Il Ponte

Discepoli-missionari nel mondo oggi

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Matteo Truffelli, Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana (in alto nelle foto), giovedì 9 maggio ha incontrato l’associazione riminese presso la parrocchia di San Raffaele. È stata l’occasione per un affettuoso saluto e per confrontarsi sulla realtà che stiamo vivendo. La nostra associazione come sta affrontando le indicazioni del magistero di Papa Francesco? Quale orizzonte abbiamo colto in questi anni e cosa è cambiato all’interno dei nostri gruppi parrocchiali?

L’Azione cattolica oggi
Il Presidente ha insistito più volte sull’indicazione che il Pontefice gli ha più volte presentato durante i colloqui personali: l’obiettivo di realizzare, come laici impegnati, quel disegno ecclesiale che emerge dalle pagine dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium consegnata a Roma il 24 novembre 2013 in occasione del primo anno di pontificato. La sintesi di questo impegno è l’immagine del discepolo-missionario che al punto 120 del documento indica come sia necessario non disgiungere questi due aspetti in quanto chi ha sperimentato l’amore di Dio, incontrandosi con la persona di Gesù Cristo, non può fare a meno di comunicare immediatamente questo dono. Possiamo dedurre che il cuore del cammino di fede non sta nell’organizzazione di incontri e di strutture, ma è dentro alla quotidianità e più precisamente è quell’esperienza in cui il cristiano ha realmente toccato quell’amore. Dovremmo allora impegnarci maggiormente a leggere la realtà cogliendo il significato di ciò che accade e sapendo interpretare e valorizzare ogni incontro che la vita ci dona; piuttosto che affannarci nella gestione di una struttura che continui a funzionare dovremmo concentrarci sulla vita reale. A proposito di questo il Presidente Truffelli ha ribadito più volte che non può essere il Centro nazionale a suggerire alle associazioni diocesane come realizzare una conversione missionaria così come non può essere la realtà diocesana a indicare alle associazioni parrocchiali come impegnarsi, ma ognuno deve saper individuare le esigenze più significative nel territorio in cui vive per comprendere successivamente quale testimonianza è chiamato a offrire e come concretizzarla in gesti adeguati. Papa Francesco insiste particolarmente su questo aspetto spiegando come la conversione a cui siamo chiamati e l’evangelizzazione, che ci forma come cristiani maturi, non avvengano durante momenti organizzati, ma negli incontri con le persone che incrociamo e a partire dalle loro esistenze che intercettano la nostra (cfr. EG 121); ciò non significa rinunciare alla missione evangelizzatrice, ma rivela l’importanza di saper comunicare Gesù nella situazione in cui ci troviamo. Nella misura in cui riteniamo vero questo possiamo comprendere come non ci sia un unico modo di essere laici impegnati, ma ogni realtà deve trovare la propria specificità nel suo contesto. Ogni singola parrocchia deve imparare a realizzare la Chiesa dell’Evangelii Gaudium concretizzando itinerari formativi, indicazioni magisteriali e intuizioni spirituali in progetti praticabili nel contesto locale dove ogni ambiente può presentare differenti peculiarità.

Ac e parrocchia
L’obiettivo principale dell’associazione non è quello di crescere numericamente e attivare forzatamente più gruppi possibili, ma di leggere la situazione della comunità parrocchiale sapendo mettersi in gioco, rispondendo ai bisogni principali della comunità. Il laico di Ac non freme per imporre o proporre l’esperienza associativa, ma attiva ogni possibile sforzo di fantasia e di carità per curare le relazioni e favorire la fraternità. Il termometro della carità pastorale è proprio la capacità di favorire buone relazioni. Nei contesti dove le indicazioni del Vescovo e le esigenze territoriali prevedono alleanze e sinergie l’associazione deve sapersi far carico di trovare nuove modalità di servizio e di collaborazione per favorire le zone pastorali e/o i gruppi interparrocchiali. La forza spirituale di un gruppo di Ac non sta nella sua capacità di resistere ad ogni principio di novità o cambiamento in una logica di conservazione o autopreservazione, ma sta nella prontezza a leggere le sfide più attuali e sapersi attivare per non essere mancante circa il contributo che si è chiamati ad offrire. È inutile garantire a parole vicinanza umana al proprio Vescovo e attaccamento ai principi della propria associazione e poi respingere con paura e fastidio le novità pastorali emergenti. D’altra parte non è sufficiente la generosa disponibilità nei vari servizi parrocchiali, il punto di riferimento è sempre la vita reale e la lettura delle sfide sul territorio in cui ci si trova. Ogni laico dovrebbe chiedersi puntualmente quali emergenze e quali sfide sono presenti nella parrocchia, nel quartiere, nel territorio in cui vive e poi attivarsi di conseguenza.

