale Flaminia che stanno offrendo il loro tempo per accogliere una famiglia eritrea arrivata con i corridoi umanitari.

– Alima, Melissa, Mustafà, Ascmir, Mariame, Mohammed, delle comunità musulmane presenti a Rimini che ci stanno aiutando nella difficile arte del dialogo e della costruzione di ponti tra cattolici e musulmani.

– Marius Ciocian, pizzaiolo romeno residente a Santa Maria in Casale e Andrea Alessandrini di Montegridolfo che, dopo aver trovato un portafoglio rispettivamente con 1500 e 1000 Euro l’hanno restituito.

– Alessandra Cetro e Fabio Cassanelli: hanno aperto la loro casa a George Benose, un ragazzo di 23 anni proveniente dalla Nigeria che hanno conosciuto nell’accoglienza di Casa Betania.

– Luciano e Lella Bagli, volontari di protezione civile, hanno realizzato una casa del pane in Tanzania per ricordare e continuare a far vivere la figlia Paola morta giovane.

– Giacomo Pacassoni, classe 1981, è un giovane medico riminese, specializzato in medicina del lavoro. È il medico volontario che ha fatto nascere la bimba Miracle sulla nave Open Arms della Ong spagnola Proactiva, lo scorso 6 settembre 2017.

– I giovani dell’Operazione Colomba, corpo non-violento di Pace della Papa Giovanni XXIII, presenti in luoghi di conflitto – Palestina, Libano, Colombia, Albania – che vogliono sperimentare con la propria vita che la nonviolenza è l’unica via per ottenere una pace vera, fondata sulla giustizia, e la riconciliazione.

1. L’immigrazione nel 2018

Oggi l’immigrazione è diventata nel nostro Paese un fenomeno sorprendente nel suo incremento, anche se negli ultimi anni il fenomeno si è fermato. All’inizio del 2016 il numero aveva superato i 5 milioni, con una incidenza sulla popolazione totale pari all’8,3%. Non dimentichiamo che il 52,6% di questi sono donne, portatrici di esigenze e sensibilità specifiche, e che nel 2016 sono arrivati in Italia più di 25.000 minori stranieri non accompagnati. Non possiamo poi dimenticare che a fronte di 5 milioni di immigrati in Italia, 5 milioni di italiani sono oggi emigranti nei cinque continenti alla ricerca di un lavoro e di una vita dignitosa.

La nostra situazione di Rimini Comune e Provincia si condensa in queste cifre. I residenti nel Comune al 1° gennaio 2018 ammontavano a un totale di 149.403, di cui 77.828 Femmine; 71.575 Maschi. In pari data gli immigrati ammontavano a 19.127, di cui 10.699 Femmine; 8.428 Maschi. La percentuale degli stranieri sul totale della popolazione del Comune di Rimini è del 12,8%. In Provincia di Rimini al 1° gennaio 2018 i residenti ammontavano a 337.325, di cui 174.657 Femmine; 162.668 Maschi. In pari data gli immigrati ammontavano a 20.659 Femmine; 15.785 Maschi, con una percentuale del 10,8% sul totale della popolazione della Provincia. Sono numeri di volti, persone, storie, vite.

2.  Immigrazione, una grande sfida

Di fronte a questa situazione non possiamo limitarci a risposte prefabbricate, ma dobbiamo affrontarla con realismo e intelligenza, con creatività e audacia, e, al tempo stesso, con prudenza, evitando soluzioni semplicistiche. Riconosciamo che esistono dei limiti nell’accoglienza. Al di là di quelli dettati dall’egoismo, dall’individualismo di chi si rinchiude nel proprio benessere, da una economia e da una politica che non riconosce la persona nella sua integralità, esistono limiti imposti da una reale possibilità di offrire condizioni abitative, di lavoro e di vita dignitose. Siamo, inoltre, consapevoli che il periodo di crisi che sta ancora attraversando il nostro Paese rende più difficile l’accoglienza, perché l’altro è visto come un concorrente e non invece come una opportunità per un rinnovamento sociale e spirituale e una risorsa per la stessa crescita del Paese. «L’opera educativa – hanno ricordato sempre i Vescovi italiani – deve tener conto di questa situazione e aiutare a superare paure, pregiudizi e diffidenze, promuovendo la mutua conoscenza, il dialogo e la collaborazione.[1]. Vogliamo ricordare inoltre che il primo diritto è quello di non dover essere costretti a lasciare la propria terra. Per questo appare ancora più urgente impegnarsi anche nei Paesi di origine dei migranti, per porre rimedio ad alcuni dei fattori che ne motivano la partenza e per ridurre la forte disuguaglianza economica e sociale oggi esistente.

Occorre avere uno sguardo diverso di fronte a coloro che bussano alle nostre porte, che inizia da un linguaggio che non giudica e discrimina. I termini stessi che spesso ancora utilizziamo per parlare di immigrati (clandestini, extracomunitari…) portano in sé una matrice denigratoria Se noi siamo parte di una comunità, essi ne sono esclusi.

