Il Ponte

Covid-19, il virus dell’incertezza

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Inutile negarlo: oggi non si parla d’altro che di Coronavirus. Dalle testate dei principali quotidiani, dai telegiornali e dai social network arriva ogni giorno una quantità impressionante di notizie, che pongono in primo piano l’emergenza delle autorità più competenti in campo medico-scientifico che al momento si trovano in prima linea per trovare una soluzione al problema.

Tuttavia, nonostante il silenzio che avvolge le città italiane durante queste difficili settimane, in tanti sono pieni di cose da dire. Come i giovani, che con la chiusura delle scuole e delle università sono stati tra i primi a percepire il cambiamento delle proprie abitudini. Anche a Rimini, una delle zone più colpite da questa epidemia, in cui troviamo alcuni ragazzi dai 16 ai 20 anni che hanno raccontato la prospettiva con cui hanno vissuto le circostanze attuali.

 

Come vi siete sentiti nel momento in cui avete saputo dell’arrivo del virus in Italia?

“Non possiamo dire di non essere stati per nulla preoccupati, ma ci sentivamo abbastanza tranquilli. La maggior parte di noi era a conoscenza della vicenda già dallo scoppio del contagio in Cina, ma dobbiamo ammettere che quando è trapelata la notizia dell’arrivo del Coronavirus in Italia abbiamo iniziato ad informarci in maniera più approfondita; pensiamo sia essenziale per comprendere la situazione in cui ci troviamo ed agire di conseguenza. Il problema principale, secondo noi, è stata la modalità di diffusione della notizia da parte dei media, che hanno portato all’esagerazione una situazione di per sé non grave in quel momento, confondendo le informazioni essenziali con quei titoli apocalittici che abbiamo visto su tutte le testate dei giornali. La conseguenza inevitabile è stata la nascita di un panico collettivo che ha portato all’eccessivo allarmismo e alla psicosi da parte degli adulti, tra i quali molti dei nostri genitori”.

 

E poi è arrivata la chiusura delle scuole. Come avete reagito alla notizia?

“La notizia di una prima settimana di pausa dalle lezioni in un periodo così intenso a livello didattico ci ha fatto inizialmente tirare un sospiro di sollievo, confortati dal fatto che nella nostra regione la chiusura delle scuole avrebbe rappresentato solo una misura di precauzione. Speravamo che la situazione tornasse alla normalità in breve tempo, ma con la crescita esponenziale del contagio nei giorni successivi abbiamo subito preso consapevolezza del fatto che la sospensione delle attività didattiche sarebbe durata ben più di una settimana. Per questo motivo non siamo rimasti sorpresi dalla decisione di prolungare la chiusura ad una seconda settimana, e la notizia ci ha lasciati abbastanza preoccupati”.

Diversa è stata invece la reazione degli studenti universitari, soprattutto i fuorisede: “La difficoltà per noi studenti fuorisede è sicuramente il fatto che non siamo provvisti di libri e altri materiali che ci sarebbero stati utili per seguire le lezioni. Un eventuale ritorno nella città dove studiamo è attualmente fuori discussione: tentiamo quindi di fare il possibile in attesa che la situazione si risolva”.

 

Pensate che le prime misure prese per arginare il contagio siano state una valida risposta ad una situazione di quel tipo?

“La gestione dell’emergenza da parte del Governo ci ha lasciato interdetti. Abbiamo notato inizialmente una certa incoerenza nelle misure restrittive; inoltre sembra che alcuni politici sfruttino l’epidemia come mezzo per screditarsi a vicenda, quando invece servirebbe una maggiore efficienza e collaborazione per affrontare una situazione resa piuttosto preoccupante dall’allarmismo collettivo. Ci riferiamo soprattutto agli episodi di razzismo nei confronti degli asiatici, che all’inizio del contagio stava raggiungendo livelli inconcepibili, e al crollo dell’economia che, nonostante stia contribuendo a diminuire l’impatto ambientale in diversi Stati, rappresenta un brutto colpo per un Paese come il nostro”.

Dall’8 marzo è cambiato tutto

Nei primi giorni di sospensione delle lezioni c’è stato chi ha preferito rinunciare momentaneamente alla propria routine e allo svago per evitare di mettere in pericolo i propri familiari e i soggetti più a rischio, ma la maggior parte dei giovani ha invece tentato di mantenere, per quanto possibile, una vita normale. Per questo motivo Rimini, nonostante la chiusura forzata di biblioteche, locali, cinema e teatri, non si è fermata, ma ha visto moltissimi ragazzi (e non solo) ritrovarsi in spiaggia e nel centro storico, riempiendo bar, gelaterie e ristoranti.

Ogni parvenza di normalità respirata in questa fase iniziale è tuttavia svanita dopo il decreto dell’8 marzo scorso, che, oltre all’ulteriore proroga della chiusura delle scuole, ha espresso l’urgenza di applicare misure più restrittive per arginare il contagio, tra cui l’invito a non spostarsi da casa se non per necessità, provocando quindi un cambiamento radicale dello stato d’animo dei giovani riminesi.

 

Come state vivendo la quarantena?

“Sicuramente stiamo provando sentimenti contrastanti rispetto a quelli delle settimane precedenti. Mentre abbiamo trascorso i primi giorni a casa in tranquillità e quasi con euforia, entusiasti di avere una tale quantità di tempo libero da sfruttare per poter finalmente staccare la spina, da quando la chiusura delle scuole è stata prorogata fino ad aprile ci siamo sentiti piuttosto rassegnati e abbiamo iniziato a vivere la quarantena con una maggiore fatica, presi da pensieri e preoccupazioni. Ciò che inizialmente ci ha sconfortato di più è stata l’idea di non poter più uscire di casa e quindi di dover rinunciare per un lungo periodo ai contatti con i nostri amici e familiari, ma con gli strumenti che possediamo cerchiamo di mantenere salde le nostre relazioni anche in questo momento di crisi attraverso un semplice messaggio o delle videochiamate. Stiamo cercando di essere positivi e mantenere un ritmo più simile possibile a quello normale, continuando a studiare attraverso le proposte di didattica a distanza e dedicandoci ad altre attività che durante la vita quotidiana potevamo avere trascurato o che abbiamo avuto modo di riscoprire proprio in quest’occasione. Abbiamo, inoltre, modo di riflettere in maniera più dettagliata su noi stessi, prestando maggiore attenzione a quei particolari che normalmente diamo per scontati. Resta tuttavia il fatto che, specialmente negli ultimi giorni, l’emergenza sta diventando sempre più seria e non avevamo la minima idea che potesse arrivare a livelli così preoccupanti: per questo motivo non possiamo fare a meno di sentirci come se fossimo all’interno di un brutto sogno da cui non vediamo l’ora di svegliarci”.

Giulia Cucchetti 

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