Il Ponte

Cinecittà – Duro, crudo, profondamente umano

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Il cinema di Ken Loach percuote spesso la sensibilità dello spettatore, giusto in qualche occasione il regista inglese si concede qualche spiraglio di commedia (vedi La parte degli angeli) ma è chiaro che a Loach interessa raccontare storie realistiche e possibili che tocchino profondamente le coscienze. Non sfugge alla regola neppure questo Io, Daniel Blake, amaro racconto delle traversie di un carpentiere privato del lavoro per via di un infarto e costretto a lottare ogni giorno con la spietata burocrazia, tra sussidi negati e regole rigide e disumane. Nel bel mezzo delle sue apparentemente paradossali vicissitudini, Blake in- crocia Katie, giovane madre di due figli, disoccupata e trasferitasi a Newcastle (dove si svolge il film) senza nessuna prospettiva. Due anime solitarie che si uniscono in una tenerissima solidarietà che in fa scattare momenti empatici in sala con la commozione necessaria nel raccogliere tutta la disperazione di un uomo in lotta contro il sistema. Qua e là qualche sorriso per stemperare il tutto (la “rivolta” di Blake con bomboletta spray) ma la battaglia contro il “mostro” disumano si rivela fin troppo ardua per il Nostro, deciso a tutti i costi di mantenere il suo orgoglio e la sua dignità, anche se è costretto ad attendere ore e ore al telefono ascoltando la classica e snervante musichetta di attesa.

Ken Loach, sensibile narratore, fa centro un’altra volta, resta uno dei registi più politici e genuini in circolazione e mantiene inalterato il suo desiderio di lavorare con attori “veri” (qui Dave Johns e Hayley Squires): niente divi per mr. Loach, ma solo volti e corpi genuini con cui identificare personaggi dal cuore grande schiacciati dall’inflessibile rullo compressore di una società poco attenta all’individuo.

Il Cinecittà di Paolo Pagliarani

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