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Cinecittà – Le ferite dell’amore del regista dei sospiri

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Prolifico come non mai (quasi pronto il prossimo film Radegund su un obiettore di coscienza antinazista in piena seconda guerra mondiale: e pensare che si dovette attendere un ventennio tra I giorni del cielo e La sottile linea rossa!) il regista Terrence Malick prosegue nel personale itinerario di “poemi visivi” contemporanei che provocano puntualmente divisioni tra pubblico e critica. Del resto Malick non è regista “facile”: Song to Song esplora relazioni complesse, vortici amorosi e sentimentali con contorno di musica, spaziando nelle sette note tra produttori, festival, compositori e apparizioni di autentiche rock star (Iggy Pop, Flea, John Lydon e Patti Smith, quest’ultima in una commovente presenza autobiografica), colonne portanti del pentagramma di classe accorse alla “corte” di Malick come divi (e bravi) del calibro Michael Fassbender, Ryan Gosling, Rooney Mara, Natalie Portman e Cate Blanchett, attratti dalla possibilità di lavorare con l’autore de The Tree of Life.
Se apprezzate il suo stile visivo, ricco di grandangoli, piani ravvicinati e inquadrature dedicate alla natura in tutta la sua bellezza, entrerete in un nuovo viaggio di sapore “antropologico”, imperniato sulle fragilità delle relazioni, tra conquiste, relazioni fugaci, rapporti più intensi, dolori, tragedie, strade perdute e intrecci ritrovati. Il tutto incastonato in una natura silente, alla quale prima o poi bisognerà ritornare. Il messaggio finale di Malick è chiaro: ritrovare la vita semplice, riassaporare il gusto delle cose perdute, recuperare il giusto equilibrio tra essere umano ed ambiente. Cinema fascinoso e complesso quanto basta per riportare (e, perché no, provocare dissenso) l’attenzione verso un’arte che non può essere solo business ma deve stimolare pensieri profondi.

Il Cinecittà di Paolo Pagliarani

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