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La genealogia è la scienza che studia i rapporti di parentela, con particolare riguardo alle discendenze e ascendenze, al fine di stabilire la storia interna di una famiglia.
Nel Medioevo (e ancora in parte dell’Età Moderna) l’appartenenza a una nobiltà di sangue, era requisito essenziale per godere di prerogative non solo onorifiche ma anche economiche. Nella società attuale la genealogia ha rilevanza giuridica solo nell’ambito del diritto di successione.
La ricerca delle fonti genealogiche è difficile e laboriosa. Per coloro che intendessero dedicarsi alla ricerca storica del proprio casato, è necessario innanzitutto conoscere i luoghi di provenienza dei propri antenati.
Il primo canale da consultare è l’anagrafe, cioè l’ufficio comunale incaricato della tenuta del “Registro della popolazione”, ove vengono trascritte le nascite, le morti, i matrimoni dei residenti nell’ambito della giurisdizione territoriale. Detto Ufficio fu istituito in tutte le sedi comunali fin dalla costituzione del Regno d’Italia (21/12/1861) e con norme tuttora vigenti nell’attuale Repubblica.
Per le ricerche genealogiche anteriori a tale data (1861), è necessario consultare, per i residenti nella Romagna, i Registri dei battezzati, delle norme, dei matrimoni e gli “Stati delle anime” esistenti presso ogni sede parrocchiale. La tenuta di quei registri era demandata ai parroci con le regole emanate dal Concilio Eucumenico di Trento (1545-1563).
Gli estratti di tali registri sono tuttora attendibili e ufficialmente riconosciuti.
Per i secoli prima del 1563 si hanno notizie genealogiche solo di famiglie nobili e facoltose tramite la Consulta araldica, attiva per tutto il periodo del Regno d’Italia poi soppressa dal titolo XIV della Costituzione della Repubblica italiana (1/1/1948).
Scoprire l’origine dei propri ascendenti può essere un avvenimento pieno di sorprese; il paziente lavoro di ricerca delle proprie radici, oltre a soddisfare la curiosità del ricercatore, può risultare per chi senta l’estraneità di un presente distratto, superficiale, frettoloso, molto appagante. Alla fine si potrà ottenere la ricostruzione di un albero genealogico nel quale verranno evidenziati i nominativi e ramificazioni della famiglia, seguiti dalle date di nascita e di decesso dei propri antenati. Ai piedi dell’albero figurerà il nominativo dell’avo più remoto nel tempo.
Come esempio mi limiterò a descrivere il lavoro svolto nella zona del riminese, luogo ove vissero i miei antenati.
Posso affermare che, mentre le ricerche negli uffici comunali dell’anagrafe cittadina sono state facili e vengono espletate con una certa rapidità anche con l’ausilio delle moderne tecnologie elettroniche, così non si può dire delle ricerche condotte negli uffici parrocchiali. Infatti molteplici possono essere le problematiche in questi ultimi archivi, quali: estinzione di parrocchie, incompleta ricomposizione degli archivi parrocchiali dopo eventi storici; cambiamenti di cognome, illegibilità dello scritto, archivi distrutti per vandalismo o eventi bellici, ecc.
Però, a onor del vero, nei registri degli archivi parrocchiali si nota che gli atti venivano descritti con certosina cura, accennando anche una breve biografia dei genitori del soggetto nel caso di una nascita, ai requisiti morali nel caso di decesso. Spesso vi troviamo i nominativi degli ascendenti del soggetto e luogo di residenza fino alla seconda generazione. Ne consegue che queste note, estese nel tempo e nello spazio, facilitano notevolmente la ricerca.
Molti anni fa mi sono dedicato alla ricerca dei miei antenati, pertanto ho seguito a ritroso nel tempo le loro tracce presso l’Ufficio anagrafico del Comune di Rimini risalendo fino all’anno 1861. Poi le ricerche anteriori a tale data si sono svolte presso l’archivio parrocchiale di San Martino Monte l’Abbate.
Per felice coincidenza negli anni 1947 e successivi ho avuto occasione di conoscere il parroco di questa parrocchia, don Giuseppe Cesari, il quale mi è stato di valido aiuto nella ricerca degli atti conservati nel suo archivio, molti dei quali scritti in latino.
Oggi a distanza di anni, mi rimane nella memoria la figura di don Giuseppe Cesari, così ben descritta in occasione del suo decesso nell’articolo apparso su il Ponte del 22 settembre 2002 a firma di don Vittorio Maresi.
Posso confermare che don Giuseppe Cesari era un sacerdote esemplare per educazione, bontà, maestro di umiltà, sempre rispettoso e disponibile. Considero un privilegio averlo conosciuto e frequentato e oggi sento il dovere di rinnovare la mia ammirazione e riconoscenza.
Nelle ricerche da me effettuate sono emersi tanti particolari, quali ad esempio constatare che le famiglie nella campagna del riminese, erano di norma, assai numerose di componenti, e ciò risulta nel registro della popolazione nella 1863 (conservato nell’archivio parrocchiale di San Martino Monte l’Abbate) nel quale si legge che: “La famiglia Della Rosa, denominato Belvird (1) era composta da ben diciotto persone”.
In detto registro per ogni componente della famiglia viene precisata l’età, la relazione di parentela col capo famiglia (coniuge, fratelli, generi, nipoti, pronipoti e professione).
Merita ricordare che con legge 31/10/1955, n. 1604, al fine di tutelare i figli di ignoti, venne disposta la omissione della paternità e della maternità negli atti nascita, di matrimonio e stati di famiglia nonché in tutti i documenti di riconoscimento. Ciò ha reso più difficoltoso l’iter di coloro che volessero oggi cimentarsi nelle ricerche delle vicende della propria famiglia.

(1) I Della Rosa abitarono nella casa colonica prospiciente la chiesina di S. Maria di Belvedere (comunemente chiamata la chiesetta del Drago), nella zona di S. Martino Monte l’Abate di Montescudo, pertanto venivano chiamati i “Belvird”. Gli avvenimenti della leggenda del Drago, narrata dagli storici riminesi, sono stati da me pubblicati dal Resto del Carlino nell’anno 1951 e dalla Rassegna mensile romagnola La piè nel settembre 1954.

Armando Della Rosa

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