Incontrare un immigrato a Rimini, in piazza Cavour o nei pressi del Mercato coperto significa fare i conti con la diversità. In questo incontro emerge la paura. Anzi, due paure si ritrovano a confronto: la mia paura e quella che prova lo straniero. La sua paura è quella di chi è venuto in un mondo a lui radicalmente estraneo, dove non è di casa e non ha casa, un mondo di cui non conosce nulla. La mia è quella di ritrovarmi di fronte ad uno sconosciuto che è entrato nella “mia” terra, che è presente nel “mio” spazio e non so come lo abiterà, e che, nonostante sia solo, mi lascia intravvedere che forse molti altri lo seguiranno. «Queste paure sono legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano. Avere dubbi e timori non è un peccato. Il peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità, alimentino l’odio e il rifiuto.[2].

3.  Un percorso praticabile

a. Dalla paura all’incontro

Le paure si possono vincere solo nell’incontro con l’altro e nell’intrecciare una relazione. Si tratta di riconoscere l’altro nella sua singolarità, dignità, valore umano inestimabile, di accettarne la libertà; significa riconoscere la sua peculiarità (di sesso, di età, di religione, di cultura,…) e desiderare di fargli posto, di accettarlo. Tutto ciò senza rinnegare la nostra cultura e le nostre tradizioni, ma riconoscendo che ve ne sono altre ugualmente degne. Scopriremo una ricchezza inaspettata: occhi nuovi per guardare realtà note; tradizioni e abitudini diverse che aiutano a valutare e ad apprezzare più in profondità le nostre; sofferenze patite che ci rivelano quanto accade lontano da noi.

b. Dall’incontro alla relazione

Da un incontro vero nasce la relazione e il dialogo: non più una semplice conoscenza dell’altro, non più solo un confronto di identità, ma una conoscenza “simpatica” dei valori dell’altro. Un dialogo che non ha come fine l’uniformità, ma il camminare insieme, il ricercare un “con-senso”, un senso condiviso a partire da presupposti differenti. è nel dialogo, allora, che si modificano i pregiudizi, le immagini, gli stereotipi, e siamo indotti a riflettere sui nostri condizionamenti culturali, storici, psicologici, sociologici: siamo interrogati sulle nostre certezze e sulla nostra identità. Nel dialogo, aperto alle persone di altre Chiese e di altre religioni, si allarga anche la comunione e la fraternità. Questo è l’inizio di un cammino che può trasformare la possibilità della convivenza in una scelta consapevole. L’immigrazione, con le reazioni di rigetto che talvolta suscita, mette in luce un atteggiamento presente nelle società occidentali e che non le è direttamente connesso: il crescente individualismo, che sempre più spesso si manifesta anche fra connazionali e addirittura all’interno delle famiglie.

c. Dalla relazione all’integrazione

è questo il passaggio più difficile. L’integrazione è un processo che non assimila, non omologa, ma riconosce e valorizza le differenze; che ha come obiettivo la formazione di società plurali in cui vi è riconoscimento dei diritti, in cui è permessa la partecipazione attiva di tutti alla vita economica, produttiva, sociale, culturale e politica, avviando processi di cittadinanza e non soltanto di mera ospitalità. «In conformità con la sua tradizione pastorale, la Chiesa – scrive papa Francesco – è disponibile ad impegnarsi in prima persona per realizzare tutte le iniziative (…), ma per ottenere i risultati sperati è indispensabile il contributo della comunità politica e della società civile, ciascuno, secondo le responsabilità proprie»[3]. L’opera della Chiesa nel campo della mobilità umana non può che essere sussidiaria all’azione dello Stato e delle istituzioni internazionali.

La civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo, il giorno in cui lo straniero, da nemico (hostis) è divenuto ospite (hospes). Il giorno in cui nello straniero si riconoscerà un ospite, allora qualcosa sarà mutato nel mondo. È il passo che le nostre comunità devono saper compiere, non dimenticando l’importanza dell’ospitalità che porta dalla paura all’incontro, dall’incontro alla relazione, dalla relazione alla integrazione. In breve, dall’ostilità all’ospitalità.

Permettetemi di concludere con un invito. Domenica 18 novembre p.v. celebreremo a Rimini la II Giornata Mondiale dei poveri indetta da Papa Francesco. E con i poveri prenderemo parte alle due mense: quella del pane eucaristico e quella del pane quotidiano.

Vi anticipo a voce un cordialissimo invito a partecipare a quell’evento, e vi ringrazio per la cortese attenzione da voi prestata e per la vostra solerte, generosa disponibilità.

Francesco Lambiasi

[1] CEI, Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020, n. 14.
[2] Papa Francesco, Omelia 14 gennaio 2018.
[3] Papa Francesco, Messaggio per la 104a Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018.

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