Il Ponte

Per curare e ancor più prendersi cura

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Federica Cavalieri, 23 anni di Santarcangelo e l’amica Roberta Logallo, 28 anni, originaria di Matera, rispettivamente infermiera e ostetrica, stanno vivendo un periodo di servizio presso il Luisa Guidotti Hospital a Mutoko in Zimbabwe, accomunate dall’amicizia e dalla voglia di fare questo tipo di esperienza, mettendo a disposizione la loro professione.
Abbiamo chiesto loro di raccontare l’esperienza che stanno vivendo.

FEDERICA
“Cercando di fare un sunto di questa esperienza fino ad ora, mi sento di partire da quello che mi ha portata qui. Ho sempre sentito che il mio lavoro fosse molto di più di una semplice occupazione, qualcosa che il Signore mi chiama a essere, a vivere. Spero che tutti abbiamo sentito almeno una volta nella vita la sensazione di essere a casa, di essere esattamente dove Lui ti ha pensata…ecco questo è quello che accade quando sono in ospedale, quando posso prendermi cura di qualcuno. Partendo da questo presupposto ho deciso di partire proprio per capire se la mia professione può sposarsi con la realtà della missione.
Ero già stata in Africa l’anno scorso, per un’esperienza più breve e non legata all’ambito prettamente sanitario e pur avendo visitato gli ospedali della zona, niente poteva aiutarmi a comprendere come lavorarci davvero. Ho piacevolmente scoperto un’altra dimensione dell’assistenza, molto più semplice ed essenziale, anche per la mancanza di risorse innovative e tecnologiche a cui siamo abituati in Italia, che mi ha riportato però all’importanza anche solo di un gesto come tenere la mano in un momento di difficoltà. Ci sono situazioni in cui ti rendi conto che questa mancanza ti limita, che nel tuo paese potresti salvarle quelle vite, e impari così ad accettare che dove la tecnologia non arriva, arriva la persona. Che dove non puoi curare, puoi prenderti cura. Non è stato facile all’inizio, integrarsi in un sistema e in una cultura completamente differenti dalla nostra. Ho dovuto accettare, e credo sia un processo che si compie ogni giorno, che venir qui per aiutare non vuol dire portare metodologie e tecniche all’avanguardia, ma abbracciare la realtà che ti circonda, lasciandoti penetrare da essa, per poi capire, così, in quale misura essere utile. Ho imparato che devi avere molto spazio dentro te, spazio di accoglienza, di pazienza, di comprensione. Spazio che molto spesso sembra inesistente e ti mette a dura prova, riempito dall’Io che non smettiamo mai di alimentare. È un continuo e difficile lavoro con se stessi, che porta però soddisfazioni uniche. Ho assaporato ancor di più come l’altro possa essere un dono se manteniamo il cuore pronto e aperto all’ascolto e all’amore. Mi porto nel cuore giorni bellissimi, è incredibile pensare che Dio abbia fatto tutto questo per noi. Realizzo come la bellezza apra il cuore, fino a farlo straripare e di come sia una delle più concrete manifestazioni della sua presenza. Anche se per ognuno di noi ha un volto diverso, l’origine è la medesima e qui lo trovi nel sorriso e nell’accoglienza della gente, nei tramonti unici e sempre da togliere il fiato, nella semplicità e nella condivisione. Questo non vuol dire che non ci siano state fatiche, anzi, ci sono stati giorni in cui avrei mollato tutto volentieri, eppure credo sia proprio questo il Vangelo, la vita. Seguire il Signore e la sua Parola non vuol dire essere esenti da ciò che è negativo, ma entrare proprio dentro le sofferenze, la rabbia e i propri limiti, per poi trasformarli in un frutto per te e per gli altri.
Fondamentali sono stati i miei “compagni di viaggio”, Massimo e Roberta, la famiglia con cui ho potuto condividere gioie, fatiche, momenti di svago e di meditazione. Persone estremamente predisposte alla condivisione che hanno dato a questo tempo qui un sapore unico, che sono stati per me una carezza continua. Così mentre scrivo tutto questo, rigorosamente seduta per terra, a contatto con tutto ciò che abbiamo di più primordiale, è un piacere ascoltare la natura a ritmo col cuore. Niente sembra non poter bastare”.

ROBERTA
“Mi sentivo pronta per un’esperienza del genere. Pronta a lasciare le mie certezze, pronta a mettermi in gioco (ed in discussione). Tanti i segnali che ho ricevuto nei mesi prima della partenza.
Tutto sembrava portarmi qui. Adesso posso dire che erano proprio loro, proprio quelli, i segni. Ammetto la difficoltà nell’accettare eventi che al momento sembravano delle sconfitte, personali e non, ma che poi (solo ora col senno di poi posso dirlo) si sono rivelati parte di un disegno meraviglioso. Qui ho trovato calore, rifugio per la mia anima, pace per il mio cuore. Ho trovato sorrisi, occhi scuri e grandi come palloni da calcio; ed io il portiere, alle prime armi, non molto pronto a ricevere ma più bravo a schivare. Ho imparato ad accogliere, meno a respingere. Qualche nodo nel mio cuore si è sciolto, qualche angolo un po’ più spigoloso si è smussato.
Ho messo a dura prova la mia pazienza, a volte, ma poi ho capito che loro di pazienza e di calma ne sono pieni, quindi potevano darne in prestito anche un po’ a me: l’ho ricevuta, di riflesso, come dono.
Ho trovato muri, ma anche qui ho dovuto imparare: non erano di cemento da martellare, ma di sabbia, sui quali basta poggiare delicatamente una mano per lasciare un segno e quindi portare un cambiamento. Ho visto tramonti, di quelli veri, e colori della natura come nemmeno in cartolina si vedono. Ho patito il caldo, ho provato la bellezza del temporale sulla mia pelle scoperta durante le mie corse pomeridiane e non ho avuto paura. Mi sono spesso affidata alla preghiera nei miei momenti duri e lì ho trovato pace. Ho affidato anche qualcuno, nelle mie preghiere, e sono certa che queste siano state accolte ed ascoltate. Ho provato anche un po’ ad affidare completamente me stessa ma sento che lì c’è ancora da lavorare. Quasi a ridosso della partenza sento di dire di aver usato le mie ali: non come scudo, ma per volare. Sicuramente avrò lasciato loro qualcosa, ma di certo sono più ricca di quello che queste persone, questo posto, la missione tutta ha dato a me. Non conoscendo quello che sarà il mio domani, provo a dire una cosa coraggiosa: “Da qui ripasserò” ed è una promessa che faccio a me stessa.
Al momento la missione sta affrontando un momento storico particolare: il cambio di governo, e le nuove politiche che si stanno realizzando, hanno certamente portato speranza ma non senza difficoltà.
Il Ministero ha richiesto di aumentare le prestazioni sanitarie gratuite, pur senza garantire la copertura finanziaria e questo metterà ancor più a dura prova le risorse dell’ospedale.
Ultimo, ma non per ultimo, le risorse umane: ogni barca, per poter navigare sia in acque dolci, sia col mare in tempesta, ha bisogno di persone che sappiano guidarla. Persone coraggiose, volenterose, spontanee, gioiose, determinate…e che siano pronte a dire «Eccomi»… di come la Missione ne ha viste e vorrebbe vederne ancora. La gioia della nascita di nuove vocazioni”.

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