Il Ponte

Dall’Indonesia con furore

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Ci hanno impiegato quasi tre anni per sbarcare al Meeting, i volontari che arrivano dall’altra parte del mondo. E si sono sciroppati 11.000 km (e i relativi 3.500 euro di spesa) giusto per pulire i tavoli di un fast-food. “Senza conoscere la lingua potevamo sperare altro?” è realista Ari.
Insieme a Carolina, Natalia, Yuliana, Toeshi, Mariana, Cindy fa parte della vivace pattuglia del sud-est asiatico, in totale sei donne e due uomini tra i 30 e i 40 anni. La loro ombra è Isabel, una ragazzona canadese di 29 anni che ha conosciuto il movimento di Comunione e Liberazione a Montreal e da sei stagioni vive in Olanda dove ha incontrato Ari e Cind. Traduce ogni passo della squadra di Kupang, isola di Timor.
Sbarcare a Rimini è stata una vera avventura. Ci hanno impiegato tre anni, a causa delle difficoltà per procurarsi l’enorme quantità di documenti necessaria e per ottenere le ferie adeguate. “Ma come potete verificare dalle nostre facce, siamo contenti”, è sintetica Cindy. Soddisfatti e rimborsati. La scintilla l’hanno accesa due sacerdoti: padre Michiel e padre Leo. A loro va la gratitudine del gruppetto, ma una realtà come il Meeting “va ben oltre l’immaginazione. – non si capacita Mariana – Ed è interamente realizzata da volontari”. La mostra di Giobbe e le parole del Papa sono il bagaglio a mano che porterà a casa. Natalia è sorpresa. “Lavoro per la Croce Rossa, non pensavo di finire a sparecchiare tavoli”. Invece… “La serietà e la responsabilità dei ragazzini delle medie del Sacro Cuore di Milano che sono al nostro fianco, è spiazzante”.
Toeshi pensa al cibo italiano: “Spaghetti, ok. Piadina? Mai sentita nominare prima d’ora, ma è simile al non, un pane indiano”. Il vocabolario italiano dell’otto indonesiano si è arricchito ogni giorno di qualche parola che i ragazzi ripetono con soddisfazione. “L’amicizia che si crea in fila per una mostra o nell’attesa della navetta che li riporterà in albergo, supera ogni barriera linguistica” assicura Yuliana. E regala emozioni. Ari si è trovato di fronte l’amico di Avila perso di vista, gli altri hanno riabbracciato dopo anni Iolanda e Roberto. “Ma quale impatto ha il Meeting in Italia?” chiede Carolina. Bella domanda. Mariana, docente di psicologia, pensa al ritorno. “Un’esperienza del genere merita di essere testimoniata agli amici, ai colleghi di università e ai miei studenti. Come tenerla nascosta?”.
Herman: “Sto imparando a servire gli altri senza attendermi nulla, neppure un grazie. Ed essere felice”. Tornerete? “Semplicemente, volevamo esserci e vivere il Meeting. Un’esperienza del genere va fatta, e se ci prendi gusto…”.

Paolo Guiducci

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