Il Ponte

Crescere nella speranza si può

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SIRIA

Tutto è partito da un abbraccio. L’abbraccio di una bimba siriana che si è addormentata addosso a Max, l’estate scorsa. Un gesto semplice, di fiducia e di abbandono che gli ha aperto il cuore. Grazie ad un’esperienza scout di servizio Max aveva condiviso una settimana con alcune famiglie siriane che erano arrivate a Trento grazie ai corridoi umanitari. Tornato a casa, a Coriano, aveva raccontato a sua moglie Gilda la gioia di queste persone a cui l’Italia, in particolare Trento, aveva dato una possibilità: vivere in un luogo di pace.
“Ovviamente considerazioni notturne, perché succede sempre così, quando a Max gli si muove qualcosa dentro non dorme e tiene sveglia pure me. – racconta Gilda sorridendo – Abbiamo ragionato insieme su cosa si potesse fare per queste persone e abbiamo pensato che l’iniziativa dei corridoi umanitari potesse essere una possibilità da sfruttare e che Coriano poteva diventare un luogo ospitale. Per qualche giorno siamo stati attraversati da dubbi, paure, resistenze, ma poi la decisione ferma di andare al cuore del problema: starci dentro, stare dentro le cose per capire”.
Molti la chiamano empatia, altri condivisione, ma di certo è un modo per scoprire la bellezza. Così, approfittando del ponte degli Ognissanti, a novembre scorso, Max e Gilda si sono recati in un campo profughi, in Libano, al confine con la Siria, grazie ad Alberto Capannini, un volontario dell’Operazione Colomba, il corpo non violento della Papa Giovanni XXIII.
“Cinque giorni sembrano pochi e invece in quei luoghi sono un’eternità per capire tante cose: che spesso i diritti vengono calpestati, che il disagio che si vive in certe situazioni può trasformarsi in disperazione, che i bambini  e gli anziani sono deboli da proteggere sempre e comunque, che quello che conta veramente nella vita sono le relazioni, le persone e l’essenzialità. Ti rendi conto che non puoi più far finta di niente e che devi fare qualcosa!
Quando vedi dove vivono, la sofferenza che attraversano, quando ascolti le loro storie ti rendi conto che non c’è nessuna prospettiva.  Respiri un’aria di ingiustizia, un senso del dolore e di terrore, che attraverso i media percepisci solo in minima parte, assuefatti e anestetizzati ormai da tutto”.
Dopo questo breve, ma intenso viaggio, Max e Gilda sono tornati nella loro Coriano e hanno interpellato in primo luogo ciò che secondo loro costituisce una comunità: la scuola, il Comune, la chiesa e poi si sono aperti a tutta la cittadinanza. Hanno incontrato il sindaco, i preti e il progetto di micro Accoglienza è stato protocollato nel Comprensivo di Coriano, grazie al dirigente scolastico. Per loro era importante creare rete tra le persone, su tutta la comunità. Così hanno iniziato ad organizzare incontri per sensibilizzare il territorio e per far conoscere il progetto; poi grazie alla collaborazione di tanti amici sono stati organizzati eventi per sostenerlo. Hanno proposto anche un’adozione a Km zero: cioè l’impegno di versare 15 euro al mese per un anno. Tante famiglie hanno aderito, più di un centinaio.
“Il desiderio di aiutare questa famiglia siriana attualmente sta crescendo, di giorno in giorno, tra la popolazione corianese. Si respira una sensazione di accoglienza. C’è chi chiama per donare piatti, chi vestiti, chi si offre per donare lettini. Sembra un po’ di abbracciare il mondo intero perchè in fondo siamo tutti figli della stessa Terra, al di là della lingua, della cultura e della religione. L’arrivo di questa famiglia può rappresentare una grande occasione per Coriano, una possibilità per scoprire che la diversità è motivo di ricchezza e mai di ostacolo, se solo si è pronti ad accogliere”.
La speranza è quella di contagiare anche altre comunità in questa direzione perché questo progetto è la prova concreta che l’impegno di tante persone insieme può produrre frutto.
Ovviamente insieme a sostegno e curiosità, non sono mancate le critiche, come ad esempio la classica domanda di questi tempi: perché non aiutate prima gli italiani?
“La motivazione è che ognuno di noi è chiamato ad aiutare il prossimo nel momento in cui gli viene posto sul proprio cammino”.
Altra provocazione sollevata da qualcuno: perché non devono stare a casa loro?
“Purtroppo una casa non l’hanno più e non per colpa loro. La guerra gli ha tolto tutto: casa, lavoro e speranza di una vita normale. Forse tutti noi dovremmo ricordarci più spesso, che se abbiamo il privilegio di vivere in un paese in cui abbiamo tanto, e loro, come tante altre persone nel mondo, vivono in condizioni disumane, non è certo per meriti acquisiti, ma per un puro e semplice caso”.
Quindi il restituire è solo una questione di giustizia.

A cura
di Francesco Barone

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