Ac e Diocesi
L’associazione parrocchiale è parte integrante di quella diocesana e serve praticare sempre una proficua corresponsabilità; la Diocesi non è quella dimensione che toglie forze e risorse alla realtà parrocchiale, così come una parrocchia non può accontentarsi di vivere il proprio percorso di fede senza avvertire il senso di ecclesialità proprio della fede e dell’essere cristiani collaborando e dialogando costantemente con la realtà diocesana. L’Ac in quest’ottica di ecclesialità sta in ascolto delle indicazioni diocesane facendole proprie e promovuendole al proprio interno. Le iniziative più importanti della Diocesi non sono lo spazio di riserva dopo aver vissuto i propri appuntamenti ordinari, ma dovrebbero irrompere nei propri calendari e tra gli impegni con uno spazio centrale e decisivo. In quest’ottica la parola d’ordine della Chiesa di oggi, delineata dal Magistero di Papa Francesco, è sinodalità: camminare insieme agli altri è un metodo decisivo in quanto non si tratta semplicemente di una strategia pastorale, ma è il modo di lasciarsi convertire dagli incontri e di essere pienamente Chiesa da parte di coloro che si riconoscono in un unico centro che è la persona di Gesù Cristo. Chi non pratica la sinodalità non ha incontrato Cristo e non ha sperimentato in Lui l’amore di Dio.

Ac e preti
L’assistente può essere nominato da parte del Vescovo ed è colui che ha la cura spirituale di un determinato settore o di tutta l’associazione a livello diocesano; in seconda istanza è assistente il prete che accompagna l’associazione presente nella propria parrocchia. Il principio è sempre quello del camminare insieme (sinodalità). Il prete non deve essere esperto di Ac per offrire la sua cura spirituale, ma semplicemente essere pastore; i laici di Ac non sono dei “tuttofare” per la parrocchia, ma dei corresponsabili con l’obiettivo di crescere come Chiesa quindi come Popolo di Dio. L’assistente ricorda ai laici la radice del loro impegno spronandoli a tenere lo sguardo fisso su Gesù e d’altra parte i laici devono aiutare i preti a non sentirsi strumenti erogatori di servizi ma persone, sapendo valorizzare la loro vita in una dimensione di prossimità umana e di amicizia. I laici dovrebbero stimolare i preti a sentirsi parte del presbiterio contro il rischio dell’isolamento, favorendo l’unità col Vescovo che esprime, nelle buone relazioni e nella collaborazione, quel senso ecclesiale che viene generato dal senso della fede.

Conclusioni
Siamo fedeli a Dio e stiamo realizzando la Chiesa delineata nel Magistero di Papa Francesco? Le sfide che viviamo nel contesto storico, sociale e culturale ci presentano un mondo dove il fattore centrale è l’immigrazione di massa, la novità è l’esperienza pratica del pluralismo (culturale e religioso), la spiritualità sta spostando il centro di riferimento da una visione rigida e legalistica dell’esperienza di fede (dove avevano uno spazio decisivo la prassi etica e il contenuto dottrinale) ad una centralità delle dinamiche relazionali e dell’ascolto della vita reale. L’Azione cattolica in questi anni così appassionanti e talvolta complicati ha continuato a generare alla fede avendo al suo interno rappresentanti di ogni fascia di età e questo è segno di un laicato che è capace di interrogarsi e di mettersi in discussione. Per continuare nel percorso di realizzazione del sogno conciliare e per non mancare l’appuntamento con la storia serve un qualcosa in più. I laici devono affrontare la fatica di non aspettarsi sempre un’indicazione dall’alto per capire come procedere, ma devono saper interpretrare e vivere il contesto in cui vivono perchè ogni incontro divenga luogo teologico. Questo passo di maturità, unito alla percezione del compito della sinodalità, determina la bontà della testimonianza cristiana in questa epoca storica. Da Presidente diocesano mi aspetto che alla fine del mio impegno associativo non sia io a scrivere alle parrocchie come devono procedere, ma che siano i responsabili parrocchiali a raccontarmi quali esperienze missionarie hanno vissuto nel proprio territorio e come questo ha arricchito l’intera associazione. In questa chiave di lettura l’epoca che stiamo vivendo mi sembra particolarmente stimolante e appassionante.
Manuel Mussoni
Presidente diocesano Azione Cattolica Rimini

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